Le culture dell’abitare - Carta della progettazione interculturale
Per una città plurale e ospitale - L'accoglienza - L'abitare - Partecipazione e comunicazione - Autonomia e responsabilità - Politiche integrate di sviluppo solidale
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Le culture dell’abitare


Abitazione e insediamento urbano hanno sempre giocato un ruolo decisivo nel produrre l’inclusione o l’esclusione dei migranti; con l’acuirsi della crisi del modello metropolitano, la ridefinizione dei confini e delle gerarchie urbane e sociali si manifesta in maniera ancora più evidente nella dimensione abitativa e territoriale.


La casa rappresenta oggi, nel nostro contesto, la più critica delle condizioni dell’inserimento urbano degli immigrati.
Se è vero che la grande maggioranza degli immigrati non è senza casa (una integrazione avvenuta senza uno specifico sostegno assistenziale), ad una osservazione più ravvicinata il modello prevalente appare come un modello di inserimento subordinato: solitamente gli immigrati devono ricorrere ad abitazioni sotto standard, a un patrimonio fuori mercato, a edifici che risultano irrecuperabili alle esigenze della popolazione locale. Anche forme di discriminazione agiscono in modo selettivo nei confronti degli immigrati: molti immigrati non poveri sono mal alloggiati, le loro sistemazioni sono tendenzialmente peggiori o più costose di quelle accessibili a popolazioni locali con le stesse caratteristiche di reddito; immigrati ‘normalmente poveri’ sono spesso senza casa.


Per chi è rimasto escluso dal mercato, sono cresciute situazioni di assoluta gravità come l’apartheid dei "campi nomadi", le baraccopoli, i poveri manufatti autocostruiti e altre forme di disperazione abitativa.


La considerazione degli immigrati come problema sociale (o, al meglio, come risorsa economica) ha spinto verso questo abitare inferiorizzato.
Sul versante delle politiche abitative, un ruolo preponderante hanno avuto i «Centri di prima accoglienza»,  contenitori indifferenti ai progetti individuali e ai portati culturali collettivi,  legati ad una logica ‘educativa’, di assistenza e di controllo più che di promozione di autonomia; le azioni innovative rispetto questo modello sono state poche, e spesso limitate a sperimentazioni locali.


Sul versante urbano, il modello italiano di integrazione dei migranti non ha le caratteristiche delle grandi città europee: non c’è la stata la politica francese di assimilazione (che dal punto di vista abitativo si è tradotta poi nella scelta della mixitè indirizzata ai logement sociaux delle periferie urbane), né la forte caratterizzazione territoriale dei quartieri etnici inglesi.


Nonostante il discorso pubblico sulla presenza urbana degli immigrati in Italia sia dominato dall’ossessione della "concentrazione", la geografia dell’inserimento abitativo degli immigrati è piuttosto una geografia diffusa e interstiziale, costruita da tasselli che s’inseriscono nel tessuto urbano.
Non esiste nel nostro contesto una particolare vocazione di parti della città ad attrarre l’insediamento di immigrati. Può trattarsi di centri storici che stanno subendo una serie di trasformazioni e di sostituzioni di popolazione, di quartieri periferici di edilizia minore, di borghi urbani ricompresi nello sviluppo metropolitano, oppure di quartieri residenziali dove la coabitazione di gruppi numerosi di immigrati consente di affrontare i costi proibitivi dell’affitto. L’inserimento ha interessato assai meno (e solo recentemente) i complessi di edilizia economico-popolare, per la insufficienza cronica del patrimonio di edilizia sociale che ha caratterizzato la politica della casa in Italia.


Rispetto ai modelli di integrazione-promozione presenti in Europa, che comprendono insieme le dimensioni urbane, sociali, amministrative, politiche, la condizione di inserimento subordinato degli immigrati rappresenta una rottura del modello della convivenza urbana, un disequilibrio nei valori e nelle di forme di rappresentanza, un fattore di crisi del senso storico della città.


Una nuova idea della cittadinanza urbana è legata strettamente ad una azione decisa contro ogni forma di segregazione e di subordinazione delle popolazioni che abitano la città.
Una città plurale, ospitale, permeabile, è lo spazio propedeutico ad una nuova democrazia locale.



Per una città plurale e ospitale


1.      Gli immigrati non sono il problema della città, ma sono parte importante nella soluzione dei suoi problemi, nel rinnovo della sua identità. Gli ospiti, gli immigrati, le nuove genti coproducono la città plurale.


2.      Di fronte allo squilibrio di risorse tra il mondo ricco e il mondo povero, la città plurale accoglie chi fugge la fame e la guerra e lo sostiene nel suo progetto di vita.


3.      A nessuna persona e a nessun gruppo può essere destinata una condizione di abitare inferiore o di relegazione urbana sulla base della sua provenienza, della sua cultura, della sua religione, della sua lingua, della sua condizione sociale.


4.      Ogni immigrato ha diritto a partecipare alla vita urbana e sociale come individuo, come comunità, come minoranza.Individuo, comunità e minoranze hanno diritto alla visibilità e alla dignità urbana degli spazi destinati alla libera espressione della loro cultura, alla vita associata e all’esercizio del culto.


5.      Gli interventi per promuovere l’inserimento abitativo e urbano degli immigrati devono tener conto della complessità della società urbana e fondarsi su questi 4 principi:
·        l’approccio globale (guardare alla città nel suo complesso, migliorare l’habitat generale);
·         l’approccio trasversale e integrato (integrare attori specializzati, superare la compartimentazione dei settori di competenza, rinnovare sistemi e stili di lavoro. Il progetto deve essere frutto di negoziazione creativa tra i partner e di una capacità di governare contraddizioni e conflitti);
·         l’approccio territoriale (collegare le politiche generali a specifici ambiti territoriali, mobilitarne le energie, le risorse sociali e istituzionali locali, valorizzarne la specificità);
·         l’approccio progettuale (partecipazione e partenariati non si costruiscono in astratto: solo l’elaborazione di progetti e obbiettivi specifici consente una mobilitazione costruttiva degli attori istituzionali e sociali).



Le politiche e le azioni


1. L’Accoglienza


Se i Centri di prima accoglienza sono stati una risorsa nel periodo immediatamente successivo all’arrivo delle persone migranti, permettendo a molti di trovare un alloggio seppur precario, non si sono però dimostrati altrettanto efficaci nel medio-lungo periodo. Queste strutture sono state utilizzate in molti casi come ‘surrogati abitativi permanenti’ e quindi fruite da un numero limitato di immigrati.


La scarsità di appartamenti pubblici disponibili e la difficoltà ad accedere al mercato dell'alloggio a fitto moderato, ha impedito un reale ricambio dei posti a disposizione all'interno dei Centri di accoglienza creando, al tempo stesso, anche una situazione di più difficile controllo.
A questo si deve aggiungere che la qualità abitativa dei Centri è spesso insoddisfacente, per limiti intrinseci di questa tipologia o per la cattiva qualità delle realizzazioni.


La Toscana dispone di una buona rete di strutture di accoglienza, che rappresenta una risorsa del territorio, che va recuperata e riprogettata in base alla varietà dei bisogni abitativi degli immigrati, al ruolo, alle risorse e alle caratteristiche specifiche delle aree di ospitalità.
Diversi Centri di accoglienza vanno trasformati in alloggi sociali (tipologia prevista dalla Legge nazionale sull’immigrazione). Le strutture destinate all’accoglienza devono potenziare e riqualificare i servizi offerti agli immigrati.


Le azioni


·     La qualità dell’accoglienza urbana
La città plurale nel suo complesso è accogliente e conviviale, riscopre e valorizza gli usi civici dei suoi spazi, ricostituisce una moderna dotazione di elementi di servizio all’accoglienza e alla convivialità come le attrezzature di sosta o di igiene e destina risorse alla cura dei luoghi interessati. Favorisce la realizzazione di luoghi di scambio e di servizi (i mercati internazionali, biblioteche multiculturali, come i bagni turchi).


·         I Centri di accoglienza
Spostare la priorità degli interventi verso l'abitazione non vuol dire ignorare l'esistenza di una quota, non assolta, di fabbisogno legato alla pronta accoglienza. Strutture di accoglienza sono ancora necessarie, purchè intese come soluzioni specifiche, non sostitutive di forme abitative ordinarie. Esse possono svolgere quindi la loro funzione se esiste attorno una gamma di offerte che consenta di uscire dai Centri e di avviare percorsi abitativi. Centri di accoglienza così concepiti possono rispondere al bisogno di prima accoglienza di nuovi arrivati o all’arrivo di profughi.


·         Le foresterie
Sono strutture in cui l’aspetto abitativo è ridotto al minimo, mentre vi sono presenti in maniera significativa servizi di accompagnamento all’alloggio, al lavoro, alla formazione. Possono riguardare immigrati in condizione di difficoltà sociale o lavorativa; immigrati non poveri e non marginalizzati, ma in difficoltà a reperire un alloggio; lavoratori stagionali; immigrati caratterizzati da mobilità interna al territorio nazionale.


·         Gli alloggi di emergenza
Sono sistemazioni temporanee per persone che si trovano in particolari o improvvise situazioni di difficoltà; oppure per migranti che perdono il lavoro, l'alloggio o entrambi; o per donne che si trovano in difficoltà alloggiativa per problemi legati alla maternità.
L'idea generale è comunque quella di una struttura alloggiativa temporanea a basso costo, che risponde ad un bisogno urgente per un tempo limitato.


·         L’alloggio sociale
L’alloggio sociale o di 'inserimento' è utilizzato per singoli o famiglie il cui percorso di inserzione sociale è già avanzato, per sostenerli nella fase di una ricerca autonoma di una sistemazione alloggiative. E' importante assicurare che questi alloggi siano il più possibile simili a normali abitazioni. La permanenza non deve superare i due anni. Non hanno gestione esterna, ma le persone presenti possono essere sostenute da un percorso di accompagnamento all’alloggio autonomo.


·         Dalla gestione all’accompagnamento
La gestione dei Centri di prima accoglienza (così come dei foyer nell’esperienza francese) si è caratterizzata prevalentemente in chiave assistenziale, pedagogica e di controllo. Questo approccio ha spesso provocato passività negli ospiti dei Centri, contribuendo con altre cause ad uno scarso ricambio dell’utenza e ad un costo notevole dei servizi offerti.


·         La formazione degli operatori
Come già in altre esperienze europee, è necessario un passaggio fondamentale nella formazione degli operatori (pubblici e del privato sociale) verso una cultura dell’accompagnamento, per favorire l’autonomia delle persone e delle famiglie con efficacia e misurabilità dei risultati.
La rete preziosa degli operatori va sostenuta con processi di aggiornamento e formazione continui, anche in riferimento all’evoluzione delle esperienze e degli scenari europei.


·         Le agenzie per l’alloggio
Nate (in riferimento ad altre esperienze europee) come strumento per abbattere il pregiudizio nei confronti degli immigrati che si confrontano con il mercato della casa, hanno svolto un ruolo importante che può essere rafforzato attraverso un più stretto collegamento con il sistema delle strutture di accoglienza.


·         Chiudere i "campi nomadi"
I campi nomadi rappresentano oggi in Italia e in Toscana una forma intollerabile di apartheid verso le popolazioni zingare. Già la Legge regionale ne prevede il superamento, ma per i campi di grandi dimensioni è indispensabile integrare le risorse e le previsioni della Legge con strumenti più forti di rigenerazione territoriale (i Pru, i contratti di quartiere). La Regione deve promuovere un piano di medio termine (2 anni), concertato con le amministrazioni locali, per la chiusura dei grandi "campi" e la predisposizione di un ventaglio di alternative di tipo abitativo, con la partecipazione dei gruppi e delle famiglie rom.


I Centri di permanenza temporanea sono surrogati carcerari che niente hanno a che fare con le forme civili dell’accoglienza, ma che spesso interrompono percorsi di inserimento faticosamente intrapresi.


 


2. L’Abitare


La città è l’organismo per l’integrazione e la coabitazione attraverso l’abitare e nella relazione tra abitare e vita sociale. La qualità dell’abitare è funzione anche e soprattutto del sistema di relazioni con lo spazio pubblico e della accessibilità ai servizi.
Recuperare radicalmente e rafforzare il valore d’uso della città contribuisce a rovesciare la regola per cui il valore abitativo è costituito dal valore immobiliare di mercato, dalle vicinanze omogenee di origine e di censo.
E’ la qualità dell’abitare concreto, della coabitazione tra culture e saperi diversi, della partecipazione, che dà valore ai territori della città plurale.


L’immigrazione è fenomeno strutturale e dinamico, destinato a incidere sul tessuto urbano e sulla forma della città in maniera continua e profonda. Chi pensa di fermare questo processo di modificazione dello spazio urbano attraverso l’esclusione, per conservare un’idea statica di spazio, ignora la storia stessa della città.
Anche sotto la pressione degli arrivi e delle situazioni di disagio abitativo, va abbandonata la prassi dell’emergenza. Il carattere emergenziale degli interventi porta a processi autoreferenziali, decontestualizzati, che non valorizzano le risorse soggettive degli immigrati.


Costruire "casa" e non alloggi è la condizione per rispondere ai bisogni abitativi di tutti gli abitanti.
Il progetto dell’abitare si deve legare al territorio e ai suoi abitanti facendone emergere le specificità, non imponendo modelli. I luoghi e le differenze dell’abitare sono parte della complessità urbana, della città plurale. Le azioni concrete assorbono i caratteri di complessità dal reale, non impongono schemi e semplificazioni. Il carattere articolato dei processi progettuali per l’abitare è valore, non connotato negativo.


La costituzione di percorsi di accesso all’abitazione per le nuove genti richiede un rafforzamento delle politiche generali, ma anche azioni specifiche, mirate a rimuovere localmente gli ostacoli che ne impediscano o rallentino il compimento.


Le azioni


1.      Lasciare che le flessibilità sociali modifichino le rigidità formali. Le leggi, i regolamenti e gli standard si rivelano spesso ostacolo più che elemento di tutela per la qualità dell’abitare. L’ossessione burocratica scoraggia sperimentazione e innovazione, e disperde il patrimonio culturale di chi è ospite. E’ necessario individuare, anche a livello locale, margini di flessibilità della norma.


2.      Potenziare la disponibilità del patrimonio pubblico a finalità sociale favorendo processi di autorecupero del patrimonio dismesso o non abitativo e riconoscere il valore e le potenzialità delle esperienze di autorecupero in corso.


3.      Creare contesti favorevoli allo sviluppo e al rafforzamento dei soggetti attivi nel campo dell’alloggio sociale; facilitare partenariati fra istituzioni e attori del terzo settore impegnati nell’ambito abitativo; promuovere l’autonomia di una imprenditorialità sociale non profit nel campo dell’edilizia sociale.


4.      Incentivare e diversificare le politiche di sostegno economico per l’accesso all’abitazione con risorse finanziarie a livello locale, costruendo "contenitori finanziari di spesa" finalizzati all’alloggio sociale.


5.      Potenziare e diffondere le "agenzie per l’alloggio sociale" che svolgono funzioni di mediazione per l’accesso al mercato privato degli affitti.


6.      Considerare adeguatamente per l’accesso all’alloggio pubblico le situazioni che caratterizzano frequentemente le forme di disagio alloggiativo degli immigrati (sovraffollamento, alloggio improprio, coabitazione, antigienicità, abitare informale).


7.      Valorizzare e potenziare processi di rigenerazione di aree problematiche della città, di quartieri in crisi, attraverso politiche integrate e partecipate di intervento che garantiscano la permanenza degli abitanti.


8.      Promuovere studi riguardanti la progettazione e la realizzazione di edifici con bassi canoni d’affitto che mantengano un buon rapporto fra costi di realizzazione e qualità abitativa.


 


3. Partecipazione e Comunicazione


I processi di conoscenza vanno intesi in forma reciproca: le azioni più efficaci sono quelle che maturano nei processi di partecipazione e confronto a scala territoriale e riguardanti l’insieme degli abitanti. Il passaggio ad una società interattiva assume l’identità urbana come progetto, dell’appartenenza come luogo aperto, del sistema di regole come ricerca di valori condivisi.


Il diritto di voto amministrativo non è la soluzione al problema della cittadinanza locale ma è una condizione necessaria. Al suo fianco deve crescere la cittadinanza concreta nell’abitare quotidiano.


La partecipazione – luogo del passaggio dal progettare per al progettare con gli abitanti – permette di definire un modello di agire centrato sulla presenza contestuale e sull’equilibrio fra i doveri e i diritti, rafforzati dalla collaborazione attiva alla costruzione dello spazio.
La partecipazione è però soprattutto un luogo di ascolto e recupero della materialità del costruire lo spazio, è un progetto che prende avvio dai modi di vivere i propri luoghi quotidiani di riferimento per approdare a quelli di interesse collettivo. I percorsi di partecipazione devono muovere da una base volontaria e mai forzata e tradursi in esiti concreti e visibili. Questa è la vera occasione della città che le amministrazioni locali devono cogliere.


Le azioni


1.      Destinare risorse ai processi di partecipazione (luoghi di incontro, mezzi di comunicazione, promozione dell’informazione).


2.      Promuovere una "riconciliazione fra memorie del territorio" analizzando le diverse forme di migrazione che lo hanno interessato (emigrazione interna, verso altri paesi, inurbamento, immigrazione dall’estero).


3.      Realizzare, col concorso di diversi soggetti, atlanti di documentazione delle pratiche abitative, dei processi spontanei e guidati di insediamento, delle trasformazioni operate nei complessi abitativi e nei contesti territoriali, delle esperienze innovative e dei modi di espressione delle diverse culture interagenti sul territorio, degli iter progettuali e dei loro esiti.


4.      Garantire un ascolto attento alle differenze di abitanti e ospiti, alle loro specificità culturali, priorità, valori e progetti abitativi.


5.      Lavorare sulle tipologie abitative, modificando radicalmente i modelli correnti in ragione delle indicazioni emerse dalle singoli concertazioni.


6.      Formare in maniera qualificata figure o luoghi di ‘mediazione territoriale’ in grado di condurre:
·        processi di negoziazione e modelli di trattativa sia verticale che orizzontale tra gli attori istituzionali e gli abitanti del territorio;
·        interpretazione dei conflitti e interventi di decostruzione dei pregiudizi reciproci tra culture e gruppi di diversa provenienza;
·        promozione di socialità e di conoscenza reciproca.


7.      Riconoscere dignità non solo ai luoghi formali di confronto a conflittualità ‘attenuata’ (riunioni, assemblee, questionari) ma anche ai processi spontanei o organizzati che si esprimono in maniera conflittuale.


8.      Garantire che ogni processo partecipativo, quand’anche per ragioni contingenti non dovesse tradursi in risultati immediati, lasci sul territorio traccia di sé.


 


4. Autonomia e responsabilità


La città plurale deve formare i cittadini all’autonomia e alle responsabilità della nuova realtà urbana. E’ una responsabilità che non si crea per decreto, né si può richiedere unilateralmente; la si costruisce, giorno dopo giorno, sui territori urbani, in maniera localizzata, mettendo in opera attività che favoriscono la partecipazione degli abitanti di un territorio alla vita della città plurale.
Questa costruzione non dipende solo dalla volontà dei singoli (operatori pubblici o privati, abitanti immigrati e non): si tratta di un processo che, per potersi sviluppare, presuppone una capacità di integrazione dell'organizzazione sociale ed istituzionale delle città, la creazione di strumenti e procedimenti democratici adeguati.


E’ necessario ogni soggetto impegnato sul versante della progettazione interculturale superi gli atteggiamento di tipo culturalista, pedagogico, assistenziale, per adottare una visione dinamica della cultura e della condizione materiale degli immigrati. Un approccio metodologico e progettuale corretto non crea dipendenza, non cronicizza le situazioni di disagio, si autoannulla nel progresso dell’azione.


Le azioni


1.      Formare alla reciprocità, all’autonomia e alla responsabilità gli operatori degli enti locali (uffici tecnici, uffici immigrati, servizi sociali) e del terzo settore.


2.      Garantire agli operatori opportunità di comunicazione e la formazione transnazionale.


3.      Non interrompere i processi di autonomia, anche quando essi danno vita a situazioni informali (accampamenti abusivi, baraccopoli, uso improprio di spazi abitativi e produttivi), nel vuoto di alternative concrete e concertate con gli abitanti. Gli sgomberi e gli allontanamenti forzati annullano gli sforzi di inserimento e spingono verso forme di marginalità ancora più estreme. Le azioni devono essere indirizzate ad accrescere le risorse soggettive, a rafforzare i percorsi di autonomia, ad assecondare utilizzi diversi dello spazio urbano.


 


5. Le politiche integrate di sviluppo urbano e solidale


I percorsi migratori sono l’esito dell’interazione fra i singoli progetti migratori (motivazioni individuali di partenza e loro modificazioni nel tempo) e il territorio (inteso come organismo vivente e come l’insieme delle condizioni ambientali sociali, economiche, politiche, culturali, con cui l’abitante-migrante interagisce).


Gli approcci trasversali permettono lo sviluppo dinamico delle diverse dimensioni coinvolte, e consentono di produrre effetti superiori a quelli che potrebbero essere ottenuti dalla loro attuazione isolata. Le politiche settoriali, che spesso mancano di una visione sistemica dei fenomeni, mostrano limiti di efficienza e di efficacia, provocano risposte rigide nella società, nel territorio e nel tempo, con effetti collaterali quali l’eternalizzazione della condizione, la delega alle tecniche monodisciplinari, l’azione emergenziale e discriminante.
E’ proprio nelle aree di sovrapposizione tra le politiche che sta la capacità di cogliere la totalità dell’individuo, il suo interagire complesso con la società, il costruire i riferimenti per il suo percorso.


Le politiche integrate permettono inoltre di superare le logiche assistenzialistiche e la spirale delle rivendicazioni particolari che si accendono sulle politiche specifiche (casa, servizi, prestazioni del welfare) sollecitando negli abitanti una responsabilità diversa verso i problemi del loro territorio e la loro gestione.
Le politiche integrate sono in grado di condurre una negoziazione più forte con i vari livelli degli organismi di finanziamento, sollecitando in questi dei percorsi di rinnovamento dei sistemi di gestione politico-amministrativa della città.


Le politiche locali integrate rinforzano le dinamiche di sviluppo generali, sdrammatizzano le immagini di crisi dei quartieri e delle forme della convivenza.
Partecipazione, mediazione, coordinamento tecnico-politico, promozione del territorio a sistema e condivisione dell’informazione sono strumenti per l’analisi e per lo sviluppo dello sviluppo di azioni integrate tra le dimensioni sociali, economiche e ambientali dei problemi urbani.







Carta della progettazione interculturale



La Carta della progettazione interculturale è stata redatta nel corso del campus
"Le culture dell’abitare"
nell'ambito del progetto 
PORTO FRANCO. Toscana dei Popoli e  delle Culture
promosso dal Dipartimento Istruzione e Cultura della Regione Toscana.
Il campus si è svolto dal 26 luglio al 13 agosto 2000.



Le culture dell’abitare



Coordinatori
Corrado Marcetti, Nicola Solimano
Partecipanti
Andrea Aleardi, Giovanni Allegretti, Claudio Angelini, Claudio Anichini, Dimitris Argiropoulos, Mohamed Badaoui, Filomena Caradonna, Massimo Colombo, Manuela Conti, Eusebio De Cristofaro, Antonio De Luca, Fanny Di Cara, Dariuche Dowlatchahi, Luca Emanueli, Roberto Folini, Gianfranco Franz, Yoram Ginzburg, Harlan Koff, Michele Lancuba, Ilaria Lenzi, Lence Makarowska, Benneth Osita Okafor, Adriano Parretti, Annalisa Pecoriello, Camilla Perrone, Franco Pisani, Renza Renzi, Donato Sabia, Khalil Tayeh, Eleni Tracada, Lorenzo Tripodi, Arsim Zekolli
Relatori
Daniel Behar, Andrew Brammidge, Nino Bogazzi, Paolo Castignoli, Silvano D’Alto, Claire Duport, Claude Jacquier, Paola Jervis, Franco La Cecla, Philippe Oswald, Michel Pelissier, Marie-Noelle Rosenweg, Kersti Ruthstrom, Carlo Salvianti, AntonioTosi, Dalila Zidi 


Al campus hanno partecipato ricercatori e operatori di diversa provenienza e formazione, docenti che hanno riportato linee di riflessione ed esperienze progettuali da diverse realtà europee. Lo svolgimento del campus si è articolato in lezioni, illustrazione di casi, confronti con istituzioni e associazioni locali, visite ad alcune significative realtà dell’immigrazione. La discussione interna al gruppo dei partecipanti ha avuto momenti collettivi e fasi di lavoro di gruppo.
I gruppi di lavoro (territorio, trasversalità, partecipazione, progetto) hanno prodotto contributi tematici che saranno riorganizzati in un documento di accompagnamento alla Carta, che ne riprende i principi e le linee di intervento.








http://www.michelucci.it/convivenza_urbana/carta.htm

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