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Filosofia
Economia e diritto



La democrazia -  L'onnipotenza della maggioranza - di Alexis de Tocqueville


Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:
L'onnipotenza della maggioranza
 
di Alexis de Tocqueville
2/2/2005

 

A mano a mano che i cittadini divengono più uguali e più simili, la tendenza di ognuno a credere ciecamente in un certo uomo o in una certa classe, diminuisce. La disposizione a credere nella massa aumenta, ed è sempre più l'opinione comune a guidare il mondo. Non solo l'opinione comune è l'unica guida che rimanga alla ragione individuale presso i popoli democratici, ma essa gode anche tra loro di un potere infinitamente maggiore che presso tutti gli altri. In tempi d'uguaglianza, gli uomini non hanno fede gli uni negli altri per via della loro somiglianza; questa stessa somiglianza però, dà loro una fiducia pressoché illimitata nel giudizio pubblico, giacché non è verosimile che, godendo tutti delle medesime conoscenze, la verità non stia dalla parte del numero maggiore. Quando l'uomo che vive in un paese democratico si confronta individualmente a tutti coloro che lo circondano, sente con orgoglio di essere uguale a ogni altro; quando però si mette a considerare l'insieme dei suoi simili e a porsi da solo vicino a questo grande corpo, di colpo si sente oppresso dalla propria insignificanza e dalla propria debolezza. Quella stessa uguaglianza che lo rende indipendente da ogni suo concittadino preso singolarmente, lo mette solo e indifeso nelle mani del numero maggiore. Il pubblico gode, dunque, presso i popoli democratici di un singolare potere, di cui i paesi aristocratici non potevano neppure farsi un'idea: non fa valere le proprie opinioni attraverso la persuasione, ma le impone e le fa penetrare negli animi attraverso una specie di gigantesca pressione dello spirito di tutti sull'intelligenza di ciascuno. Negli stati Uniti la maggioranza si incarica così di fornire agli individui una quantità di opinioni già fatte, sollevandoli dall'obbligo di farsene di proprie. Esiste una quantità di teorie in materia di filosofia , di morale o di politica, che ciascuno adotta così, senza esame, sulla sola fede del pubblico; e se si guarda dentro le cose si vedrà che, là, persino la religione regna molto meno come religione rivelata che non come opinione comune. So che, tra gli Americani, le leggi politiche sono tali che la maggioranza governa sovrana la società, la qual cosa accresce di molto il dominio che essa esercita per natura sull'intelligenza. Infatti a nulla l'uomo è più avvezzo quanto a riconoscere una saggezza superiore in colui che lo opprime. Questa onnipotenza politica della maggioranza negli Stati Uniti aumenta effettivamente l'ascendente che l'opinione pubblica avrebbe, senza di essa, sullo spirito del singolo cittadino, ma non ne è la causa. Le origini di quest'ascendente vanno proprio ricercate nell'eguaglianza in sé, non nelle istituzioni più o meno popolari che sono retaggio di uomini uguali. È probabile che il dominio intellettuale della maggioranza numerica sarebbe meno assoluto presso un popolo democratico soggetto a un Re che non in una democrazia pura; sarà però sempre assoluto e, qualunque siano le leggi che governano gli uomini in tempi di uguaglianza, si può prevedere che la fede nell'opinione pubblica diverrà come una specie di religione, di cui la maggioranza sarà il profeta. L'autorità intellettuale sarà dunque diversa, ma non minore; e, lungi dal credere che andrà scomparendo, prevedo che potrà facilmente divenire troppo grande e magari finire col costringere l'azione della ragione individuale in limiti più angusti di quelli che convengono alla grandezza e al benessere della specie umana. Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta lo spirito dell'uomo verso pensamenti nuovi, l'altra che vorrebbe ridurlo a non pensare più. E mi accorgo come, con il prevalere di certi leggi, la democrazia potrebbe soffocare la libertà intellettuale che l'assetto sociale democratico favorisce, in modo tale che, dopo essersi liberato di tutte le pastoie che gli venivano una volte imposte da certe classi o da certi uomini, lo spirito umano finirebbe col vincolarsi strettamente alle volontà generali del numero. Se, al posto di tutte le diverse forze che impedivano o ritardavano troppo lo slancio della ragione individuale, i popoli democratici mettessero il potere assoluto di una maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero affatto trovato il mezzo di vivere indipendenti; avrebbero solo scoperto, cosa difficile, una nuova forma di servitù. C'è qui, e mai lo si ripeterebbe abbastanza, di che far riflettere profondamente coloro che vedono nella libertà dell'intelligenza una cosa santa e non odiano soltanto il despota, ma il dispotismo. Quanto a me, allorché sento la mano del potere che mi preme sul collo, poco m'importa di sapere chi è che mi opprime; e non sono maggiormente disposto a chinare la testa sotto il giogo, per il solo fatto che mi viene presentato da un milione di braccia.
[La Democrazia in America (1840), libro II, Torino, UTET, 1968, pp. 498-500]


http://www.governareper.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=12&sid=1

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