LE FASI DELLA GESTIONE EDUCATIVA DEL CONFLITTO
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LE FASI DELLA GESTIONE EDUCATIVA DEL CONFLITTO


Tara Thralls Designs, on Highway 1 in Point Reyes Station, Marin County, California

 


 


di LAURA TUSSI


 


Le possibili fasi di un conflitto educativo si possono riassumere nei seguenti modi:


 


RICONOSCIMENTO


Un conflitto è tale anche se non elaborato? E qual è il costo del riconoscimento di un con­flitto, nel quale magari sembri molto difficile trovare una soluzione? Il primo passo ci pone in modo spietato di fronte alla difficoltà di cogliere il conflitto, di assumerlo. L'anestetiz­zazione dei conflitti è la logica più seguita data la difficoltà di gestirli, ma eludere in questo modo il corso delle cose non aiuta e ciò che viene messo alla porta rientra dalla finestra. I conflitti non risolti interferiscono nella vita e nell'azione educativa riproponendosi sotto altre forme non necessariamente migliori. Si potrebbe legittimamente dire che ognuno affronta i conflitti che è in grado di sostenere, ma anche questo è insufficiente. Il problema è che si dà una scarsa attribuzione di senso ai conflitti, troppo facilmente demonizzati e rifiutati. Questo atteggiamento impedisce il riconoscimento del conflitto e dei messaggi sottostanti. Non si vuole vedere ciò che sta succedendo e si copre la realtà con un velo di pigrizia e ipocrisia. Prendere atto del conflitto è invece un'operazione di consapevolezza che restituisce dignità ai soggetti operanti nel con­flitto stesso.


 


INDUGIO


Giungere a questa seconda fase, starci dentro, assume spesso il valore di una competenza, di una capacità profonda:


le reazioni di aggressività e di colpa che si riscon­trano in certi insegnanti dipendono dal modo in cui essi hanno interiorizzato il proprio passato infantile:


bisogno di dominare, di proteggere eccessivamente per confermarsi nel proprio ruolo di adulti, identifi­cazione con i propri maestri autoritari o rivincita, perché non hanno trovato fermezza nei genitori o nei maestri, valorizzazione dell'infanzia fino a farne un assoluto per sfuggire alle responsabilità della vita adulta.


Reazioni isteriche, scomposte e a volte violente indicano lo scarso possesso di questa fonda­mentale capacità educativa; stare nel conflitto rappresenta una fermezza, una stabilità che mette l'educatore in grado di creare un posi­tivo contenimento psico-affettivo che gli impe­disce di imporre reazioni narcisistiche o nevro­tiche. Anche questa fase rimanda alla maturità socio-affettiva dell'educatore, al suo senso di sicurezza, all'aver compiuto un percorso di cre­scita che eviti da un lato la collusione inconscia con le manifestazioni tipiche del conflitto (aggressività, reazioni impulsive, crudeltà, ecc.) e dall'altro la pura e semplice repressione. L’in­dugio è la possibilità della comprensione, una comprensione che va al di là del giudizio e diventa piuttosto un momento di riflessione, per capire, evitare risposte stereotipate, porsi in ascolto di se stessi e delle persone con cui è nato il contrasto.


La risposta improntata alla violenza, nelle varie forme in cui si manifesta, rappresenta sempre una mancata elaborazione di questa fase, una fase in cui la necessità di problematizzare la propria azione diventa un antidoto efficace e senza reali alternative alle manifestazioni di intolleranza e di negazione dell'altro/a. Se l'al­terità è di per sé perturbazione, è qui che può manifestarsi l'atteggiamento positivo dell'edu­catore che sa accettare e reggere le difficoltà del rapporto.


 


COMUNICAZIONE


Qui ci troviamo già in un'altra fase. Il conflitto ha trovato un possibile incanalamento e viene spostato su un terreno dove può essere decodi­ficato e analizzato più chiaramente: è un trasfe­rimento dall'immediato al simbolico che apre le porte alle possibili soluzioni, un'operazione di grande rilevanza emotiva e cognitiva, possi­bile solo sulla base delle due precedenti. Comunicare nel conflitto è segno della forza di chi sa gestire le tensioni tenendo ferma la necessità di non demonizzare, di riconoscere nell'altro/altra potenzialità non distruttive e nonviolente. La comunicazione educativa nel conflitto tiene ferma la necessità di vincere insieme, di non umiliare e di non essere umi­liati ed è fondata sulla capacità empatica (met­tersi nei panni di...) e sull'ascolto attivo. «Non vi sono mai due persone che non si capiscono; ci sono solo due persone che non hanno discusso», dice un proverbio africano che mi pare riassuma bene il senso di una gestione positiva del conflitto.


Le ricerche sulla comunicazione compiute a partire dal dopoguerra (fra cui quelle della Scuola di Palo Alto sono fra le più avanzate) hanno portato alla luce tutte le difficoltà del comunicare correttamente, le dinamiche dei giochi al limite del patogeno, le nevrosi che spesso nascondono le difficoltà di ascoltare e capirsi.


Molte di queste ricerche sono state sviluppate anche in ambito educativo, rivelando un mondo sorprendentemente ambiguo sotto il profilo della comunicazione, dominato, più che da istanze di chiarezza, da volontà di controllo e dimostrazioni di potenza, in cui ingiunzioni paradossali (del tipo «sii spontaneo!») e domande tendenziose (del tipo «chi di voi sa dirmi perché dobbiamo essere più buoni con gli altri?») si sprecano abbondantemente, creando atteggiamenti di ribellismo o indiffe­renza da parte degli educandi.


Comunicare implica la sospensione del giu­dizio, che è proprio il contrario del giudicare. Implica entrare in relazione e cercare di inca­nalare l'eventuale scontro su un terreno dove possa essere chiarito da entrambe le parti. Detto questo, va comunque ricordato che tale competenza necessita di un buon livello di autoconoscenza da parte dell'insegnante o del­l’educatore.


Più l'insegnante avrà recuperato i propri vissuti emotivi, riscoprendo in se stesso un'inedita, dimenti­cata o repressa capacità di dialogo e di contatto, tanto più potrà ascoltare l'allievo senza proporsi mete educative che facciano appello alla razionalità e alla ricerca di obiettività.


 


SOLUZIONE


Principio vincente di questa fase è la creatività, ossia l'invenzione che spezza il meccanismo di negazione reciproca per trovare nuove vie che implichino una ridefinizione del rapporto in grado di suscitare il consenso reciproco. La creatività non è rinuncia né debolezza, ma intelligenza e capacità di uscire dalla ripeti­zione per vedere il problema sotto altre e nuove dimensioni. Le soluzioni che garanti­scono una soddisfazione reciproca possono offrire una maggior durata nel tempo in quanto vi è un alto consenso. Non sempre questo avviene e spesso la soluzione apparente­mente raggiunta è semplicemente l'imposi­zione di una delle parti, anche se velata e non esplicita.


In ambito educativo la ricerca di soluzioni


 


Le teorizzazioni della conflittualità.


 


Secondo Galtung il concetto di pace connota una “pace negativa”, ossia l’interpretazione di pace come assenza di guerra. Questa impostazione si limita ad auspicare la semplice repressione di comportamenti violenti ritenuti insiti nella natura biologica e sociale dell’uomo, ma non viene considerata la possibilità che gli istinti aggressivi possano venire canalizzati e trasformati in energia creativa e rinnovatrice. Bansk vede la pace come ricerca di armonia, ordine, giustizia e risoluzione del conflitto. Il concetto di pace quale raggiungimento di armonia è utopico perché sono inevitabili i conflitti collettivi e individuali nella società e necessari per lo sviluppo dell’autonomia personale, perché servono da stimolo al cambiamento e al confronto. Dunque il conflitto differisce dall’ordine che invece determina la stabilità tramite cui il sistema socio-politico mantiene la difesa delle leggi. L’educazione alla pace considera la società come una rete di relazioni carica di energia conflittuale che può rigenerarsi in energia creatrice. Il conflitto va inteso come comportamento incompatibile tra le parti con interessi diversi, o anche come patologia sociale, inevitabile nelle relazioni umane e sociocomunitarie, oppure può essere interpretato come dinamica di rivalutazione delle diversità sociali. Il conflitto è dinamismo che conduce ad una sua rieticizzazione. Il conflitto è fattore importante per lo sviluppo in quanto stimolo al cambiamento individuale e sociale, perché l’interrelazione tra diversi strati della società e le differenti culture è sempre più frequente, per cui subentra l’esigenza del rispetto delle diversità che confligge con il modello occidentale per cui tutti i fenomeni sono soggettivi e le realtà sociali sono riconducibili a spiegazioni logico-razionali. Dewey ci fa capire come studiando i diversi campi del sapere si può dare risoluzione ai problemi, come lo scontro tra ciò che è ordine generale di leggi e l’esperienza personale. Ogni individuo può esporre realtà diverse, pur vivendo nello stesso mondo. Queste interpretazioni differenti del mondo causano frustrazioni. Risulta inadeguato il modello cartesiano per l’interpretazione dei fenomeni sociali, in quanto il conflitto viene considerato una stortura della realtà che va condotta all’equilibrio, mentre diversamente deve essere considerato l’ambiente eco-sistematico, ossia il sistema sociale, quale ordine di interconnessioni incrociate. Secondo Minsky sono agenzie le unità che costituiscono le interconnessioni. Bateson sostiene che non si possono studiare azioni fra le parti perché non osservabili empiricamente. Il vincolo o impegno o obbligo è legato al concetto di sistema, relazione e autonomia, per cui la mancanza di vincoli può produrre aggressività fine a se stessa e possono essere di ostacolo alla potenzialità creatrice dell’individuo, ma hanno funzione stimolatrice di regole nuove. Morin sostiene che il concetto di vincolo porta a considerare una socialità in cui il conflitto aiuta a guidare il singolo tra i sistemi viventi.


 

LAURA TUSSI
email:tussi.laura@tiscali.it


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