Fratelli d’Italia di GOFFREDO MAMELI - Testo e commento
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Prof. FABIO MARRI


Testo e commento


     Fratelli d’Italia     


di GOFFREDO MAMELI


Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.
Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamòDall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò



Commento all’Inno di Mameli


Goffredo Mameli (Genova 1827-Roma 1849), poeta-soldato (volontario garibaldino)


Inno (ovvero "Canto degli italiani") scritto a Genova nel 1847, 200° anniversario della rivolta di Genova contro gli austriaci di "Balilla" (v. 39). Musicato da Michele Novaro, altro patriota genovese amico di Mameli.


(per curiosità: un altro inno di Mameli, dal titolo Inno militare, fu musicato da Verdi. Per ulteriori notizie, chi lo desidera veda il libro Fratelli d’Italia. La vera storia dell’inno di Mameli, Mondadori 2001 (dove però manca un commento letterale).


Metrica: sono 5 strofe (non solo la prima, l’unica che si canta di solito!) di 8 versi senari (6 sillabe), intervallate da un ritornello di 3 versi sempre uguali, il cui 3° verso rima con l’ultimo verso di ogni strofa (creò: chiamò: suonò ecc.). Nelle strofe, si alternano versi sdruccioli (1-3-5: attenzione che Italia, Vittoria e Scipio sono sdruccioli perché l’ultima i è una vocale che fa sillaba, o meglio la farebbe in una pronuncia aulica, identica a quella latina) a versi piani, che rimano a coppie tra loro (desta: testa, chioma: Roma) Contenuti: la prima strofa richiama gli italiani alle glorie della romanità (come avevano già fatto Petrarca, Leopardi e tanti altri autori patriottici), il che sarà poi ripreso e accentuato dal fascismo: l’Italia (personificata) ha indossato l’elmo del condottiero romano Scipione (Scipio, come il nominativo latino: colui che liberò l’Italia dall’invasione del ‘barbaro’ Annibale); e davanti a lei, come ai tempi di Roma antica, gli sconfitti, e la Vittoria stessa, devono porgere la chioma in senso di sottomissione. Roma: sineddoche, la parte per il tutto, la capitale per lo stato intero. v. 2 desta: participio sincopato (o senza suffisso, o aggettivo verbale), invece che destata, come calpesti al v. 13.


Ritornello: v. 9 stringiamci: imperativo (ovvero congiuntivo esortativo) apocopato (come sotto l’indicativo siam 14,15; e vincer 30), con pronome enclitico (obbligatorio in questo caso; invece, residuo arcaico-poetico, dei primi tempi della lingua italiana, in raccolgaci al v. 16). Invece uniamoci amiamoci del v. 23 sono forme ‘normali’, non apocopate, perché la metrica non lo richiede. Coorte (tipico schieramento militare romano) è l’ultimo riferimento esplicito a Roma antica. Dopo L’Italia chiamò, nelle esecuzioni cantate odierne si sente spesso un Sì! che non è stato scritto da Mameli, ma –pare - suggerito da Novaro. Personalmente lo trovo ridicolo.


Strofe 2 e 3: esortazione agli italiani perché si uniscano, con linguaggio tipicamente risorgimentale e mazziniano (che a sua volta attingeva dal linguaggio religioso: vedi già i fratelli, come siamo tutti in quanto figli di Dio, secondo quanto ci ha insegnato il cristianesimo; poi Signore e Dio invocati nella strofa 3). vv. 12-13, noi siamo da secoli: la prima stesura diceva "noi fummo per secoli", a indicare che questa condizione è ormai sparita, annullata. Si ricordi che il passato remoto in it. indica non soltanto eventi lontani nel tempo, ma soprattutto eventi che oggi non hanno più valore, motivo d’essere (se invece hanno ancora una sopravvivenza odierna si usa il passato prossimo).


Notare popolo al v. 14, poi 25: parola oggi usata in tono prevalentemente ironico ("il popolo degli SMS", "il popolo milanista") ma che in Mazzini ("Dio e il popolo: ecco il programma dell’avvenire"), e ovviamente fino ai socialisti ("avanti popolo – alla riscossa" ecc. ) aveva un significato di ‘comunità strettamente unita, con ideali comuni’. Notare anche l’unica bandiera che si vorrebbe: chiaramente, il Tricolore, creato da pochi decenni. v. 17: speme, latinismo (cfr. accusativo spem) largamente usato dai poeti dell’epoca (Silvia è la speme di Leopardi). Sintatticamente, si noti che i due soggetti sono messi in fondo, dopo il verbo; libertà di cui la lingua italiana gode, a differenza del francese. v. 19: suonò (anche al v. 41) non sarebbe regolare, contrasta con la regola del dittongo mobile per cui solo le o e le e accentate dittongano (dunque la coniugazione regolare, raccomandata ancora da certe grammatiche recenti, sarebbe sonare sonata sonetto sonatori). Ma per analogia il dittongo si è esteso modernamente a molti verbi del genere (ad es. nuotare, vuotare e derivati). Esattamente il contrario Mameli fa al v. 37 scrivendo core, e cor al v. 52, secondo una tradizione poetica che risale addirittura alla poesia siciliana del Duecento (ricordarsi che in siciliano questi dittonghi non esistono!).


Quanto alla sintassi, la "licenza poetica" fa mettere prima la specificazione di fonderci che il soggetto l’ora.


Nella strofa 3 si ispessisce, come detto, il linguaggio cristiano o biblico: ad es. le vie del Signore potrebbero ricordare la via che il Dio degli Ebrei insegnò a Mosé per fuggire dall’Egitto. v. 27 Giuriamo far libero, sintassi alla latina senza preposizione di v. 29 per Dio ‘in nome di Dio’ o ‘come è vero Dio’ o anche ‘per mezzo di Dio’. Ovviamente qui il nome di Dio non è pronunciato invano, come semplice riempitivo, o peggio! (Per Dio, questo la mente talor vi muova, diceva Petrarca ai signorotti del suo tempo nella canzone all’Italia, E fuoco per Dio sui barbari invocava il già citato inno di Mameli-Verdi) v. 30 chi vincer ci può? Interrogativa retorica, con inversione (anastrofe), verbo principale (modale) in fondo


La strofa 4 è un excursus di storia italiana, esempi di ribellioni patriottiche che hanno dimostrato come gli italiani, se si uniscono, sanno vincere i dominatori stranieri, o perlomeno combattono alla pari (ancora cfr. Petrarca: che l’antico valore negli italici cor non è ancor morto)… Anche di questi temi c’è stato un certo sfruttamento dal fascismo (che si presentò agli italiani come il continuatore, il suggellatore della riscossa del Risorgimento, con la vittoria della 1^ guerra mondiale e le successive pretese di espansioni ulteriori, in Corsica, Albania, Africa ecc.).


Notare l’uso costante dell’antonomasia, cioè l’impiego di nomi propri (geografici e di persona) per designare eventi o tipi generali: dall’Alpe a Sicilia cioè in tutta Italia (cfr. Manzoni, Dalle Alpi alle Piramidi ecc.); v. 36 Legnano, la battaglia che la Lega dei comuni lombardi vinse nel 1176 contro l’imperatore tedesco Federico Barbarossa, per indicare che ogni località dell’Italia può diventare teatro di una battaglia vittoriosa, della riscossa contro i barbari (anche qui, è noto lo sfruttamento politico recente della "Lega Lombarda", il Carroccio, il giuramento di Pontida e tutti i simboli cui già Mameli allude). v. 36 Ferruccio, abusiva la pronuncia sdrucciola perché qui la i non è vocale ma segno ortofonico della c palatale; ma l’intenzione di Mameli era di fare un altro verso sdrucciolo, e dunque di pronunciare separato Ferruc –ci – o. Il rinvio storico va a Francesco Ferrucci, capitano dell’esercito fiorentino che a Gavinana nel 1530 si oppose all’invasione della Toscana da parte dell’imperatore Carlo V. A quell’episodio è legata anche la celebre frase (sebbene abbia notato che i giovani d’oggi non la conoscono più!) "vile, tu uccidi un uomo morto!", che Ferrucci avrebbe urlato al nemico Fabrizio Maramaldo che lo pugnalava mentre era a terra ferito (da qui anche il nome comune maramaldo e il verbo maramaldeggiare , usato perlomeno dai giornali sportivi a designare una squadra che stravince la partita, infierisce sull’avversario troppo inferiore). vv. 38-9: frase presa alla lettera dal fascismo, per il quale tutti i bambini erano chiamati "Balilla" (e la macchina ‘giovane’ della Fiat di quei tempi fu chiamata Balilla, e così il calciatore Meazza, che a 20 anni giocava già in nazionale). In origine, è parola dialettale genovese, termine affettuoso per "Battista" (Battista Perasso era il nome del ragazzo genovese che nel 1747 scagliò un sasso contro un cannone austriaco, al grido dialettale "ca l’inse", che inizi [la rivolta]). Dunque, dice Mameli con un’altra antomasia, tutti i bimbi italiano possono diventare dei piccoli ribelli contro la tirannia. vv. 40-41 allo stesso modo, ogni campana d’Italia (squilla è il sinonimo germanico, di uso poetico, caro ad es. a Leopardi) può annunciare la rivolta: riferimento ai "Vespri siciliani" del 1282, la rivolta contro il tiranno Carlo d’Angiò.Vespri: perché la rivolta scoppiò al tramonto ("vespro"), durante le funzioni religiose "vespertine" (notare, per la lingua., l’alternanza vespero / vespro, tra la forma intera, latineggiante, e quella con sincope della e atona, cone è spesso accaduto in italiano: vedrò andrò invece di vederò anderò)


L’ultima strofa si riferisce all’attualità, delle ultime rivolte contro l’impero austriaco soffocate nel sangue: vv. 45-6 altra inversione, con soggetto alla fine: le spade vendute, sineddoche per i mercenari, quelli di altra nazionalità che stanno al servizio dell’invasore straniero (chi ricorda le ironie e, alla fine, la compassione di Giusti in Sant’Ambrogio verso i croati, soldati dell’esercito austriaco? E anche il secondo inno di Mameli chiedeva fuoco per Dio sui barbari / sulle vendute schiere): sono giunchi, canne da palude, che piegano (uso intransitivo assoluto di un verbo che solitamente è transitivo; ce ne sono esempi già in Dante, "le fronde, tremolando… piegavano") vv. 47-48: metafora, l’aquila "bicipite" (con due teste), simbolo dell’Austria, ha perso le sue penne con le rivolte in Italia e Polonia, che hanno cominciato a ‘spennarla’ (qui Mameli sembra anticipare le rivolte in tutta Europa del 1848); ha bevuto (bevé, forma rara e oggi da non usare di passato remoto debole, anziché il regolare passato forte bevve con raddoppiamento della consonante), in compagnia del soldato cosacco (altra sineddoche, il particolare per il generale: ‘il russo’; ma si pensi anche all’aura di ferocia che circondava i cosacchi, a differenza dei comuni russi). Ma questo sangue ha bruciato il cuore (altra metafora) all’aquila.


Dunque, la storia messa al servizio dell’attualità e usata come esortazione. Sappiamo anche che la censura piemontese intervenne sull’inno e soppresse, almeno per i primi tempi, l’ultima strofa: che è anche quella che ha più perso di valore, oggi, e assolutamente non viene mai ricordata. Ma la filologia deve anche tener conto di quello che oggi non va di moda.


Per completezza e curiostà, ricordo che la fama dell’inno ha suscitato diversi controcanti, che prendendo spunto dai versi di Mameli finivano per asserire tutt’altro: nel 1850, il patriota lombardo Carlo Cattaneo, deluso dal fallimento del ’48, scrisse: "Che dite? L’Italia / non anco s’è desta, / convulsa, sonnambula / scrollava la testa" (notare le stesse rime desta: testa).


Meno seriamente, Dario Fo, nello show Gli arcangeli non giocano a flipper, ha inventato un coro di impiegati, di burocrati ministeriali (notoriamente accusati di essere degli sfaticati e degli insabbiatori), che cantano:Fratelli d’ufficio, alziamo la testa / del genio dei bolli cantiamo le gesta; / alziam gli sportelli, laudiamo al Signore / che per nostro amore qui tutto creò.


Al di là del dubbio valore letterario, è da notare il riuso sarcastico della stessa terminologia di Mameli.


A.A. 2004/2005 - Marri, Fabio, Testo e commento: Mameli, Fratelli d'Italia







Documento PDF



http://amscampus.cib.unibo.it/archive/00001190/


 


Audio     (6 MB)  (testo di Goffredo Mameli - musica di Michele Novaro)


 


 



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