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Transdisciplinare
La relazione educativa in carcere.

Lingua: Italiana
Destinatari: Formazione permanente
Tipologia: Materiale per autoaggiornamento

Abstract:

Educare in carcere: alcune riflessioni

di Roberta Derosas

 

Vorrei iniziare la riflessione sul tema dell’educazione in carcere, riportando dei testi che alcuni ragazzi hanno elaborato in momenti di attività, durante l’anno passato, perché questi permettono di comprendere come i minori vivano spesso l’esperienza della detenzione e come sia importante e doveroso per un operatore aiutare il minore a leggere il percorso di reclusione come opportunità per un possibile cambiamento e scelta.

 

"Viva la libertà, qui, è morta l’umanità.

Rispetto a come si vive qui, la libertà è da un’altra parte.

Sono passato da un buco a un altro e ci sono ricaduto dentro.

La parola non la posso trovare:

si trova nel dizionario dei falliti"

 

M.D.

 

"La casa è la cosa più bella che ci sia in questo momento:

finestre senza sbarre,

tutto più pulito,

la famiglia,

profumo di pulito.

Ma la cosa più brutta è una sola:

le chiavi della tua prigione ce le hai tu."

 

P.M.

 

 

Lavorando in carcere, capita spesso che un educatore "coscienzioso" si ponga alcune domande: cosa significa educare in carcere? A cosa si educa? Come si educa? In questo articolo ci si prefigge di comprendere proprio questi aspetti: il significato dell’educazione in un istituto penale minorile e gli strumenti attraverso i quali è possibile raggiungere questo obiettivo.

Un minore, così come un adulto, finisce in carcere perché ha violato delle norme. Ma allora educare in carcere significa solo insegnare a non violare le norme? E’ sicuramente un obiettivo importante, ma non può essere il solo.

Il verbo educare deriva dal latino e-duco, che significa, nel suo senso più letterale, porto fuori. Cosa? Norme, principi, valori, regole di comportamento: valide per la vita quotidiana, non solo all’interno dell’istituto penale, ma soprattutto per il contesto sociale e civile in cui il minore rientra, terminata la pena.

Se volessimo usare un’espressione più ampia, potremmo affermare che educare in carcere significa educare alla libertà: a riconquistarla, a viverla in modo proficuo per sé e per gli altri. Educare alla libertà significa insegnare a vivere il quotidiano, favorire la crescita, spingere il minore ad assumersi le responsabilità delle scelte che compie e delle conseguenze che queste comportano.

Non basta far conoscere le regole: il minore deve essere in grado, poi, di operare una scelta tra il rispetto o la violazione delle norme. In sostanza, il tentativo è di spingerlo verso un cammino di consapevolezza, autonomia, coscienza e, in senso più ampio, di crescita. Educare alla libertà significa educare alla scelta, attraverso diversi passaggi, il fondamentale dei quali è l’elaborazione del reato, che può essere definita come consapevolezza di quanto è stato fatto e dei motivi per cui è stato compiuto, come coscienza e responsabilizzazione, che portano poi il minore a comprendere che ciò che è stato fatto è male per chi l’ha compiuto, come per chi l’ha subito.

Il percorso di educazione non è prestabilito, caratterizzato da tappe sempre uguali: questo per diversi motivi. Innanzitutto l’educatore si trova di fronte non a "casi" standard, ma a individui, ciascuno con la propria personalità, la propria storia, la propria famiglia; ragazzi che non sempre vogliono conoscere percorsi di vita differenti rispetto a quelli che hanno sempre messo in atto o che gli sono sempre stati insegnati. Inoltre i minori hanno tempi diversi gli uni dagli altri e, non necessariamente, sono disposti ad entrare in relazione, desiderando di uscire dai circuiti loro noti, per conoscerne di nuovi e diversi.

Lo strumento privilegiato di tale percorso di educazione alla libertà è la relazione educativa: soltanto se questa viene instaurata, allora si potranno porre e consolidare basi di cambiamento, altrimenti l’adesione alle regole e il processo di educazione saranno puramente formali e, una volta usciti dal carcere, i ragazzi riprenderanno a fare la vita che precedentemente compivano. Perché un educatore possa iniziare una relazione educativa col minore è, innanzitutto, necessario che ci sia una sospensione di giudizio e che non commetta l’errore (e non sempre è facile) di giudicare il ragazzo per il reato che ha commesso, identificandolo con esso. Va sospeso ogni tipo di valutazione etica rispetto a quanto è stato compiuto dal minore.

L’educatore deve fare lo sforzo di capire le cause che hanno spinto l’utente a delinquere e lo sforzo effettivo del comprendere è premessa indispensabile al trattamento dell’atto violento e della particolare situazione a lui sottesa. Inoltre, deve tentare, e in alcuni casi è davvero faticoso, di restituire ai ragazzi, almeno in parte, un significato positivo all’esperienza che stanno vivendo in carcere, cercando di ridare loro dignità e valore. La base della relazione educativa è prima di tutto una relazione di interesse: cioè solo se il minore intuisce che da parte dell’adulto c’è un reale interesse nei suoi confronti e una sospensione del giudizio, allora si avvicina e ascolta l’educatore, dimostrandosi maggiormente disposto a mettersi in gioco.

E’ fondamentale, quindi, perché si possa compiere un reale percorso di cambiamento e si educhi alla libertà, lavorare con i ragazzi e non sui ragazzi, cioè costruire non progetti su di loro, ma con loro, tenendo conto delle reali caratteristiche e delle reali possibilità del minore, delle sue reali capacità, delle sue debolezze, dei suoi sogni. E’ necessario, inoltre, costruire progetti che aprano al futuro e che diano prospettive oltre al carcere, che abbiano concrete e reali possibilità di successo. Infine, attraverso la relazione educativa in carcere e sfruttando le attività che nel minorile a Milano si possono svolgere, è importante che al ragazzo siano fornite competenze, personali e sociali, spendibili soprattutto quando sarà all’esterno.

È chiaro che questo percorso di educazione è molto lungo e dipende da numerose variabili che devono essere prese in considerazione. Credo non si debba dimenticare che il carcere è un’istituzione totale e che quindi si educa in un contesto che non è quello della vita reale. In carcere l’educatore spinge il minore a compiere scelte, ma sempre si deve considerare che in questa struttura, che ha tempi, luoghi, ritmi e spazi che solo qui esistono e che fuori, in un contesto di vita normale, non trovano spazio, le possibilità di scelta e di messa in atto delle scelte sono estremamente ridotte.. Banalmente, il minore non può decidere quando mangiare, quando fare attività, quando dormire e stare sveglio, quando comprare qualcosa e che cosa comprare. Anche le sue facoltà di scelta rispetto alle attività sono piuttosto ridotte.

Quindi, si può affermare che la sua capacità decisionale e la possibilità di scelta sono minime, per lo più "ragionate" e proiettate sulla vita che riprenderà a fare quando uscirà dal carcere, protratte verso il futuro, ma, purtroppo, poco sperimentabili durante la detenzione e, in particolare, durante il primo periodo di questa.. In sostanza, in carcere, manca qualsiasi possibilità di autonomia, attraverso la quale si potrebbe verificare se le regole siano diventate patrimonio della persona e se questa sia in grado di operare una scelta tra il rispetto o la violazione delle norme, assumendosi la responsabilità delle scelte e delle loro conseguenze. Al reo, anche minore, una volta ottenuta la condanna, si chiede di cambiare, di imparare e agli operatori che lavorano in carcere si chiede di aiutare l’utente e di affiancarlo nel percorso di cambiamento, ma, di fatto e nella realtà, lo si costringe, spesso, all’inattività e all’irreparabilità.

Il minore è stimolato a compiere un percorso di scelte, a comprendere, prima di tutto, che se ne possono compiere di diverse da quelle precedenti, si tenta, appunto, di educarlo alla libertà, ma in un luogo che è la negazione, per la sua struttura e il suo funzionamento, della libertà stessa. Si opera, quindi, in un contesto che contraddice profondamente l’obiettivo principale che gli operatori si prefiggono e che dovrebbe essere anche il fine ultimo per il minore.

Fermo restando che esistono in carcere tali criticità che spesso possono mettere in crisi l’educatore stesso prima ancora che il suo lavoro, credo che gli stimoli più grandi dal punto di vista professionale e gli inviti più forti a proseguire il proprio lavoro, arrivino dai ragazzi stessi. Credo che il desiderio di educarli alla libertà, cioè di educarli alla scelta, non possa non essere raccolta, soprattutto quando sono i minori stessi a inviare agli adulti richieste di aiuto e segnali di malessere dovuti alla condizione in cui hanno sempre vissuto e nella quale si trovano a vivere al momento della detenzione: quando, insomma, loro stessi domandano come sia possibile vivere la libertà.

Roberta Derosas collabora con il SEAD (Servizio Educativo adolescenti in difficoltà - Comune di Milano) dall’aprile del 2000. Nel primo periodo, come educatrice, ha svolto, attraverso prese in carico individuali, accompagnamento lavorativo, formativo ed intervento educativo di minori sottoposti a procedimenti penali (sia detenuti presso l’I.P.M. "C. Beccaria" sia affidati al territorio e usufruenti delle misure alternative previste dal Codice di Procedura Penale per i minorenni). Dal settembre 2002 ad oggi il suo intervento educativo si svolge all’interno dell’Istituto Penale Minorile "C. Beccaria" ed è rivolto ai minori detenuti nella sezione maschile.

 

Il suo indirizzo di posta elettronica è roberta.derosas@fastwebnet.it



http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/scuola/educazione.htm

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