Minacce, arresti e censure la vita difficile di quei blogger. RSF premia il miglior blog che difende la libertà di espressione.
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Fioriscono in Iran, Cina, Nepal, Tunisia. Offrono una voce libera a chi si ribella alle censure dei governi sul web


Minacce, arresti e censure la vita difficile di quei blogger
RSF premia il miglior blog che difende la libertà di espressione



di FRANCESCO CACCAVELLA



ROMA - Prima di aprire il suo blog, Mohamad Abdolahi forse sapeva già a cosa sarebbe andato incontro. Mojtaba Saminejad e Arash Sigarchi, iraniani come lui, erano agli arresti per aver denunciato sui loro blog i soprusi cui vanno incontro giornalisti e blogger sul suolo del grande paese islamico. Arrestati per insulto alla figura delle autorità religiose e per crimini contro lo stato iraniano.

Le stesse accuse sono state rivolte verso Abdolahi, incarcerato lo scorso 28 febbraio e condannato a sei mesi di prigione. Secondo lo scarno comunicato di Reporter senza frontiere, il blogger, attivista nel campo dei diritti civili, aveva pubblicato sul suo Iran Reform una lettera aperta in lingua farsi all'ayatollah Ali Khamenei. Anche sua moglie, la blogger Najmeh Omidparvar, ha dovuto subire 24 giorni di prigione per aver cercato di aiutare il marito pubblicando sul blog un suo messaggio e rilasciando interviste.

Abdolahi è solo uno dei molti cyberdissidenti imprigionati. Sono blogger, a volte anche giornalisti, e vivono nei paesi in cui la censura è più opprimente e dove Internet non è uno strumento libero. Oscurati e filtrati all'interno del loro paese, fioriscono dove lo sviluppo tecnologico mette in mano a tutti i blog, trasformati in liberi fogli pubblici su cui esprimere le proprie idee. Non solo in Iran, ma anche in Cina, Nepal, Singapore, Tunisia. E anche nell'Iraq liberato.


In Nepal i blog sono l'unico strumento attraverso cui viene veicolata la libera espressione. Da quando, lo scorso febbraio, il re Gyanendra ha assunto con un golpe i pieni poteri, solo i giornali governativi hanno diritto a pubblicare i dettami del monarca e solo i blog sembrano poter scalfire la rigida censura. United We Blog e Radio Free Nepal aggiornano continuamente i loro siti con foto e racconti delle convulse giornate e informano il mondo, in inglese, dei continui abusi su giornalisti e società civile. "Io scrivo ciò che vedo e che penso", ha dichiarato l'anonimo editore di Radio Free Nepal alla Reuters. Il blogger è costretto, per non essere arrestato, a inviare e-mail con i messaggi da pubblicare ad amici al di fuori del paese.

In Cina, secondo la BBC, sono 63 i cyberdissidenti tuttora incarcerati. Motivi politici ma anche religiosi, come quelli che tengono in carcere dal 2003 Zhang Shengqi, che ha messo online documenti sulle azioni di repressione del governo cinese verso la comunità cristiana. L'accusa: "violazione di segreti di stato". A marzo 2004 il governo cinese arrivò addirittura a chiudere i tre maggiori servizi cinesi di pubblicazione di blog (blogcn.com, blogbus.com, e blogdriver.com) poiché su alcuni di essi erano stati trovati messaggi riguardanti i fatti di piazza Tiananmen e l'epidemia di Sars. Sono stati riaperti solo dopo aver introdotto sistemi di filtraggio automatico.

I blog danno voce a tutti e tutti possono trovarsi in pericolo. A Singapore diversi blog, sempre secondo Reporter senza frontiere, hanno dovuto chiudere i battenti dopo essere stati minacciati di denuncia dal direttore dell'Agenzia statale per la Scienza e Tecnologia; in Bahrein, il ventisettenne blogger Ali Abdulemam è stato arrestato a fine febbraio per aver pubblicato sul forum Bahrain Online dei messaggi critici verso il regime del piccolo stato arabo. Zouhair Yahyaoui, per tutti Ettounsi, creò nel 2001 uno dei più noti blog francofoni tunisini, Tunezine.com; arrestato nel 2002 per "divulgazione di false notizie" e rilasciato dopo 18 mesi, è morto lo scorso marzo a soli 36 anni, sfiancato da una dura detenzione.

Anche l'Iraq può contare i suoi blog censurati, ma da parte americana. Il maggiore Michael Cohen, medico militare del 67esimo reggimento a Mosul, nel nord dell'Iraq, gestisce dal 2004 il sito 67cshdocs.com. Sul blog oggi rimane solo una scritta: "Superiori mi hanno ordinato, sì, proprio ordinato, di chiudere chiudere questo sito. Secondo loro le informazioni contenute in queste pagine violano diversi regolamenti dell'Esercito". L'esercito americano, chiarisce un portavoce della coalizione, permette ai soldati di gestire un blog se non rivela segreti che mettano in pericolo l'incolumità dei soldati. Pochi giorni della chiusura, il dottor Cohen aveva descritto con grande pietà umana l'inferno dell'attacco alla base di Mosul del 21 dicembre: 22 morti e 60 feriti americani.

I blog sono uno strumento di libertà e, per "onorare" la loro importanza, Reporter senza frontiere ha istituito anche un premio. Per il "Freedom of expression blog award" sono in lizza 60 blog da tutto il mondo, in inglese, francese, russo, arabo, farsi e anche in Italiano. Chiunque, fino al primo giugno, può registrare il proprio voto e rendere omaggio a chi difende a caro prezzo la libera espressione delle idee.

(3 maggio 2005)



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