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Transdisciplinare
ROMA - Il cuore in periferia - Alessandro Portelli

Lingua: Italiana
Destinatari: Formazione permanente, Insegnanti
Tipologia: Utilità e strumenti

Abstract:

Il cuore in periferia

“Roma è stata sempre bolscevica”, cantavano, con qualche eccesso di ottimismo ma non senza indizi di ragione, gli Arditi del Popolo che nel 1921 avevano ricacciato indietro la prima spedizione fascista, a San Lorenzo, Trionfale, Valle Aurelia. “Questa città ribelle e mai domata”, cantavano più tardi i comunisti e i partigiani che avevano resistito all’occupazione nazista. Roma ha la fama di una corpo inerte, reso indifferente e cinico dal peso di una lunga storia che grava addosso alla città con tutta la massa del Cupoloone o del Colosseo. Però basta scendere in strada, muoversi un poco fuori della cerchia dei monumenti e delle cartoline per trovare anche una città viva e capace di resistenza e ribellione.
Per trovare questa città, però, bisogna andare ai margini: nelle periferie, nelle borgate. È qui, infatti, che si è fatta in gran parte la storia di Roma nel ‘900. Ai confini di Roma, le deportazioni fasciste che creano le borgate come Tiburtino III o Borgata Gordiani, presto nidi di antifascisti, si incrociano con le migrazioni di massa che, in violazione delle norme fasciste sulle residenza (rimase in vigore fino agli anni ’60) portano a Roma una popolazione proveniente da tutto il Sud, una miscela di culture che porta con sé la memoria delle lotte contadine del Sud, e cresce e si trasforma in condizioni di precarietà, senza diritti. Ed è ancora in questi territori che viene a insediarsi l’immigrazione più recente, ripetendo in parte le esperienze degli immigrati meridionali di una o due generazioni fa: Roma multietnica è radicata a Centocelle come al Tufello, a Prima Porta come a Torre Maura. Se uno cerca dov’è che la città è cambiata, insomma, è da qui che deve cominciare a cercare.
La storia demografica della città si intreccia in periferia con la sua storia politica. Se è vero che le azioni partigiane più clamorose (a partire da via Rasella) sono avvenute nel centro storico dove si insediavano i comandi tedeschi, è altrettanto vero che è in periferia che la resistenza assume una dimensione di massa che va oltre la clandestinità. Al Quarticciolo si evolve l’ambigua epopea del “Gobbo”; Donna Olimpia e Val Melaina sono il teatro di numerose azioni partigiane e di aggregazioni politiche originali (a Donna Olimpia è un prete oggi dimenticato, don Volpino, che aiuta e protegge i partigiani e nasconde le armi); a Ponte Milvio come a Portonaccio, le donne organizzate dalla resistenza assaltano i forni per il pane e la farina che mancano ai loro figli (a Portonaccio, basta ricordare Caterina Martinelli, uccisa – come è scritto nell’epigrafe di Mario Socrate – perché non poteva sopportare il pianto dei suoi sette figli affamati). La prima strage nazista – 10 fucilati tra la gente che era andata a cercare cibo,o armi, o tutti e due, in una caserma abbandonata – ha luogo a Pietralata; l’ultima, quattordici prigionieri politici fucilati a freddo sul ciglio della Cassia – alla Storta.
È soprattutto nel quadrante sudest della città – lungo la Prenestina e la Casilina, le strade che portano ad Anzio e Cassino – che la resistenza assunse dimensioni di movimento popolare, tanto che per qualche tempo fu possibile immaginare che zone come Certosa o Tor Pignattara fossero vere e proprie “repubbliche liberate”. Sono decine i partigiani operai del Casilino e Prenestino che figurano fra gli uccisi nella strage nazista delle Fosse Ardeatine. Ma la vendetta nazista si abbatte con violenza estrema soprattutto sul Quadraro, la borgata sulla Tuscolana che Kappler definì “nido di vipere” per la protezione che dava ai partigiani che vi si rifugiavano. Nell’aprile del 1944, i nazisti rastrellano il Quadraro e deportano oltre 900 uomini; quanti sono quelli che non tornarono non lo sappiamo, ma il prezzo pagato da questa “borgata di uomini liberi” fu certamente altissimo.
La storia di lotta delle periferie romane non finisce con la resistenza, ma continua nella battaglia per il risanamento delle borgate e nella lotta per la casa. I protagonisti sono spesso i medesimi: i gappisti venuti dal centro (Carla Capponi è il punto di riferimento delle donne di Borgata Gordiani come Rosario Bentivegna per Pietralata); e gli stessi partigiani locali, come il socialista Licata e il comunista Franchillucci a Centocelle, per i quali la lotta per condizioni decenti di vita è la continuazione naturale della resistenza. Ancora a cavallo degli anni ’60 e ’70,il movimento delle occupazioni – il Comitato Agitazione Borgate e il Sindacato Inquilini e Assegnatari – organizza gente di periferia e in periferia – Casal Bruciato, Val Melaina, Centocelle – individua i suoi obiettivi. In periferia, fra Tiburtina, Salaria, Casilina, si concentra l’intervento sulle fabbriche e la lotta per le autoriduzione della nuova sinistra negli anni ’70. E qui, da Forte Prenestino a Centocelle a La Strada a Garbatella alla Snia Viscosa al Pigneto, nasce e si sviluppa l’esperienza dei centri sociali.
Ricordo una mattina, davanti a un blocco di case occupate alla Serpentara, oltre Montesacro: arrivavano le camionette a sgomberare gli occupanti, e una donna commentava ad alta voce, “come i tedeschi, dieci italiani per un tedesco facevano”. Lo sgombero violento delle case occupate faceva parte della stessa storia delle Fosse Ardeatine, la storia di una Roma di periferia capace di memoria storica e di una combattiva consapevolezza dei propri diritti. Ricordo un’immigrata abruzzese nelle baracche dell’Acquedotto Felice che dava a un’antica strofa narrativa un significato nuovo, di identità e solidarietà in una città che ti rifiuta: “Se il papa santo mi donasse Roma e mi dicesse lascia anda’ chi t’ama, io gli risponderei: Sacra Corona, vale più chi m’ama che tutta Roma.” Roma (Roma del potere, delle cupole e dei santi) non la amava – ma adesso Roma era lei.
Restano tracce di questa storia? Certo, la composizione sociale e politica delle periferie è cambiata, la criminalità ha preso altre forme, la droga ha fatto i suoi danni, i fascisti sono usciti dalle fogne; ma il tessuto democratico resiste. E' in gran parte alle periferie che dobbiamo se Roma non si è fatta prendere dalla sbornia forzitaliota che ha investito tante altre parti d’Italia.

da Left - Avvenimenti


http://alessandroportelli.blogspot.com/2006/05/il-cuore-in-periferia.html

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