Difendere la scuola pubblica, autogestire la formazione - incontro con lo studioso portoghese Boaventura Souza Santos
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SOUZA SANTOS
«Cultura, un bene comune»
«Difendere la scuola pubblica, autogestire la formazione»
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE


Per incontare lo studioso portoghese Boaventura Souza Santos bisogna superare mille difficoltà, rappresentatate da altrettante persone che voglio farsi fotografare con lui, parlargli dei progetti sociali a cui partecipano, farsi fare un autografo su una copia di un suo libro. Da questa parte del mondo Boaventura, filosofo del diritto, è una specie di piccola star, mentre in Italia solo recentemente sono apparsi alcuni suoi scritti sulla rivista Democrazia e diritto, mentre la casa editrice Città aperta ha pubblicato un libro da lui curato («Democratizzare la democrazia») e un piccolo saggio dedicato al «popolo di Porto Alegre». Ieri mattina Boaventura parlava in un seminario sui processi di «mercificazione della cultura» al termine del quale lo abbiamo incontrato.

Lei ha parlato del diritto di accesso alla cultura come un diritto universale. Ma nel mondo non sempre è così. Oppure esiste solo in base al censo....

In Europa, questo diritto è stato garantito dalla scuola pubblica. Ma da alcuni anni anche nel vecchio continente vi è una tendenza alla privatizzazione dell'università, una tendenza che va contrastata. Noi tutti siamo cresciuti con la convinzione che l'acculturazione sia lo strumento per formare cittadini consapevoli dei propri diritti e che quindi preserva dai processi di esclusione sociale. Per molti aspetti questa rimane un'idea valida, ma ci sono anche altri sentieri che sono stati battuti. Prendiamo le esperienze delle università autonome o di quelle popolari. Le prime rivendicavano l'autonomia della cultura da qualsiasi ingerenza sia politica che economica. Le seconde nascevano, invece, come risposta all'esclusione dalla cultura, dall'educazione, insomma dalla formazione voluta dalle elite dominanti in molti paesi nel Sud del mondo.

Mi sembra che siano esperienze esportabili anche in Europa o negli Stati uniti. E tuttavia, io ritengo che ci debba essere una politica statale che favorisca l'accesso alla cultura. Bisognerebbe pensare a un sistema dove lo stato garantisca il diritto alla cultura attraverso ingenti finanziamenti e aiuti anche quelle esperienze di autorganizzazione della formazione. Ma bisogna fare attenzione: va assolumente garantito il carattere pluralistico dell'insegnamento.

Qui al Forum sociale si parla molto del diritto alla educazione, ma allo stesso tempo viene sottolineato che la formazione è un diritto che va riconosciuto perché consente di entrare nel mercato del lavoro, visto che nell'economia la conoscenza assume un ruolo sempre più importante. Prendiamo, ad esempio, le imprese transnazionali che vanno in India, Cina, Filippine e altri paesi. Lo fanno perché pagano salari molto più bassi che in Europa o negli Usa, ma anche perché sono paesi che nel loro processo di modernizzazione hanno puntato molto alla formazione di buoni tecnici, ingegneri, fisici, matematici. Ecco, dovremmo cominciare a pensare alla cultura come una una delle componenti che stanno ridisegnando l'economia mondiale e misurare l'affermazione del diritto di accesso alla cultura con questa nuova realtà.

Un altro dei temi che tengono banco in questa edizione del forum sociale mondiale è a democrazia. Bisogna però dire che spesso, in passato, la democrazia è stata lo strumento usato per garantire e riprodurre il potere delle elite dominanti. Lei ha spesso scritto che bisogna democratizzare la democrazia. Pensava forse a questa contraddizione?

Non nego che sia avvenuto e avvenga tutt'ora ciò che lei dice. Ma io sono portato a considerare la democrazia come un processo in cui entrano in campo istituzioni, diritti, ma anche movimenti sociali. La democrazia va quindi affermata come un processo conflittuale, dinamico, aperto alla trasformazione. Nel Sud del mondo, ad esempio, molti studiosi hanno considerato i diritti di cittadinanza come la negazione delle forme oligarchiche del potere statale nei loro paesi. D'accordo con loro, ma dobbiamo pensare a diritti di cittadinanza flessibili, perché nel Nord come nel Sud del mondo ci sono grupppi sociali, culturali, etnici che vogliono vedere riconosciuta la loro diversità. Così come pensiamo alla democrazia come a un processo conflittuale e dinamico, dobbiamo pensare nello stesso modo ai diritti di cittadinanza.

Veniamo al rapporto tra movimenti sociali e potere politico nazionale e sovranzionale. Un nodo spinoso, che accende gli animi....

Finché si discute con passione significa che il problema merita di essere affrontato. Io considero i movimenti sociali come una forma della politica. Non credo, cioè, alla divisione classica tra lotte sociali e sintesi superiore della politica. I movimenti sociali sono dunque realtà politiche che sono portate a riflettere sul loro fare. Ma in questa riflessione deve entrare un ulteriore elemento: come la loro azione modifica le istituzioni. Uso un termine neutro, perché sono mutamenti contradditori e non sempre auspicabili. Servirebbe una pratica teorica che partendo dai conflitti sociali indichi anche la strada maestra della trasformazione anche delle istituzioni.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/29-Gennaio-2005/art41.html



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