Da Beirut al silenzio di Cana: il viaggio degli aiuti umanitari
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Reportage da bordo di un convoglio del Programma Alimentare Mondiale (PAM)
Tra le macerie e i crateri delle bombe, gente spaventata, un cane e un quaderno dei Pokemon

Da Beirut al silenzio di Cana
il viaggio degli aiuti umanitari


di MARCO FRATTINI
Video Producer Programma Alimentare Mondiale (PAM*)



<B>Da Beirut al silenzio di Cana<br>il viaggio degli aiuti umanitari </B>

Una donna libanese a Tiro

A bordo di un convoglio umanitario per Cana
Il telefono squilla nel mio ufficio al Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite a Roma. Il quartier generale dell'agenzia si prepara ad un nuovo intervento di emergenza. Devo andare in Libano. Preparo il materiale per le riprese video da portare con me. Non è mai una decisione facile quella di partire per una missione in un paese in guerra. Ma alla fine si va, pronti ad assorbire ogni sensazione.

Dopo pochi giorni a Beirut, si parte con Robin, un collega del Programma Alimentare Mondiale. L'appuntamento è per le sei e trenta del mattino al porto. I camion sono pronti. Uno dei sedici autisti è ancora occupato a legare una grande bandiera del World Food Programme (nome inglese del PAM) sul tetto del camion. Saremo così ben visibili dall'alto e, forse, più al sicuro.

Come sempre, prima del viaggio con un carico di aiuti umanitari, il nostro team della "logistica" ha informato le autorità israeliane e libanesi del tragitto che avremmo fatto. Dopo un'ora di viaggio capisco che essere sull'ultima vettura di un lungo convoglio di 16 camion, oltretutto un po' vecchiotti, non è proprio salutare. Ma non importa, l'adrenalina aiuta e 100 chilometri non sono poi molti. Complice l'alzataccia, mi accorgo di aver dormito. La macchina è ferma ma il motore è acceso. Davanti a me la lunga colonna di camion è anch'essa ferma. Apro lo sportello e mi assale un caldo torrido, vedo Robin che fuma una sigaretta, lo fa solo quando è in missione. Mi dice che uno dei camion ha una ruota a terra ma, per fortuna, dopo poco ripartiamo. Antoine, il nostro autista, corre verso la macchina e urla "lets go lets go". Il convoglio assomiglia ad un lungo serpente che si inerpica sui tornanti del Libano centrale.




Attraversiamo paesi dove i caterpillar lavorano per togliere dall'asfalto i dossi messi quando lungo quelle strade, secondarie e residenziali, ci passavano in pochi. Ma ora sono le sole percorribili.

Siamo diretti a Tiro che, come Beirut, si trova sul mare. Le due città sono collegate da una autostrada che però non è più praticabile. I ponti principali sono stati abbattuti.

"Antoine, siamo arrivati? " chiedo all'autista. "No Marco, we are only half way", ancora a metà strada, eppure sono già passate delle ore. Dobbiamo arrivare a Tiro, città di una certa importanza, lasciare li dieci camion, distribuire kit medici, coperte, materassi, farina ed altro e poi proseguire con i 6 camion rimanenti. Si tratta di pochi chilometri, forse dieci, fino a Cana, paese medio-piccolo dell'entroterra che, a causa dei bombardamenti, è semideserto.

Arriviamo ad uno slargo, l'asfalto non c'è più, i camion sostano in formazione. Seguo con gli occhi la fila quasi immobile di automobili che scende, risale e poi gira intorno alla montagna. Il senso di marcia degli automobilisti è inverso al nostro ma la strada è cosi stretta che i nostri camion, per passare, devono occupare tutta la carreggiata. Impossibile procedere. Bassam, il capo convoglio, con la sua land cruiser blindata, si mette in movimento per raggiungere un punto della strada appena più ampio da dove fermare il traffico per consentirci di continuare il nostro viaggio.

C'è un fiume e tanti si fermano per prendere dell'acqua e sgranchirsi le gambe. Da una vecchia Mercedes escono 12 persone, pochi minuti dopo vedo due persone uscire da un portabagagli trasformato in vano passeggeri di un carico umano in fuga. Ho visto bambini viaggiare sui tetti, trattori con rimorchi pieni di persone anziane che chiedono solo un po' di pace e riposo. Penso alla mia stanchezza che è poca cosa in confronto alla loro, ho caldo perché sono sceso dalla mia macchina con l'aria condizionata, risalgo, accendo il motore e l'aria condizionata mentre li guardo attraverso il filtro dei vetri scuri .

<B>Da Beirut al silenzio di Cana<br>il viaggio degli aiuti umanitari </B>

Aiuti umanitari per il Libano



Il filtro migliore però è quello che mi permette di vederli attraverso l'occhio della mia telecamera. Io sono infatti il cameraman, video producer del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Con i libanesi assiepati su quelle strade comunico un po' in francese, un po' in inglese ma soprattutto a gesti. Anche sotto le bombe si finisce sempre per parlare di calcio. C'è chi fa il gesto di dare una testata a un pallone immaginario. Chiedo se posso riprenderli e loro mi dicono di si. Intanto Bassam è riuscito a bloccare il traffico, tra poco si riparte.

Sono le cinque del pomeriggio quando arriviamo a Tiro, sono passate dieci ore, lo stesso tempo che si impiega per viaggiare da Roma a Vienna. Andremo a Cana domani, troppo pericoloso a quest'ora tarda.

Parcheggiamo i camion accanto all'area delle Nazioni Unite. Mi dirigo verso il mercato con Antoine e Robin per comprare qualche pomodoro e 2 meloni, nell'unico banco aperto. Ma il cibo non è il richiamo principale. Un vecchio televisore in bianco e nero trasmette una specie di Porta a Porta in arabo, la gente intorno fuma e discute animatamente.

Torniamo e finalmente si mangia; tonno pomodori sardine cipolla cruda e pane arabo. Poi andiamo a dormire. Nell'ufficio trasformato in casa ci sono due divani, materassi a terra, il telefono squilla in continuazione e nessuno spegne la tv satellitare. Il riposo è una breve parentesi. Il mattino dopo all'alba siamo già tutti fuori pronti a partire.

Gli autisti sono vicini ai camion. Sul fornello portatile si preparano il caffè. Arriviamo a Cana in meno di
mezz'ora. Le serrande divelte di un centro commerciale annunciano le prime rovine, un palazzo è completamente distrutto, tutto intorno macchine bruciate e calcinacci. Nessuno parla. Antoine frena improvvisamente: una mucca uscita da un recinto corre davanti a noi e poi gira bruscamente a destra, quasi cadendo. Un cane da caccia ci guarda, è seduto davanti alla sua casa vuota, non c'è nessuno.

Ecco la piazza: la gente inizia ad uscire, qualcuno è voluto rimanere, qualcuno non è potuto partire. Gli uomini scaricano i camion. Io e Robin ci allontaniamo di pochi metri, imbocchiamo una strada laterale. Di fronte a noi c'è un cratere enorme. Dalle macerie di quella che, sino a poco fa era una palazzina, spunta un quaderno di scuola con la copertina dei Pokemon.

Il cibo e gli altri aiuti sono stati scaricati. Torniamo a Beirut.


* Il PAM ha lanciato una campagna SMS Emergenza Libano. Inviando un SMS al 48581 (con qualsiasi operatore) si dona 1 Euro.





(4 agosto 2006)


http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/esteri/medio-oriente-10/diario-del-pam/diario-del-pam.html



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