Orrori di traduzione- Vietato criticare Israele. a proposito del ''Middle East Media Research Institute''
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Orrori di traduzione
Vietato criticare Israele



La stupefacente condanna per antisemitismo di Edgard Morin, di Sami Naïr e di Danièle Sallenave da parte di un tribunale francese, richiama la campagna che certe agenzie orchestrano per soffocare ogni critica della politica israeliana. Tra questi, l'istituto Memri, che presenta il grosso dei giornalisti dei media arabi e musulmani come fanatici antioccidentali e antisemiti.

Mohammed El Oifi
Fondato nel 1998 dal colonnello Yigal Carmon, ex membro dei servizi israeliani di intelligence, il Memri (Middle East Media Research Institute), con sede a Washington, è un centro di traduzione dei media, soprattutto arabi e iraniani, nelle lingue europee. Il suo sito internet indica che il Memri «lancia un ponte tra Occidente e Medioriente, attraverso le traduzioni dei media arabi, ebraici e farsi, e mediante analisi originali delle tendenze politiche, ideologiche, intellettuali, sociali, culturali e religiose della regione (1)».
L'obiettivo quindi sarebbe quello di «fornire elementi d'informazione al dibattito sulla politica americana in Medioriente. Si tratta di un'organizzazione indipendente, al di fuori delle parti, senza fini di lucro. Ha uffici a Berlino, Londra e Gerusalemme. Fornisce traduzioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, ebraico, italiano, russo e turco». Il servizio è inviato gratuitamente, con continuità e con abbondanza di testi, ai media, alle istituzioni e ai responsabili politici dell'occidente, in particolare i membri del Congresso degli Stati uniti.
Inoltre, il Progetto di monitoraggio tv del Memri «copre» le principali reti televisive arabe e iraniane. L'istituto si occupa costantemente della sottotitolazione e della distribuzione di brevi estratti, attentamente selezionati, di quelle televisioni. Li fornisce a titolo gratuito alle reti occidentali e ai vari organi audiovisivi di controllo.
Tutta l'operazione consiste nella selezione dei testi e delle sequenze che l'Istituto decide di tradurre. Il Memri tende a presentare come maggioritarie alcune correnti di idee fortemente minoritarie nella stampa e nei media arabi. E così, il lettore che non parla l'arabo e che si accontasse della lettura di queste traduzioni avrebbe l'impressione che i media arabi siano dominati da un gruppo di autori fanatici, antioccidentali, antiamericani e violentemente antisemiti, contro i quali si batterebbero pochi valorosi giornalisti, che il Memri definisce «liberali o progressisti».
Per questo, a più riprese, alcuni autori arabi e a volte anche europei hanno bollato il Memri come arma di propaganda al servizio del governo di Tel Aviv, del Likud e dei loro gruppi di pressione. È vero che, quando è stato costituito, su dieci membri del gruppo, tre erano ex funzionari dei servizi israeliani (2). E tuttavia l'Istituto ha portato a termine numerose operazioni.
È stato il Memri a lanciare, nel 2001, una campagna di denuncia sui libri di testo palestinesi - campagna largamente infondata (3) - , per far credere che quei testi fomentassero l'antisemitismo. Nel 2004, soprattutto con il sito Proche-Orient.info, (che ha cessato le attività nel luglio scorso; personalmente ritengo che si tratti di una sospensione temporanea), riesce a sfruttare le «sortite infelici» (4) della televisione di Hezbollah, Al Manar, per farla mettere al bando in Francia, suscitando le proteste dell'associazione Reporters sans frontières. Ha partecipato attivamente alla campagna che ha portato alla chiusura del centro Cheikh Zayed negli Emirati arabi uniti (5).
In linea più generale, il Memri si pone al servizio della strategia israeliana che mira a compromettere le relazioni tra arabi e Occidente (6). Invitato a partecipare a una trasmissione di Al Jazeera, il colonnello Yigal Carmon replica ai suoi accusatori: il Memri persegue un obiettivo scientifico, trasmettere all'Occidente la lettura che i media arabi danno degli avvenimenti in Medioriente (7).
Ma questa affermazione non va accettata senza riserve: se il conflitto israelo-arabo è imperniato sul controllo della terra della Palestina, è anche inseparabile dalla lotta simbolica dei protagonisti per influenzare le opinioni pubbliche e legittimare, così facendo, la propria interpretazione degli avvenimenti. I rapporti di forza rispecchiano soltanto in parte una logica locale, e l'appoggio esterno risulta decisivo, soprattutto per il campo israeliano. A tal punto che, dopo la guerra del Libano e la prima intifada (1987-1993), l'immagine internazionale di Israele si è fortemente offuscata. Per tentare di riguadagnare, almeno in parte il terreno perduto, il Memri cerca di denigrare gli arabi e i musulmani agli occhi degli occidentali, presentandoli come persone fanatiche e piene di odio.
D'altro canto, con lo sviluppo delle televisioni satellitari arabe, l'opinione pubblica dei vari paesi si è emancipata, e i dirigenti del Medioriente hanno perso una parte del loro controllo sui media.
Questa nuova configurazione ha spinto gli israeliani a interessarsi direttamente dei media arabi e dei loro contenuti. Si spiega così, in gran parte, la creazione del Memri nel febbraio 1998, un anno e mezzo dopo l'inizio delle trasmissioni di Al Jazeera.
Il colonnello Carmon conta su solide basi in Israele. Parla l'arabo, ed è stato consigliere per l'antiterrorismo di due primi ministri, Itzhak Shamir e Itzhak Rabin. Per giunta, può contare su solidi appoggi a Washington. È associato a Meyrav Wurmser, ex funzionaria del Membri, che dirige il dipartimento Medioriente presso l'Hudson Institute, organismo vicino ai neocons americani. Il Memri infine può contare su numerosi donatori, in particolare la Lynde e Henry Bradley Foundation, una delle più importanti fondazioni della destra americana.
Il Memri ha preso in ostaggio i liberali arabi, creando la strana categoria dei «giornalisti arabi liberali o progressisti». Per entrare in tale gruppo, è necessario: dichiararsi contro qualsiasi forma di resistenza armata nel mondo arabo, in particolare in Palestina e Iraq: denunciare Hamas e Hezbollah, criticare Yasser Arafat e tessere le lodi di Abu Mazen; farsi paladini del «realismo», vale a dire perorare l'accettazione dei rapporti di forze esistenti, e quindi il dominio straniero; mostrarsi favorevoli ai progetti americani in Medioriente; incitare gli arabi a fare autocritica e a liberarsi della «mentalità del complotto».
Il candidato a questa etichetta deve anche esibire una ostilità a tutta prova al nazionalismo e all'islam politico, e addirittura disprezzo per la cultura araba. La sua critica deve prendere di mira innanzitutto i religiosi e, più in generale, le società che sarebbero in ritardo rispetto ai leader arabi più illuminati. È necessario che inneggi alle libertà individuali, senza insistere peraltro sulle libertà politiche e ancor meno sulla sovranità nazionale. Allorché tratta della riforma politica, il «giornalista arabo liberale o progressista» si occuperà innanzitutto dei regimi repubblicani, in particolare l'Iraq prima dell'occupazione americana, la Siria o l'Egitto: da escludere, invece, ogni forma di allusione a una riforma politica in Arabia saudita. In questo non c'è nulla di sorprendente, considerando che la maggioranza (8) dei professionisti cari al Memri scrive essenzialmente sulla stampa finanziata da taluni principi o uomini d'affari sauditi.
L'Istituto è spesso attaccato sul piano della qualità - a volte anche della fedeltà - delle sue traduzioni. Ad esempio, dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, l'istituto ha tradotto alcuni brani della trasmissione «Più di una opinione» di Al Jazeera a cui partecipava Hani Al-Sebai, un islamista che vive in Gran Bretagna. A proposito delle vittime, questi ha dichiarato: «Non esiste un termine nella giurisprudenza islamica per designare i "civili". Il dottor Karmi [un altro invitato alla trasmissione] è qui con noi e conosce bene la giurisprudenza islamica. Esistono le categorie di "combattente" e "non combattente". L'islam è contrario all'assassinio di innocenti.
Secondo l'islam un innocente non può essere ucciso». Traduzione del Memri: «Il termine "civile" non esiste nella legge religiosa musulmana.
Il dottor Karmi è qui con noi e ci sono anch'io, e conosco la legge religiosa. Non esiste la parola "civile" nel senso occidentale moderno del termine. La gente appartiene o non appartiene al "Dar al-Harb" (9).» Si noterà l'introduzione di questa formula contestata di Dar al-Harb (letteralmente, la casa della guerra), (10) non citata dall'intervistato.
Nel pieno della battaglia antiterrorista in Gran Bretagna, questa aggiunta veicola l'idea che, nella «casa della guerra» tutto sarebbe permesso. En passant, il Memri ha eliminato dalla sua traduzione la condanna che faceva Hani Al-Sebai di qualsiasi assassinio di innocenti...
Il professor Halim Barakat, della Georgetown University di New York, è stato anche lui vittima di tali metodi. L'articolo che ha scritto sul quotidiano londinese Al-Hayat con il titolo «Questo mostro creato dal sionismo: l'autodistruzione» è stato presentato dal Memri, spiega l'autore, con «un titolo che incitava all'odio: "Jews have lost their humanity" [Gli ebrei hanno perso la loro umanità]. Cosa che non ho detto ... Ogni volta che scrivevo "sionismo", il Memri sostituiva il concetto parlando di "ebreo" o "ebraismo", [il Memri] vuol dare l'impressione che io non intenda criticare la politica israeliana e che quello che ho detto è antisemitismo». Non appena questa traduzione è stata disponibile on line sul sito del Memri, l'autore ha ricevuto «lettere minatorie», «alcune dicono che non ho il diritto di insegnare all'università» - l'autore è un docente universitario da oltre trent'anni - , «che non ho il diritto di fare il professore e che devo lasciare gli Stati uniti... (11)».
Nel giugno 2004, il Memri ha scatenato una violenta campagna contro la visita a Londra dello sceicco Al-Qardawi. Per scrupolo di coscienza, il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha ordinato uno studio (12) al termine del quale ha concluso che l'offensiva si inseriva, «con ogni evidenza, in un'ondata di islamofobia che mirava a impedire un dialogo tra musulmani progressisti e l'Occidente». Lo studio richiesto, precisava il sindaco, ha trattato «le 140 opere scritte dal dottor Al Qardawi. E i risultati sono stati veramente scioccanti. Quasi tutte le menzogne che travisavano il senso delle affermazioni del dottor Al Qardawi provengono da un'organizzazione di nome Memri, che si presenta come un istituto di ricerca obiettivo». Ebbene, concludeva Livingstone, «abbiamo scoperto che l'istituto in questione è diretto da uno ex funzionario del Mossad, l'intelligence israeliana. Travisa sistematicamente i fatti, non soltanto quello che dice il dottor Al Qardaui, ma anche quello che dicono molti altri esperti musulmani.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di una deformazione totale, e per questo motivo ho voluto pubblicare questo dossier »(13).
E quindi è lecito porre in discussione la serietà stessa dell'istituto, tanto numerosi sono gli errori accertati. E così, secondo gli «esperti» del Memri, Abdel Karim Abu Al-Nasr è di nazionalità saudita, per il semplice fatto di scrivere editoriali su un giornale saudita, quando invece si tratta di un giornalista libanese ben noto (14).
Analogamente, leggere in una lunga analisi sull'Arabia saudita che il principe ereditario saudita Abdallah Ibn Abdel Aziz (salito al trono nell'agosto 2005) appartiene al ramo Sudayri della famiglia regnante, sorprenderà chiunque abbia una qualche conoscenza del paese (15).
L'efficacia del Memri consiste nel coordinamento molto stretto delle sue attività con i responsabili delle campagne di propaganda sul campo. Le liste dei giornalisti arabi che loda o denigra costituiscono un sistema di sanzioni e di ricompense. Infatti, i «giornalisti arabi liberali o progressisti» ricevono inviti a recarsi negli Stati uniti in centri di ricerca amici: si facilita la concessione del visto, come pure l'accesso ai media e alle autorità americane. Per quanto riguarda invece le sanzioni contro coloro che il Memri bolla come «predicatori di odio», rischiano di appesantirsi ulteriormente dacché il famoso editorialista del New York Times Thomas Friedman ha ricordato «l'esperienza» del Memri e del suo fondatore. Con una raccomandazione finale: «Il dipartimento di stato americano deve pubblicare un rapporto trimestrale con i nomi dei dieci principali predicatori di odio e di coloro che trovano pretesti [al terrorismo] o lo giustificano in qualche modo (16).» Contrariamente a quanto pensa Thomas Friedman, è tutto da dimostrare che i funzionari passati o presenti dei servizi di intelligence israeliani siano gli architetti ideali del «ponte» che si deve (ri)costruire tra il mondo arabo e l'Occidente...



note:

* Politologo.

(1) www.memri.org, che ha come temi principali le voci seguenti: progetto di studio sulla jihad e il terrorismo, Stati uniti e Medioriente, riforme nel mondo arabo e musulmano, conflitto israelo-arabo, relazioni interarabe e progetto di documentazione sull'antisemitismo.

(2) Brian Whitaker, «Selective Memri», The Guardian, Londra, 12 agosto 2002. L'autore mostra anche come il Memri corregge le sue traduzioni, dopo ogni contestazione.

(3) Leggere Elisa Morena, «I manuali di storia palestinesi sotto accusa», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001.

(4) Al-Manar aveva trasmesso, nell'ottobre 2003, un serial antisemita che ricostruiva, tra l'altro un «crimine rituale».

(5) Per un articolo scritto dal Memri che riassume la vicenda, leggere «La fermeture du Centre Zayed», 15/09/2003. http://memri. org/ bin / french/ opener.cgi?Page =archives &ID = SR2103.

(6) Vedere il giornalista israeliano Guy Bachor : «La strategia di Israele nelle relazioni con l'Europa: mostrare che i musulmani sono una minaccia (per l'Europa)», Yediot Aharonot, Tel Aviv, 25 febbraio 2004
(7) Trasmissione «Min Washington», «Il Memri e l'immagine degli arabi in Occidente», 13 settembre 2002, www.aljazeera.net/channel/ aspx/print.htm.

(8) Bilal al Hassan, La cultura della resa, Riad El-Rayyes Books, Beirut, 2005. Il libro riassume fedelmente l'ideologia di questi autori, ma presenta una visione parziale e ingiusta nei confronti di alcuni autori citati. Gli si rimprovera anche il fatto di aver posto l'accento esclusivamente sui giornalisti di al Hayat, senza citare mai l'altro quotidiano saudita Chark al Awsat, che invece rappresenta al meglio l'ideologia denunziata dall'autore.

(9) http://memri.org/bin/articles.cgi?Page=archives&Area=sd&ID=SP93205.

(10) Il mondo sarebbe diviso tra Dar al-Islam (la casa dell'islam) e Dar al-Harb (la casa della guerra) la cui popolazione non ha risposto all'appello musulmano alla conversione.

(11) Trasmissione «Min Washington», op. cit.

(12) Vedere www.london.gov.uk/news/docs/qaradawi_dossier.rtf.

(13) Al Jazeera, 20 gennaio 2005, www.aljazeera.net/channel/archive/archive?ArchiveId=112565.

(14) Il quotidiano Al Watan (Arabia saudita), 13 dicembre 2004 .

(15) Memri, «Arabie Saoudite: l'organisation de l'oligarchie royale», 12 settembre 2002. Tra i Sudayri ricordiamo in particolare il defunto re Fahed, il principe Sultan, il principe Nayef, ecc., che per l'appunto sono contrapposti a Abdallah.

(16) Thomas L. Friedman, «Giving the Hatemongers no Place to Hide», The New York Times, New York, 22 luglio 2005. (Traduzione R. I.)


http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/ultimo/0509lm08.01.html#1



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