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Pluridisciplinare
Educazione linguistica Italiano
Carcere: le riviste e i siti realizzati dai detenuti - Giornalismo, l'occasione di 'evadere'. E non solo - Scrivere per scalfire gli stereotipi e colmare le fratture col mondo esterno

Lingua: Italiana
Destinatari: Formazione permanente, Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Carcere: le riviste e i siti realizzati dai detenuti

Giornalismo, l'occasione di 'evadere'. E non solo

Scrivere per scalfire gli stereotipi e colmare le fratture col mondo esterno

di Mariangela Bisanti

Hanno titoli insoliti, "La storia di Nabuc", "TgGaleotto", "Ragazze fuori", "Libera…Mente" e un chiaro intento: raccontare la propria realtà al mondo esterno, denunciando, se necessario, i tic, le omissioni e le distorsioni del sistema dell'informazione, troppo spesso carente e deviato da pregiudizi. Sono i giornali dal carcere. O meglio, per dirla con le parole del ministero della Giustizia, dal 'Pianeta Carcere'. Un "mondo a parte", una realtà separata dal resto della società, che vuole parlare di sé entrando dalla porta principale, in una luce libera da censure e vizi.
L'impresa dei quasi 60 istituti penitenziari italiani che cercano di produrre informazione sulle e dalle carceri non è semplice, anche perché informare sul carcere non basta. "Bisognerebbe - sostiene Sergio Segio, responsabile dell'informazione sul carcere del mensile
Fuoriluogo, supplemento del Manifesto - saper produrre iniziativa e denuncia documentata. Perché ciò che accade nell'inferno penitenziario è favorito dall'ombra e dal silenzio, dalle sordità politiche, dalle pigrizie burocratiche e omertà amministrative, ma anche dalla rassegnazione". Sergio Segio è un ex detenuto, che ha scontato 20 anni di carcere per le attività di Prima Linea, organizzazione armata di sinistra attiva negli anni 70 e ora è in libertà vigilata. Oltre a lavorare per Fuoriluogo, ha diretto il mensile Narcomafie e l'ufficio stampa per il Gruppo Abele; da volontario ha costituito con Sergio Cusani un Cartello di associazioni attive sul tema dell'indulto e del reinserimento sociale. Per dirla in poche parole, uno che la realtà carceraria la conosce da vicino e che sa che scrivere e conoscere può significare sentirsi meno inutili e, in qualche modo, non morire.
Riviste quindi, ma anche siti internet e telegiornali. Spesso semplici bollettini quali veicolo di comunicazione interna, a volte veri e propri prodotti giornalistici e multimediali che raccontano e si raccontano a tutti. Con risultati lodevoli, vista la scarsità di mezzi delle spartane redazioni, in realtà nude celle attrezzate come si può.
Da San Vittore a Rebibbia, da Porto Azzurro alla Giudecca, da Garçon, giornale dei ragazzi dell'istituto penale per minorenni di Casal del Marmo a Ragazze Fuori della casa Custodia Attenuata femminile di Empoli, passando per i periodici degli ospedali psichiatrici giudiziari di tutta Italia. "Un ponte con la società - afferma Vittorio Antonini, vicepresidente dell'
associazione culturale Papillon di Rebibbia - per parlare alle persone e mettere in evidenza le forti contraddizioni con le istituzioni e i mass media, che se formalmente parlano di pene tese alla rieducazione, in sostanza poi restano sordi alle richieste dei detenuti".

Il caso "Ristretti Orizzonti"

L'idea di raccontare il carcere è nata cinque anni fa. "Abbiamo voluto proporre un'informazione - come si legge dal sito del giornale, interamente realizzato dai detenuti e attivo dal 2001- che unisse l'utilità del notiziario alla capacità di approfondimento di una rivista settoriale e illustrasse i temi più scottanti attraverso vicende raccontate dai protagonisti". Da qui la nascita della rivista della casa di reclusione di Padova e dell'istituto penale femminile della Giudecca, un bimestrale tra i più importanti e conosciuti del settore, che dal 1998 ha realizzato 31 numeri. Con un titolo ironico e toccante: "ristretti", che nel linguaggio burocratico-carcerario significa detenuti e "orizzonti" perché l'intento è di favorire ad aprire gli spazi chiusi della detenzione e uscire fuori. Se non con i corpi, almeno con parole e immagini.
Si occupa di tutela della salute, formazione e inserimento lavorativo, in prospettiva dell'uscita dal carcere, ma anche di temi legati all'emarginazione in generale: tossicodipendenza, delinquenza minorile, immigrazione. Tante le difficoltà incontrate: i 'vizi' di scrittura, la battaglia contro l'autocensura (dall'uso delle droghe e degli psicofarmaci all'interno del carcere al "codice d'onore" rispettato dai detenuti), la promozione di una cultura del lavoro. Ma soprattutto il reperimento delle fonti, vista la forzata 'sedentarietà' dei redattori: principale contributo arriva dalla corrispondenza che offre lo spunto per scegliere le problematiche da trattare, nonché da un archivio sempre aggiornato. In alcuni casi, dalla possibilità di beneficiare di permessi premio per partecipare a conferenze o manifestazioni culturali. Indispensabile infine l'incontro con scrittori e professionisti della carta stampata, tra cui Enrico Deaglio, direttore della rivista Diario, Vittorio Pierobon, caporedattore del Gazzettino di Venezia e Pino Corrias, giornalista della Stampa. "Questo ha permesso non solo di rendere il carcere più trasparente e visibile, nostro obiettivo principale, - afferma Ornella Favero, coordinatrice del periodico - ma anche di far acquisire ai detenuti una professionalità che alcuni hanno potuto utilizzare una volta fuori". Scritto e elaborato graficamente dalle due redazioni, che realizzano e montano anche servizi per un telegiornale locale, è stampato da una tipografia esterna. Le copie vengono imbustate nell'istituto e poi spedite a enti locali e istituzioni, ma anche a biblioteche, scuole, studi legali. Parte dei finanziamenti vengono proprio dagli abbonamenti (2000 copie diffuse in Italia e all'estero), dal D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) dove è stato istituito un fondo e dagli enti locali, soprattutto regionali per essere poi reinvestiti anche nella realizzazione di corsi di scrittura giornalistica o informatica.

Giudecca, isola felice?

Non tutte le strutture penitenziarie riescono a realizzare prodotti di qualità pari a quella del periodico di Padova. A Rebibbia solo quest'anno si è riusciti a ottenere un finanziamento di 40 mila euro dalla Regione Lazio per stampare 3000 copie di un Cd-rom sulla sanità in carcere. "Quella dell'informazione carceraria è una realtà difforme, - afferma Segio - spesso si riescono a produrre solo precari ciclostili ad uso interno, piccoli giornali di nicchia, dove ognuno è sponsor di se stesso o bollettini di ibrida natura giuridica". Sua la proposta di costituire una Federazione di giornali del carcere che faccia da contenitore giuridico di tutela delle testate carcerarie e da supporto per le realtà più piccole e deboli. "Ci vuole- sollecita Ornella Favero- più coraggio e fantasia. A Padova facciamo una rassegna stampa sul carcere, così ho modo di capire bene quali sono le notizie che passano e sono notizie di due generi: la notizia locale, lo spettacolino, la cooperativa che dà due posti di lavoro oppure i disastri, i suicidi etc. Questo è il carcere visto all'esterno".
In molti auspicano che l'informazione del sociale venga sempre più veicolata attraverso i grandi giornali, ad esempio facendo uscire queste pubblicazioni come supplemento. Una sfida che coinvolge anche l'amministrazione penitenziaria e la sua lungimiranza ad aprire nuovi varchi comunicativi.

Evasioni via internet

Quando impossibilitati a farlo su carta, i detenuti affidano ad Internet le loro storie. Mito della comunicazione in tempo reale, il luogo della libertà, sebbene solo virtuale, è un'occasione unica per 'evadere', amplificando il proprio messaggio senza limiti di spazio e tempo.
In una situazione carceraria con priorità che vanno dal sovraffollamento, ai suicidi, tossicodipendenza, ai malati da Hiv, quello di Internet può sembrare un problema irrilevante. Eppure se ne parla come strumento connesso alla riabilitazione. Con tutti i problemi legati alla sicurezza che comporta fare accedere un detenuto alla Rete. "Il carcere e Internet rappresentano due opposti: massimo dell'isolamento contro massimo della comunicazione", dice Emilia Patruno, direttore della
testata on line di San Vittore di Milano. La rete permette a molte testate carcerarie dalla tiratura limitata o destinate solo a circuiti dietro le sbarre di uscire fuori. Per dirla con le parole dei reclusi di San Vittore:"Perché speriamo che non rimanga un monologo, ma diventi un dialogo col mondo".

(18 Febbraio 2003)

http://www.uniurb.it/giornalismo/giornali/febbraio2003/carcere.htm



http://www.ildue.it/Intestazione/DiconoDiNoi/Articoli/FormazGiornUrbino.htm

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