Amiche a Baghdad di SIMONA PARI e SIMONA TORRETTA
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Vignetta di Pat Carra pubblicata sul manifesto (8-2-2005)


Amiche a Baghdad
Discorsi di pace Le ragazze di «Un ponte per» raccontano la loro inviata specialissima

SIMONA PARI
SIMONA TORRETTA
«Morti civili, distruzione, violazioni, in Iraq la popolazione civile soffre». Con Simona Torretta hanno partecipato, a Milano, a un incontro aperto, a metà gennaio, pochi giorni prima di ripartire. La solita Giuliana. Lucida, puntigliosa e razionale nelle analisi. La Giuliana che abbiamo conosciuto in Iraq, che non si tira mai indietro quando c'è una storia da raccontare. Che sa capire il valore di una notizia, e non si ferma alla cronaca; e va oltre e cerca di trovare cosa c'è dietro al fatto, oltre un avvenimento. Giuliana ha sempre voluto capire: per questo è sempre stata sul campo, per confrontarsi con le persone. E con la realtà. E' sempre stata misurata: mai l'abbiamo vista prendere posizione senza conoscere una realtà, senza aver toccato con lo sguardo e la parola la situazione di cui scriveva.


Quando eravamo in Iraq, Giuliana veniva spesso in ufficio da noi. Era una delle prime tappe appena arrivava: per prendere un caffè e confrontarsi, per ricaricare il satellitare, per vedere Internet quando in albergo non c'era elettricità. Ecco, Giuliana ha sempre conosciuto bene la realtà irachena: da lei imparavi molto, ma era lei la prima a fare domande. Credeva nel valore della testimonianza diretta, dell'informazione indipendente. Durante la guerra aveva raccontato l'Iraq che nessuno vedeva, quello dei civili colpiti dai bombardamenti. Nel dopoguerra, o nel protrarsi di un conflitto senza fine, ha raccontato la quotidianità degli iracheni sopraffatti dalla mancanza di servizi di base, della sicurezza e, spesso, della speranza.


Aveva raccontato la situazione delle donne con molta attenzione, denunciando come i loro diritti fossero costantemente violati. E' stata tra le prime a raccogliere testimonianze delle violazioni sulle donne detenute ad Abu Ghraib. Non ha mai smesso di denunciare le condizioni della popolazione durante l'occupazione. Giuliana è molto amata dagli iracheni: i nostri colleghi di Baghdad l'accoglievano con affetto tutte le volte che arrivava dall'Italia. E così la gente con cui ha lavorato e di cui raccontava. Riconoscevano in Giuliana la grande umanità e la passione per la conoscenza. Sapevano che interviste e articoli erano veicolo di informazione e di indipendenza. Ogni intervista era basata sul rispetto e sul riconoscimento dell'interlocutore. Quel rispetto che merita chi non parte da un'idea, ma quell'idea costruisce in base al lavoro sul campo.


Giuliana lavora per il dialogo e contro i preconcetti. La necessità di capire è sempre stato un modo per abbattere le divisioni, di lingua, di cultura, di prospettiva. E' stata sempre molto attenta al nostro lavoro. Era stata a visitare le nostre scuole, incontrando insegnanti e bambini, per raccontare l'Iraq da dentro: le difficoltà di ogni giorno, le condizioni miserevoli in cui si trovano le infrastrutture nella maggior parte del paese, i problemi delle mamme e dei bambini. Aveva seguito e documentato la situazione umanitaria in Iraq durante l'embargo, quando il paese era dimenticato e invisibile.


Giuliana conosce bene l'Iraq e conosce il Medio Oriente. Con rispetto, passione e umiltà attraversa mondi distanti, rendendoli vicini. Il suo è uno sguardo di donna, curiosa e attenta. Proprio a Baghdad, durante l'ultimo caffè nel nostro ufficio, le avevamo fatto i complimenti per una mostra di fotografie scattate in Afghanistan. Erano ritratti di donne. Ci aveva colpito l'estrema dignità che emergeva dalla fragilità di molti di quegli sguardi femminili. E' un alfabeto segreto, quello che permette di comunicare e di decifrare forza là dove c'è vulnerabilità. Allo stesso alfabeto abbiamo attinto tutte e tre quando ci siamo incontrate appena tornate in Italia, in ottobre. Non ci siamo dette molto. Perché tra noi, ci eravamo già capite.


il manifesto - 5 febbraio 2005



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