Perché tanta intolleranza per un foulard?
Alcune riflessioni sul caso di Fatima
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A cura di Rosanna Marcato - Servizio immigrazione e promozione dei diritti di cittadinanza (Venezia)

Nel nostro lavoro incontriamo spesso donne di diversa nazionalità e di religione islamica. Donne diverse per cultura e appartenenza sociale. Donne legate alla tradizione e donne che rivendicano scelte di libertà. Quasi sempre donne che faticano molto per conquistarsi spazi di libertà personali e che comunque devono trovare mediazioni tra ciò che la tradizione, la famiglia impongono e le proprie aspirazioni di promozione sociale e lavorativa.
Per molte di loro riuscire a trovare un lavoro, a dispetto delle tante difficoltà e spesso delle resistenze di padri o mariti, significa fare un primo passo verso la propria autonomia.


L’episodio della signora Fatima che si è vista rifiutare lo stage in un asilo perché portava il fazzoletto alla maniera islamica e che ha trovato vasta risonanza nei mass-media, dimostra ancora una volta quanto fragile e difficile sia la convivenza. Come ogni occasione sia buona per coloro che intendono strumentalizzare la diversità come fattore negativo e non piuttosto come fattore da capire e accettare, almeno li dove non vi sono lesioni della libertà di nessuno.


Se a qualcuno può stare a cuore la sorte di milioni di donne emarginate ed escluse dalla vita sociale, l’episodio successo a Fatima è la dimostrazione di come l’intolleranza non possa che generare ulteriori sofferenze, proprio a quella parte delle donne che con sacrifici tenta faticosamente di trovare un suo ruolo sociale e produttivo all’interno di una sua scelta identitaria.


Cosa significa portare il velo per una donna di religione islamica?
Non intendo cosa significhi in termini interpretativi, religiosi o antropologici, ma cosa significhi a livello della sua identità, del suo essere donna in un paese diverso dal proprio. Cosa significhi rinunciarci o rifiutarsi di portarlo.


Ho conosciuto molte donne che hanno rinunciato o rifiutato il velo, anche a costo di duri scontri con la famiglia. Ne ho conosciute altrettante che invece hanno scelto di portarlo, quasi mai per integralismo religioso, spesso perché funziona da protezione nei confronti del mondo esterno e rende più semplici i codici di identificazione reciproci.
Molte, soprattutto donne non più giovani, mi hanno detto che “si sentono più a posto”, più sicure nell’affrontare le relazioni lavorative o sociali. A volte preferiscono mettere il velo per tranquillizzare i mariti che, solo con difficoltà, permettono loro di lavorare e uscire.
La religione islamica, al di fuori degli integralismi peggiori, non vieta alle donne di lavorare, soprattutto se il lavoro è quello dei luoghi tradizionali dell’educazione e del sociale, quei lavori che anche nelle società occidentali sono stati il veicolo iniziale dell’emancipazione femminile.


La storia di Zineb
Zineb è una palestinese laureata, parla un ottimo inglese e ha imparato l’italiano in modo perfetto. I suoi tratti somatici sono del tutto simili a quelli di un italiana. Ma Zineb porta il foulard alla maniera musulmana. I suoi bellissimi e lunghi capelli sono costantemente nascosti dal fazzoletto. Il suo abbigliamento è normale: pantaloni con ampie camicie o giacche di foggia un po’ castigata. Le maniche sono sempre lunghe. Secondo lei questo è l’abbigliamento che una buona musulmana deve tenere. Per niente vi rinuncerebbe. Proprio per questo deve rinunciare a due proposte di lavoro, per altro molto modeste, e che richiedevano una divisa con gonna corta e niente foulard : cameriera ai piani.
Oggi, dopo qualche mese, ha trovato un buon lavoro e nessuno le ha chiesto di togliersi il fazzoletto. Zineb è una persona attiva, che ama lavorare, che spera di fare carriera, che intrattiene rapporti normali con i colleghi di lavoro sia maschi che femmine. E’una persona benvoluta nell’ambiente dove si è inserita. Il suo velo, dopo le prime curiose e anche legittime domande, è diventato una normalità.. Zineb sostiene che la sua è una scelta personale, così si sente più a posto, è meno incerta nei confronti dell’esterno e nello stesso tempo è un simbolo consapevole che dichiara con fierezza la sua appartenenza religiosa e culturale . Il marito preferisce che porti il foulard ma la lascerebbe, dice, libera di decidere.


Ma Zineb si spinge più in là nel rivendicare la libertà di non doversi piegare ai dettami delle mode, ad essere considerata per le sue capacità e non per il suo aspetto. E’ sinceramente contrariata per la grande esposizione di nudi in televisione che secondo lei degradano la dignità della donna.
E’ insomma una donna che si riconosce negli ideali femministi, che desidera pari opportunità ma che mantiene distinti i ruoli per quanto attiene alla sfera personale, familiare e sociale così come è previsto dai dettami della sua religione.


Mi chiedo allora, perché di fronte ad una differenza davvero irrilevante di abbigliamento come un semplice foulard che non nasconde il volto, si possa celare la miccia dell’intolleranza.
Quale paura si nasconde dietro al rifiuto di una persona diversa per religione e cultura ma uguale per competenze e capacità?


L’episodio accaduto a Fatima, che ha destato l’interesse dei mass-media, è esemplare nella sua stupidità. Come Zineb, Fatima è stata rifiutata per il suo abbigliamento e molto probabilmente come Zineb riuscirà alla fine e con tanta fatica a realizzare il suo desiderio e il suo impegno. Ma perché mai proprio una struttura educativa che dovrebbe addirittura cercare occasioni di questo tipo per rispondere alle nuove esigenze di società multietnica pensa di avere il diritto di condannare alla disoccupazione una donna che, probabilmente con fatica, è riuscita a conciliare la famiglia con il desiderio di fare un percorso formativo per accedere ad un lavoro qualificato.
Proprio quel lavoro che le serve per essere più indipendente, per rendere più dignitosa la sua presenze di cittadina immigrata, un lavoro che la integrerà definitivamente nel tessuto sociale italiano.


Perché mai un bimbo si dovrebbe spaventare per tale fatto quando ogni giorno gli si propinano immagini terribili di violenza, di oscenità e di imbecillità? Nessuno può credere che la vera ragione sia stata questa. La vera ragione è una miscela esplosiva di intolleranza, ignoranza, mala fede e strumentalizzazione per alzare - viene da pensare artificialmente - il livello dello scontro tra culture. Casomai il compito degli educatori sarebbe stato quello di mediare in modo costruttivo le diverse istanze nel rispetto delle condizioni di parità e di non discriminazione sancite dalla nostra legislazione.


Mai come in questi ultimi tempi. nei quali i conflitti tra culture e religioni si sono accentuati quasi sempre in modo strumentale, si sono inasprite anche le polemiche sui simboli visibili delle appartenenze religiose o etniche, tanto da mantenere la polemica su questo livello simbolico e facilmente strumentabilizzabile e non riconoscere che la convivenza va costruita sul riconoscimento delle differenze, sulla mediazione delle istanze, sul rispetto dei diritti fondamentali.
Tanto più si accentua l’intolleranza verso i diversi tanto più si accentuano i segni della propria appartenenza e se ne ingigantiscono e deformano i significati in ragione del proprio scopo.


Il velo di Zineb e di tutte le donne che come lei vogliono attenersi a questa tradizione, è probabilmente - letto con i codici della cultura occidentale - un simbolo di discriminazione, intolleranza, sessuofobia, costrizione e sottomissione. Ma guardato con un altro sguardoè anche molto altro, che possiamo in sintesi ricondurre ad una certa visione del corpo e della sessualità che non può essere vietata, come non si possono vietare i vestiti scollati, le minigonne o qualsiasi altro abbigliamento liberamente scelto.
Nella mia esperienza, il velo portato con libera scelta corrisponde spesso a donne estremamente consapevoli dell’importanza del loro ruolo, di persone che lottano per conquistare pari dignità nel mondo del lavoro, di persone impegnate nel sociale e nella sfera politica e religiosa e caratterizzate sicuramente più dalla curiosità di conoscere e scoprire l’altro…come primo passo verso l’emancipazione, piuttosto che da paure e fobie che si celano dietro l’ignoranza.



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