LA CORTINA DI VELO - Rassegna stampa europea in italiano
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LA CORTINA DI VELO


A cura della Redazione di www.saveriani.bs.it



La legge francese che vieta i simboli religiosi a scuola (kippah, croci visibili e velo islamico) ha suscitato un acceso dibattito sia in Francia che in altri paesi. Naturalmente non si tratta solo di una norma sulla proprietà del vestito degli alunni, magari da correggere suggerendo un uniforme di cui gli studenti vadano fieri, ma di un problema che tocca la scuola e la società come un tutto: cultura, religione, laicità, gap generazionale e differenza di genere. Riportiamo alcune reazioni utili al dibattito.



Laicità velata
di Miguel Pajares


È stato detto che il velo è un simbolo religioso, e credo che effettivamente lo sia, ma è anche qualcosa di più; è un simbolo culturale che abbraccia più motivazioni che quelle religiose. Ed è, inoltre, un simbolo religioso che obbliga solo le donne, stabilendo una distinzione di cui va analizzato se include o meno una situazione di discriminazione delle donne rispetto agli uomini. (...) Originariamente si lega alla tradizione che impediva alle ragazze di scegliersi il marito; la loro invisibilità, coprendosi il più possibile, era in consonanza col fatto che non dovevano attrarre l’attenzione di nessun ragazzo, perché era la famiglia che si faceva carico di sposarle. (...) Quando si tratta di donne già sposate, l’uso del velo ha a che vedere con la sottomissione ai mariti. Credo che l’uso del velo simboleggi, in un certo qual modo, la discriminazione della donna; ma anche altro: per molte donne rappresenta la difesa di una identità che qui viene svalutata a causa della xenofobia e della islamofobia, e ci sono anche donne che stanno utilizzando il velo nella loro lotta contro la discriminazione di genere.
Al posto della proibizione che altro avrebbero potuto fare i dirigenti francesi? Cos’altro dobbiamo fare in Spagna? In primo luogo definiamo quali sono gli obiettivi da raggiungere. Credo siano due, e chiarissimi: il primo è integrare i musulmani in un sistema laico in cui le pratiche religiose si realizzino in piena libertà, ma nel privato; il secondo è eliminare ogni forma di discriminazione delle donne. Entrambi gli obiettivi potranno essere raggiunti solo con un lavoro a medio termine che deve essere sviluppato tanto nel campo dell’insegnamento quanto in quello dell’integrazione sociale.
Da: El País, 13.1.’04, Spagna. Citato da Adista, gennaio 2004




Il velo che divide
di Monique Canto-Sperber e Paul Ricoeur


Ognuno è libero di esprimere la propria religione, non solo nel privato, ma anche in pubblico, a condizione che questa espressione non rappresenti una minaccia per gli altri e per le istituzioni. Dal momento che le polemiche si concentrano sul velo, bisogna capire se è vero che il foulard islamico (anche nelle sue forme più discrete) sconvolga, invada, eserciti una pressione e disturbi l’insegnamento. Si può dimostrare in modo razionale e incontestabile che un pezzo di tessuto provochi un tale effetto? No.
Ci dev’essere dunque un’altra ragione per giustificare l’espulsione dalla scuola delle ragazze velate. Il velo non viene considerato solo come un simbolo religioso, ma anche come una minaccia molto più generale per la scuola e per la repubblica. (...) Non si dovrebbe allora proibirne l’uso in tutti i luoghi, anche per strada?
Si può essere contrari al fatto che delle ragazze portino il velo a scuola, ma ancora più contrari all’eventualità di escluderle per questo motivo. La tolleranza religiosa è un principio fondante delle nostre società. Ha senso esigere dagli studenti la stessa neutralità, la stessa laicità “senza qualità” richieste ai professori e alla pubblica amministrazione? Devono sottoscrivere un impegno alla laicità quando entrano a scuola? Devono fare astrazione da quello che sono? (...)
Si può auspicare che le ragazze finiscano per rinunciare al velo. Ma lo faranno solo perché la scuola avrà permesso loro di vivere giorno dopo giorno la parità tra i sessi e il rispetto reciproco. Decretare la loro espulsione, significa privarle dell’unico accesso che possono avere a quest’esperienza di libertà. È profondamente contraddittorio desiderare che le ragazze trovino in se stesse delle risorse di autonomia mentre si comincia con l’imporgli di rinunciare alla scelta religiosa che hanno fatto
Da: Le Monde, Francia. Citato da Internazionale n. 523, gennaio 2004



Il velo divide il movimento femminista?
di Wassyla Tamzali


La discussione sul velo nasconde probabilmente quella sulle discriminazioni razziali. (…) Il pensiero femminista non ha forse smascherato tutto quello che riduce ladonna alla sua sessualità riproduttiva e la considera solo in funzione dell’appartenenza alla tribù padrona della sua sorte? Come mai ora non afferma con forza che il velo è un simbolo di quell’asservimento? (…) Non abbiamo bisogno che degli intellettuali uniscano le loro voci a quelle di chi sostiene che esiste un genere “donna musulmana”.
Da: Libération, Francia. Citato da Internazionale n. 523, gennaio 2004




LAICITÀ E AFFERMAZIONE DELLE DIVERSITÀ
Jean Baubérot interviene nel dibattito sulla laicità
a cura di Gaëlle Courtens


Professore, perché è contrario alla legge sulla laicità varata in Francia alla Camera?
Con questa nuova legge è stato messo sotto tiro il velo islamico, ma anche la kippah e le croci di proporzioni esagerate. Naturalmente a scuola di queste grandi croci non ce ne sono, ma serviva creare uno pseudo equilibrio tra le grandi confessioni religiose. È chiaro che con questa legge in primo luogo si punta il dito sulle minoranze religiose, e prima tra queste sull’islam.
Penso che lo Stato laico oltrepassi la sua funzione nell’obbligare giovani donne a togliersi il velo quando scelgono di indossarlo. Respingendole si rischia la loro descolarizzazione. Trovo che sia un fatto grave non permettere a queste ragazze di avere un’istruzione: è il miglior modo per spingerle tra le braccia degli estremisti: è un non-senso rispetto agli scopi che la legge si prefigge.


Negli scorsi mesi non si è dibattuto troppo sul velo e troppo poco sulla laicità?
Durante il dibattito verificatosi in Francia si è parlato in modo ossessivo del velo, mentre non si è approfondito seriamente il tema della laicità. Questo si è verificato anche nel corso dei lavori della Commissione Stasi. Benché la Commissione fosse stata istituita per ragionare sull’applicazione del principio della laicità, alla fine dei lavori è stato detto che, in fondo, non si era dibattuto sulla laicità, bensì sull’uguaglianza tra i sessi. Infatti, all’interno della Commissione si avvertiva una sorta di ricatto morale per cui se si era favorevoli all’uguaglianza tra i sessi, non si poteva essere contrari al divieto dei simboli religiosi nelle scuole. È questo cortocircuito tra il dibattito sulla laicità e il dibattito sull’uguaglianza tra i sessi che ha falsato tutto.


Come spiega questa volontà dei giovani di voler affermare più degli stessi genitori la loro diversità?
Sono due gli aspetti che si intrecciano: uno è abbastanza classico nella storia delle migrazioni. La prima generazione dei migranti vuole assimilarsi rendendosi più invisibile e silenziosa possibile, perché non si sente membro del paese che li ospita. Quelli della seconda generazione, e ancor più della terza, si sentono cittadini di questo paese a tutti gli effetti, ma desiderano ritrovare la propria differenza o specificità.
L’altro aspetto si ricollega ad un fenomeno specifico della modernità occidentale di oggi: la globalizzazione. Un secolo fa, quando si emigrava, si era totalmente tagliati via dalle origini e bisognava integrarsi nel luogo preciso in cui ci si era trasferiti. Oggi, con i mezzi di comunicazione di massa si può benissimo ignorare quel che fa il vicino di casa, ma essere in relazione con qualcuno che sta a migliaia di chilometri di distanza. La globalizzazione porta con sé una de-localizzazione della vita quotidiana dell’individuo. Inoltre, creando una sorta di “uniformizzazione”, genera a sua volta il desiderio di ri-identificarsi in modo specifico, contro ogni uniformazione.
Sta di fatto che questa legge nasconde altri problemi, comuni tra l’altro a quasi tutti i paesi europei, come quello della mancata integrazione di una grossa parte della popolazione, i problemi legati all’occupazione e all’alloggio. Ma non è con questa legge che si risolveranno i problemi dell’integrazione o del gap sociale che continua a sussistere in Francia. Al giovane francese dal nome “arabeggiante” questa legge non risolverà i problemi legati alla casa e al lavoro.


Non bisognerebbe porre l’interrogativo del ruolo dell’islam in Francia, della sua compatibilità con la modernità, con la laicità, facendo magari strada anche agli altri paesi europei?
Se non si è ancora affrontata direttamente la questione dell’islam nei paesi occidentali è per timore di non essere politically correct. Ma è meglio trattare i problemi prendendoli di petto, invece che girarci intorno, schivandoli. Penso che sarà a livello europeo che si risolveranno le cose. Quello che va favorito è l’emergere di un islam europeo che reinterpreti e rielabori un certo numero di testi del Corano e della tradizione musulmana in funzione della situazione un po’ inedita nella quale si trovano i musulmani in Europa, cioè della loro presenza in paesi dove sono minoritari. So per certo che questo tipo di lavoro, seppure nella difficoltà, sta muovendo i primi passi. Le religioni si trasformano attraverso un aggiornamento interno, e non tramite una sorta di repressione esterna, che al contrario mette solo tensione rendendo il conflitto più difficile. Bisogna lavorare in modo più dolce, più dialogante, senza forzature, solo così si può sperare nella nascita di un islam europeo minoritario, che potrà rinnovare l’islam nella sua interezza, invitandolo a porsi delle domande nuove.
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* Jean Baubérot, sociologo protestante, è titolare della cattedra di storia e sociologia della laicità presso “l’Ecole Pratique des Hautes Etudes” della Sorbona. È stato anche membro della cosiddetta “Commission Stasi” voluta dal presidente Chirac che lo scorso dicembre ha redatto il “Rapporto sull’applicazione del principio della laicità”. È stato l’unico tra i 20 membri ad astenersi nella parte che riguardava nello specifico la proposta del divieto dei segni religiosi nelle scuole pubbliche. (NEV)


http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2004_04/velo.htm



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