L'Europa e le sue radici - Giovanni Lajolo, sul ''Ruolo della Chiesa e dei cristiani nel futuro dell'Europa'' - a cura di Mattia Bianchi 10/09/2005
Cracovia, Conferenza internazionale della Pontificia Accademia di Teologia
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L'Europa e le sue radici


Mattia Bianchi10/09/2005
http://www.korazym.org/news1.asp?Id=14619


L'intervento di mons. Giovanni Lajolo, sul ''Ruolo della Chiesa e dei cristiani nel futuro dell'Europa'', pronunciato a Cracovia durante la Conferenza internazionale della Pontificia Accademia di Teologia.


Maggioranza numerica dei cittadini europei, i cristiani del Vecchio continente non solo non hanno un corrispondente peso politico, sociale e culturale, ma si vedono ''tollerati'', quando non respinti, come è accaduto, in quanto definiti ''non omogenei'' alla cultura moderna e contrari al ''politicamente corretto''. Nella convinzione che, invece, ''il cristianesimo è il solo valore unificante tra i diversi Paesi europei'', mons. Giovanni Lajolo, 'ministro degli esteri' del papa, vuole che essi intervengano nel mondo ''laico'' con competenza, senza complessi di inferiorità, anzi con ''fierezza'' e con intraprendenza. In un intervento a Cracovia sul ''Ruolo della Chiesa e dei cristiani nel futuro dell'Europa'', il testo del quale è stato diffuso in Vaticano, mons. Lajolo, ha rivendicato il sostegno che la Chiesa ha sempre dato ad una maggiore coesione sociale e politica dell'Europa. Vi proponiamo la versione integrale…

Il testo integrale

1. Ringrazio vivamente Sua Eccellenza Monsignor Tadeusz Pieronek per l’invito rivoltomi a parlare in questa prestigiosa Pontificia Accademia di Teologia ad apertura di questa quinta Conferenza Internazionale nel ciclo di incontri dal titolo: “Il ruolo della Chiesa Cattolica nel processo dell’integrazione europea”. E saluto cordialmente Sua Eccellenza Mons. Józef Kowalczyk, Nunzio Apostolico in Polonia, e Sua Eccellenza Mons. Stanisław Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, Mons. Jan Dyduch, Rettore di questa Pontificia Accademia di Teologia, e tutti i partecipanti a questo incontro. Il Santo Padre Benedetto XVI, informato di questo mio impegno a Cracovia, mi ha incaricato di trasmettere a tutti il Suo paterno saluto e la Sua benedizione apostolica.

2. Nell’accingermi ora a trattare il tema che mi è stato proposto – Il ruolo della Chiesa e dei cristiani nel futuro dell’Europa – non posso sottrarmi quasi all’impressione di farlo alla presenza spirituale di quel grande Pontefice che è stato Giovanni Paolo II. E ciò per una serie di ovvi motivi:
Il primo: sono nella “sua” Cracovia, e da lui questa Accademia Teologica è stata onorata del titolo di Pontificia.
Il secondo: Giovanni Paolo II ha svolto un ruolo storico riconosciuto nel far crollare, proprio a partire dalla Polonia, l’innaturale divisione dell’Europa imposta da un’ideologia materialista e da un potere antiumano.
Il terzo: il pensiero sul futuro dell’Europa fa parte del suo Magistero e si espresse in numerosissimi interventi, anche di grande impegno dottrinale, dall’inizio del suo lungo pontificato fino alla fine. La sua Esortazione Post-sinodale “Ecclesia in Europa” del 28 giugno 2003 ne presenta una sintesi pregnante nel capitolo VI.
Il quarto: Nel dicembre dello scorso anno, egli stesso, informato dell’invito che mi è stato rivolto di tenere questa conferenza, mi esortò – in una di quelle per me indimenticabili udienze che mi concedeva settimanalmente – a superare le mie esitazioni di fronte ad un tema così impegnativo. A lui va dunque in questo momento il mio pensiero, sempre pieno di ammirazione e di gratitudine. Ed è ben naturale che tali miei sentimenti si estendano a questa terra polacca, che ha dato alla Chiesa e all’umanità un frutto così meraviglioso, nato dalle sue più profonde ed autentiche radici umane e cristiane.

3. A succedere a Giovanni Paolo II è stato eletto il Cardinale Joseph Ratzinger, che ha assunto il nome di Benedetto XVI. Già nella scelta del nome v’è un inequivocabile riferimento ai valori cristiani dell’Europa, di cui San Benedetto è patrono, come egli stesso non ha mancato di spiegare (1). Il suo interesse alla questione Europea non data da tempi recenti. Numerosi e sempre di attualità e di alta portata speculativa, come da attendersi da un così grande pensatore e teologo, le sue analisi sulla situazione e le prospettive dell’Europa (2). Non dubito che su questo tema egli avrà occasione di tornare, nella sua veste di Romano Pontefice, negli anni a venire. Del resto l’attenzione dei Papi per l’Europa – ed intendo riferirmi solo all’Europa della seconda metà del XX secolo – è stata sempre viva, e sempre propositiva. Vorrei solo menzionare il suggestivo Discorso di Paolo VI al Simposio dei Vescovi d’Europa del 18 ottobre 1975; e prima ancora, Pio XII, che già nel 1948 appoggiò pubblicamente l’idea della formazione di una “Unione Europea”, per la quale il cristianesimo doveva costituire un forte fattore di identità ed unità.

4. Quanto accennato mostra che la Chiesa – e la Chiesa al suo più alto livello – ha detto ed ha qualcosa da dire circa il futuro dell’Europa. Ma vorrei ora venire al tema più specifico che mi è stato assegnato. Premetto: le mie riflessioni non intendono essere né di alta speculazione dottrinale né in realtà molto originali, ma, in compenso, possibilmente concrete e chiare.

5. Parlando del ruolo della Chiesa e dei cristiani – come suona il titolo di questa conferenza – già si indicano due problematiche formalmente diverse e specificamente distinte. La Chiesa è per natura sua diversa da qualsiasi comunità politica, ponendosi come autonoma ed indipendente; è così anche a livello politico europeo. Ciò vale, ovviamente, anche in senso inverso da parte di ogni comunità politica nei confronti della Chiesa. In merito non ho bisogno di rinviare alla ben nota dottrina del Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr. Gaudium et spes, cap. IV), in continuità con la classica dottrina del Ius Publicum Ecclesiasticum. Diversa è la posizione dei fedeli cristiani, i quali, in quanto cittadini, e per le nostre considerazioni in quanto cittadini  europei, sono a pieno titolo corresponsabili del configurarsi istituzionale e dell’evoluzione storica del loro Paese e dell’Europa.



Precisato questo diverso posizionamento della Chiesa e dei fedeli cristiani, devo però subito rilevare anche una loro relazione fondamentalmente identica, o, meglio, una modalità fondamentalmente identica, comune tanto alla Chiesa come istituzione quanto ai cristiani come cittadini, nel loro influire sul fenomeno politico Europa (e qui vorrei introdurre una non irrilevante precisazione terminologica: parlo dell’Europa in maniera indifferenziata, quale essa è rappresentata nell’Unione Europea, nel Consiglio d’Europa e nell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa: l’Unione Europea in realtà, al presente, più ristretta della realtà geografica dell’Europa, il Consiglio d’Europa e l’OSCE estendentisi ad una realtà geografica più ampia dell’Europa, ma con un baricentro politico in Europa). Qual è questa modalità fondamentale identica comune? È quella di esserci. Cioè è la loro presenza – della Chiesa in quanto istituzione originaria e del resto preesistente all’Europa come concetto politico, e la presenza dei cristiani in quanto membri della Chiesa e cittadini dell’Europa –; è la loro presenza come realtà umana, sociale, concretamente percepibile nella sua identità religiosa e non confondibile con alcun’altra realtà.

Sarebbe una falsificazione politica se l’Europa volesse ignorare tale realtà o prescindere da essa – come talune forze politiche vorrebbero – e ridurre il fenomeno Chiesa ed il fenomeno cristiani ad un aspetto interiore dell’esperienza umana, al più privatistico, e comunque irrilevante alla natura pubblica della comunità politica. La presenza stessa della Chiesa, dico. Essa è in sé testimonianza di una realtà che limita la potenziale onnipresenza dello Stato; essa è testimonianza di un ambito della realtà umana e sociale, che non è determinata solo da categorie intramondane; essa è la “città sopra il monte” che vive in una dimensione diversa ed irradia una luce propria, che non può non essere vista. Dice una estensione della realtà umana, ma anche un limite della realtà politica.



È la presenza stessa dei cristiani. Se la comunità politica è giustamente preoccupata della propria coesione sociale, ciò non può avvenire disconoscendo una realtà profonda dei suoi cittadini: la loro appartenenza religiosa. Qualunque essa sia. E ciò comporta, per la comunità civile, una duplice conseguenza.

La prima: la tutela della libertà religiosa dei suoi cittadini, nelle sue manifestazioni individuali e sociali. Se la tutela della libertà è, genericamente, la tutela di rapporti interpersonali nel loro dipendere dalla volontà dei soggetti, la tutela della libertà religiosa mira – nella sua prima origine e nel suo ultimo fine – alla tutela dei rapporti tra la persona umana e Dio: rapporti che, per il credente, sono di tutti i più importanti, e quelli che logicamente condizionano ogni suo altro rapporto personale. Per questo Giovanni Paolo II non ha esitato a dichiarare che il diritto alla libertà religiosa è, tra i diversi diritti di libertà, quello fondamentale (3).

La seconda: il rispetto dell’identità religiosa. Essa è indissolubilmente legata alla prima conseguenza, ma dice qualcosa di più: dice che l’essere e l’apparire del credente, che si manifesta come tale nell’ambito secolare, profano, o laico che dir si voglia, non può essere considerato come un’apparizione di un elemento eterogeneo all’essere sociale (se non addirittura alquanto curioso), ma come parte connaturale del contesto sociale concreto. Quanto detto vale, o dovrebbe valere, beninteso, ovunque e nei confronti di tutti, dei credenti di qualsiasi religione; ma in Europa, senza possibilità di riserve, nei confronti dei credenti cristiani, essendo le cifre che li riguardano le seguenti: nell’Unione Europea attuale, su di una popolazione di 456.581.000 i cristiani sono 368.870.000 ed i cattolici 262.690.000; nell’ambito del Consiglio d’Europa su di una popolazione di 821.429.000 i cristiani sono 476.082.000 e i cattolici 284.092.000. Nell’ambito dell’OSCE 1.202.129.000 i cristiani sono 727.902.000 e i cattolici 357.772.000. In breve, il peso della presenza dei cristiani, e specificamente dei cattolici, nella compagine europea non può essere disconosciuto con il pretesto di una cosiddetta laicità della comunità politica.

A voler essere realisti, ben più va detto. La presenza della Chiesa e dei cristiani in Europa deve essere accettata per quello che essa è stata nella storia dell’Europa stessa, è al presente e sarà in futuro. Il cristianesimo è il solo vero fattore unificante tra i diversi Paesi europei, diversi per carattere etnico, per lingua, per cultura. Nonostante tale variegata diversità – anch’essa una ricchezza da tutelare con cura – si riscontra ovunque una fondamentale comunanza nella concezione della natura e della dignità dell’uomo e del suo ultimo destino, nella percezione di specifici valori sociali e nella loro espressione nelle massime manifestazioni culturali sia letterarie che artistiche: basti pensare alle cattedrali, poderose sintesi di vita: e all’origine ne è il cristianesimo. Esso per primo ha non solo permesso, ma imposto la distinzione dei due poteri, quello religioso e quello civile (4); esso ha dato un dinamismo fortemente responsabile all’attività sociale, a partire dall’attenzione ai più poveri; è da esso che sono sgorgate – sia pure in un processo drammaticamente doloroso – i grandi princípi dell’uguaglianza, della libertà e della fraternità che sono alla base dello Stato moderno. Giovanni Paolo II non ha esitato ad asserirlo con forza in occasione del suo primo viaggio apostolico in Francia nel 1980 (5). In Europa, come in nessun altro continente, il cristianesimo è stato, anche a livello sociale, portatore della benedizione promessa ad Abramo, nostro Padre nella Fede, e lo sarà anche in futuro.

6. Vorrei ora passare ad indicare per summa capita quale può essere il contributo specifico della Chiesa e dei cristiani, oltre al loro semplice esistere come tali, rispetto all’Europa. Due sono, mi sembra, le coordinate fondamentali dell’agire della Chiesa, che corrispondono a due coordinate fondamentali dell’essere umano: la verità e l’amore.

La prima: la Chiesa è “columna et firmamentum veritatis” (1Tim. 3, 15). Il Cardinale Ratzinger in un discorso che non mancò di colpire l’opinione pubblica, parlando dell’odierna società non ha esitato a parlare di “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo” (omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005). Forse in nessun altro continente del mondo oggi è diffusa, o, meglio, si vuol diffondere, tanta sfiducia nella capacità dell’uomo a raggiungere la certezza su verità ultime, come in Europa. E per questo, con l’idea stessa dell’essere, anche il concetto di natura si sgretola, il principio della dignità della persona umana tende a vanificarsi, e si mette così in pericolo la vivibilità stessa della vita dell’uomo nei suoi momenti più critici. La Chiesa, al contrario, è – così come è sempre stata – una vera paladina della ragione umana, capace di raggiungere non solo verità matematiche o verità delle scienze fisiche naturali, ma le verità ultime sull’uomo: quelle che sole possono manifestare il senso decisivo della nostra condizione umana e consentono quindi i grandi orientamenti dello spirito, ne fondano le certezze, ne illuminano il costante perseguimento pur nell’instabilità della condizione umana.

La seconda: la Chiesa è “communio caritatis” (cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 13). In essa si riflette – certo solo in maniera parziale e storicamente sempre perfettibile – il mistero della Comunione Trinitaria. La Chiesa è comunione di tutte le Chiese particolari con quella di Roma e tra di loro. E la Chiesa, come comunità cattolica, cioè universale, è presente nelle Chiese particolari e si realizza in esse e attraverso di esse. Nella Chiesa si attua, come in nessun’altra realtà umana, l’unità del tutto nella diversità delle parti; in essa si rispecchia la varietà delle genti, delle loro lingue, dei loro costumi e delle loro tradizioni nell’unicità della fede e della morale e della struttura canonica di base; e, se mirabilmente differenziati sono i riti, una resta la liturgia. E l’unità dell’insieme non mortifica, ma dà vigore all’originalità delle Chiese locali ed alla loro capacità di irradiazione. È così che la Chiesa si fa spontaneamente fattore di unità tra le diverse nazioni; e non sorprende pertanto che la Chiesa inviti l’Europa ad una maggiore coesione sociale e politica, ma al contempo a respirare “a due polmoni” (intendendo con tale metafora la cultura dell’Occidente e quella dell’Oriente europeo), nel rispetto della identità propria delle singole nazioni. Giovanni Paolo II è stato su questo punto esplicito, e non in una sola occasione (6). Forse, se si fosse data adeguata attenzione a tale fondamentale esigenza ed alla sempre viva sensibilità nazionale dei diversi Paesi, l’Europa non avrebbe dovuto subire lo smacco dell’esito negativo del referendum sul Trattato Costituzionale, solennemente firmato a Roma il 29 ottobre 2004, da parte di due Stati fondatori.



La Chiesa è però anche “communio caritatis”, “una et catholica” secondo una dimensione diacronica: “ab Abel usque ad caelestem Jerusalem” (cfr. Lumen gentium, 2). Il passato è presente non solo come memoria di ciò che fu e non è più, ma anche di ciò che, posto nel passato, persiste come attualità del vissuto nell’ambito della fede in Dio, che è il Dio di Gesù Cristo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei viventi e non dei morti (cfr. Mt. 22, 32) (7). E la Chiesa continua ad attingere al suo passato, nulla rinnegando di ciò che è stata nel suo lungo pellegrinaggio: di ciò che è bene e che essa vuol continuare a mettere a frutto, ma anche di ciò che è male, e di cui ha ragione di pentirsi e si pente (la Chiesa è l’unica istituzione – finora – che si è dimostrata capace di pentimento), e dal quale vuole purificarsi per un avvenire più degno della sua origine divina e delle sue radici storiche.

In questo grande contesto spirituale non può sorprendere il fatto che il Papa Giovanni Paolo II, sin dall’inizio del suo Pontificato, abbia esortato l’Europa ad essere consapevole delle sue radici. Appello ripetuto, insistente, presentato con un crescendo di interventi ed istanze, a tutti i livelli. Purtroppo caduto come un buon seme sul terreno arido e spinoso di taluni politici, incapaci di una visione alta e serena della storia; ma anche, come si è visto, accolto come un seme buono sul terreno buono di tante persone private e pubbliche, e che non mancherà di dare i suoi frutti a suo tempo. Perché le radici cristiane dell’Europa sono vive e vitali – come non riconoscerlo? –: hanno dato frutti preziosissimi nel passato; li danno oggi, sotto i nostri occhi; dovranno darne, ed ancor più, in futuro.

Nel ricordare queste due coordinate della realtà della Chiesa non si può però fare a meno di rilevare anche come esse siano poste in crisi, e sottoposte quindi a verifica, da un fenomeno storico che proprio in Europa trae la sua origine: la profonda frattura nel corpo sociale dei cristiani intervenuta nel secolo XVI. Essa tocca entrambe le coordinate, quella della verità e quella della carità. Ma va parimenti rilevato che proprio da esse si è venuto evidenziando quello che vorrei definire “l’imperativo ecumenico”; ed esso ha una sua naturale irradiazione dalla ricerca della compiuta unità della Chiesa alla volontà dell’unità europea. Mi sia permesso di citare in proposito Giovanni Paolo II: “Oggi si risveglia fra i cristiani d’Europa una coscienza nuova, della loro specifica responsabilità nella costruzione di un’Europa unita, che tragga ispirazione ed energia da quella tradizione cristiana che unisce tutti i popoli. ... Va crescendo fra i cristiani divisi l’istanza profonda di ritrovare la loro unità storica per costruire insieme la dimora della famiglia dei popoli europei. L’unità dei cristiani è profondamente connessa all’unificazione del continente: questa è la nostra vocazione e il nostro compito storico nell’ora presente” (8).

7. Date le coordinate fondamentali di cui ho detto, è facile indicare alcune istituzioni di diverso, ma sempre grande rilievo pubblico, per le quali la Chiesa ha dato, e non cesserà mai di dare, un suo contributo specifico. Esse sono state indicate da Giovanni Paolo II in diversi suoi interventi concernenti l’Europa. Ne indico brevemente tre.

a.  La famiglia. Fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna ed aperta alla vita, secondo la legge prescritta da Dio nella natura della persona umana. Proprio in Europa la famiglia è da più parti minacciata ed equiparata ad altre unioni di natura diversa, e talvolta contro natura, aventi una funzione sostanzialmente diversa rispetto allo sviluppo integrale della persona ed alla società. La Chiesa, richiamando al rispetto della natura, a non discriminare la famiglia imponendo un comune trattamento legislativo a rapporti sociali radicalmente diversi, ed anche a tutelare i giovani da una pericolosa trappola loro tesa dalla possibilità di unioni omosessuali sancite – e così in qualche modo giustificate – dalla legge, la Chiesa dà per ciò stesso un contributo fondamentale alla società europea, perché la famiglia è il luogo naturale della trasmissione non solo della vita, ma anche dei più alti valori che la rendono degna di essere vissuta affrontando ogni nobile sacrificio. Inoltre, per la Chiesa la famiglia cristiana ha una sacralità che trascende gli aspetti puramente naturali: perché in essa si rispecchia l’amore tra Cristo e la Chiesa, un amore casto e fecondo e pronto al sacrificio: il vero amore. Non può quindi sorprendere che la famiglia sia al centro del suo appassionato interesse.

b. Gli istituti educativi, dagli asili nido fino alle scuole universitarie. È superfluo rilevare la particolare presenza e l’incomparabile apporto storico proprio della Chiesa in tale settore. La Chiesa è “Mater et Magistra”. Si tratta di un settore della società molto complesso ed ampiamente differenziato. Nell’Europa che si va costruendo, pur restando tale settore nella competenza degli Stati, sarà inevitabile che si instaurino livelli di qualità e criteri di valutazione comuni ed equiparabili. Su alcuni aspetti la Chiesa non potrà non continuare ad insistere.
Per gli istituti di istruzione ed educazione dei minori la Chiesa rivendica la responsabilità primaria dei genitori: i ragazzi prima di essere cittadini dello Stato sono loro figli. La scuola pubblica ha solo una funzione sussidiaria, e la legislazione deve tenerne conto. Per quanto concerne gli istituti superiori di cultura un aspetto imprescindibile è la piena libertà di ricerca e di insegnamento che deve essere loro garantita. A tale riguardo il Card. Ratzinger non ha mancato di mettere in guardia da un non immaginario grave pericolo: “l’apparente scientificità nasconde un dogmatismo intollerante: lo spirito è prodotto della materia; la morale è prodotto delle circostanze e deve venire definita e praticata a seconda degli scopi della società; tutto ciò che serve a favorire l’avvento dello stato finale felice è morale. Qui il sovvertimento dei valori che avevano costruito l’Europa è completo” (9). La Chiesa non può non ricordare anche che la scienza, per essere veramente a servizio dell’uomo non può mai svilupparsi a pregiudizio della sua dignità: l’uomo – dal primo momento del suo concepimento fino al suo termine naturale – è sempre fine, non è mai mezzo. E ciò sia detto specificamente in riferimento a quelle nuove possibilità della ricerca scientifica che si sono aperte in questi ultimi anni nel campo della biogenetica.

Come il Concilio Vaticano II ha sottolineato con forza, la Chiesa rivendica anche per sé il diritto di avere le proprie scuole e le proprie università. Il contributo specifico che esse offrono, rappresenta un arricchimento dell’offerta educativa e culturale, come ampiamente dimostrato nei Paesi in cui la Chiesa gestisce le sue scuole e le sue università. Come nell’Europa dei secoli passati, così per il futuro la Chiesa si sente chiamata a dare un proprio contributo culturale, non di seconda linea, ma originale ed innovativo.

c. Le istituzioni assistenziali. Come della storia delle università, così non si può omettere di rilevare che anche la storia degli ospizi ed ospedali in Europa è parte propria della storia della Chiesa, ed essa rivendica sempre un proprio diritto ad avere le proprie istituzioni assistenziali non solo in funzione integrativa rispetto a quelle statali, ma proprio per la missione che ha ricevuto da Cristo  “infirmos curate” (Mt. 10, 8; Lc. 10, 9) e per le sue parole ammonitrici “pauperes semper habetis vobiscum” (Mt. 26,11), quei poveri in cui egli sempre si riconosce (cfr. Mt. 25, 40). È ben noto del resto come di fatto la Chiesa sia in prima linea nell’assistenza qualificata in favore di molti portatori di handicap, di tossicodipendenti e di malati di AIDS. Anche in questo campo le istituzioni della Chiesa, per la loro professionalità ma ancor più per loro fisionomia spirituale e la loro sostanziale unità di indirizzo morale, costituiscono, oltre che un prezioso servizio sociale, un fattore di coesione ed un arricchimento nel panorama europeo delle istituzioni sociali. Il contributo sociale di tali istituzioni della Chiesa va riconosciuto, nel rispetto della loro specifica ispirazione morale.

d. Completezza vorrebbe che facessi parola anche di diversi altri momenti del contributo della Chiesa in campo sociale; mi permetto di accennare solo ad una questione di carattere generale. Nelle controversie di questi ultimi tempi in campo europeo, ci si è posti talvolta il quesito se in Europa debba valere piuttosto il principio del libero mercato – proprio del liberalismo – o quello dello “stato del benessere” (Welfare State) – proprio del socialismo democratico –. È riaffiorato per così dire il dissidio tra due anime presenti in Europa, o anche tra due diverse esperienze storiche. Senza voler entrare in determinazioni politiche, la Chiesa offre la sua dottrina sociale che porta all’armoniosa unità il principio personalistico con quello solidaristico, come ampiamente esposto nelle encicliche sociali dei Papi. E qui non posso non ricordare le encicliche di Giovanni Paolo II: Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, e Centesimus annus – un grande trittico di dottrina sociale –, che espressamente si riallaccia e sviluppa il Magistero in materia dei suoi predecessori a partire da Leone XIII fino a Paolo VI. L’Europa degli anni a venire farà bene a tenere presente questi insegnamenti della Chiesa, che sono quelli dettati da uno spirito che sa respingere troppo facili alternative di “aut – aut”, e comporre gli “et – et” non in un ibrido di carattere pragmatico ma in una sintesi fondata sulla natura stessa dell’essere umano, persona sociale, e volta allo sviluppo integrale della sua personalità.

8. Poco tempo mi rimane per dire qualcosa sul ruolo dei cittadini cristiani per il futuro dell’Europa. Ho già rilevato che essi costituiscono la maggioranza dei cittadini europei. Ma essi sono solo una maggioranza anagrafica; non hanno un peso corrispondente al loro numero negli organi del potere politico, nei mass-media e nell’opinione pubblica, né nelle più influenti istituzioni culturali; anzi non mancano episodi in cui si fa avvertire che la loro presenza viene tollerata con sufficienza, se non addirittura respinta come non omogenea ad una moderna cultura, cioè ad una cultura secolarista, e le loro convinzioni come poco consone al principio del “politicamente corretto”.

Il contributo che i cristiani possono dare all’Europa in tale situazione è pertanto subordinato a come essi lo possono dare. A questo riguardo mi sembra che si richiedano alcuni requisiti soggettivi, senza i quali essi non potranno portare quel contributo loro proprio, di cui l’Europa indubbiamente ha bisogno. Il primo: la competenza. Nella Prima Lettera di Pietro i cristiani vengono invitati a saper dare ragione della speranza che è in loro (cfr. 1Pt. 3, 15). È quell’atteggiamento dialogico di fondo che deve caratterizzare tutta la vita del crisitano, ma tanto più in materia sociale. Mai come oggi il principio di autorità non è accettato; ma noi abbiamo le ragioni migliori; dobbiamo conoscerle e presentarle in maniera adeguata. Recentemente la Chiesa ha messo nelle mani di tutti dei sussidi semplici e validissimi, quali il Catechismo della Chiesa Cattolica ed il relativo Compendio ed il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. Restano poi anche i grandi testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, molto ricordati nei titoli ma poco conosciuti nel contenuto. Vi sono le due grandi encicliche di Giovanni Paolo II Veritatis splendor e Fides et ratio, che trattano questioni di fondo della cultura contemporanea. Tutti questi documenti dovrebbero appartenere al bagaglio culturale minimo di ogni fedele cristiano impegnato ad un certo livello. Di fronte a nuovi problemi che richiedono una conoscenza specifica bisogna però anche avere la curiosità intellettuale per comprenderne bene i termini, e la passione culturale per trovarne la soluzione alla luce della ragione, confortata dalla dottrina della Chiesa.

Secondo: la fierezza. Un’umile fierezza. Bisogna saper andare allo scoperto e non intimorirsi di fronte alle consuete accuse di fondamentalismo, clericalismo, fideismo, o simili, che ci vengono rivolte proprio da coloro che da tali “ismi” sono contagiati. I cristiani non debbono soffrire di alcun complesso di inferiorità; e non v’è corrente di pensiero o dottrina politica che debba farci sentire indietro rispetto al passo dei tempi; se altri vantano il contributo dell’illuminismo, i cristiani sanno di essere “figli della luce e figli del giorno” (1Ts. 5,5); se altri vantano la forza del razionalismo, i cristiani sono pronti a discutere con tutti sulla base di argomenti validi alla sola luce della ragione, ma sanno che vi sono anche “le ragioni del cuore, che la ragione non conosce” (Pascal) – la vera ragione sa riconoscere i propri limiti – (ed essi sanno in più che v’è una stoltezza ed una debolezza umana che è però sapienza e forza di Dio; cfr. 1Cor. 1, 25); se altri si vantano del loro radicalismo, i cristiani sanno che nessun radicalismo è paragonabile alla radicalità evangelica, e sanno che le loro radici affondano in Cristo stesso, essi sono “radicati et superaedificati in Christo” (Col. 2, 7), l’unico Salvatore del mondo, cioè dell’uomo nella sua totalità di anima e corpo, e ciò non solo per la vita futura – che certo è quella essenziale – ma già anche per la vita presente. E per questo il cristiano deve saper ben discernere dove può dire Sì e dove deve dire No.



Una fierezza umile, ho detto; perché il nostro tesoro è posto in un vaso fragile (2Cor. 4, 7), ed esso non è comunicabile se non nell’umiltà. E per questo Pietro, nell’esortare a dare le ragioni della nostra speranza, aggiunge: ma ciò avvenga con dolcezza e rispetto (1Pt. 3, 16).

Terzo: l’intraprendenza. La consapevolezza dei valori di cui si è portatori non può non sfociare in uno sbocco operativo. Bisogna ricercare le vie – quelle già aperte a tutti e quindi anche ai cristiani, e quelle da scoprire e da aprire – per far passare il messaggio cristiano; bisogna saper favorire le iniziative volte a dar forza sociale ai veri valori e ad opporsi ai valori illusori. E questo è un compito particolare dei cristiani che svolgono un ruolo pubblico,  ma anche di tutti i cristiani che hanno in mano la forza del voto: i cristiani non possono lamentare l’incoerenza degli eletti se essi come elettori non sono coerenti nel voto. Nella società pluralistica ed ideologicamente variegata di oggi è necessario che i cristiani sappiano anzitutto misurare e raccogliere le proprie forze, e poi unire le loro forze a quelle degli altri uomini di buona volontà, nella ricerca di una Europa che sia all’altezza dell’eredità spirituale che i nostri padri ci hanno lasciato, di una Europa quale sognata dai grandi spiriti del secolo XX.

9. Tra di essi tiene un posto unico Giovanni Paolo II. Egli ha espressamente parlato del suo “sogno dell’Europa”. Lo fece quando ormai la sua giornata laboriosa volgeva al declino, in occasione dell’assegnazione straordinaria del Premio Carlo Magno, conferitogli in Vaticano il 24 marzo dello scorso anno. Dopo aver parlato dell’Europa delle Nazioni, della cultura e della pace, della libertà e della responsabilità, e dell’Europa dei giovani, egli disse: “L’Europa che ho in mente è un’unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé: uomini e donne impegnati a far diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio”. E aggiunse: “Questo è il sogno che porto nel cuore e che vorrei affidare alle generazioni future”. Quelle parole del grande Pontefice impegnano la Chiesa, impegnano i cristiani per il futuro dell’Europa.



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