Nel vuoto dei grandi deserti c’è tutto il segreto dell’Islam
Viaggio nei Paesi dell’immenso nulla
Alberto Moravia
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domenica 23 maggio 1965


L’universalità islamica è indivisibile dagli spazi senza limiti e senza scopi sui quali vivono gli arabi - Essi hanno suggerito al Corano, l’astrazione, l’odio per la figurazione e, in definitiva, l’idea di un dio un dio unico, invisibile e sempre presente.


DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE



Marrakech, maggio – La pista della valle del Dra, nei pressi di Zagora corre su una cresta di pietrisco tra due pianori brulli. È il pre-Sahara, regno della pietra del quarzo, dello schisto e insomma di tutto ciò che pur essendo morto e sterile ha tuttavia una forma riconoscibile, non è ancora sabbia informe e mobile come il Sahara. È anche il regno del vuoto, cioè degli spazi senza limiti e senza scopi, nei quali non sembra che ci possa essere altro che la terra ridotta a superficie deserta, come per dare più valore al cielo africano con il suo sole incandescente e i suoi stellati brulicanti. Eppure, come mi accorgo, mentre l’automobile corre in linea retta per questo spazio metà bruno e metà azzurro, l’occhio di fronte a questo vuoto non soffre, non si sbigottisce, non si annoia, ma lo gode, se ne nutre e lo assorbe senza mai esserne sazio. Di fronte ai paesaggi mediterranei del nord del Marocco mi avveniva qualche volta, sazio di notare e godere e valutare particolari, di socchiudere le palpebre, assonnato; ma questo vuoto assoluto non mi stanca e si direbbe che soddisfi un bisogno antico e insoddisfatto. Così non posso fare a meno di riflettere che il fascino che i deserti esercitano sugli europei potrebbe anche derivare da una specie di necessità fisiologica. L’uomo avrebbe bisogno di vastità e di vuoto; l’Europa con i suoi paesaggi pieni di cose, affollati, angusti e minuti non potrebbe soddisfare questo bisogno. 


Un antico borgo




A un tratto uno smilzo arco su due colonne rosse si drizza contro il cielo infiammato: siamo a Zagora, uno degli ultimi centri abitati del sud Marocchino. Ecco, allineate lungo la strada due file di casucce bianche coi pianterreni occupati da officine di riparazioni per automobili: cent’anni fa ci sarebbero stati dei caravanserragli per il riposo dei cammelli; oggi ci sono molte pompe di benzina e un andirivieni di giovanotti in tute sporche intorno delle macchine bianche di sabbia. Ecco i soliti edifici ufficiali costruiti dai francesi: la caserma, la banca, l’ospedale, la posta, la gendarmeria, il comune. Poi altre casucce bianche e infine un altro arco simile a quello per cui siamo entrati, oltre il quale si spalanca il solito vuoto incandescente di luce solare.


Zagora è tutta qui, lunga cinquecento metri e larga cinquanta. Intorno non c’è niente: ma questo niente attira e incuriosisce molto più di quel gruppo di case e dei suoi abitanti.
Ci dicono che a venti chilometri da Zagora si trova Tamgrut, antico borgo-marocchino. Ci andiamo. Perché andiamo a Tamgrut? Probabilmente sempre per il solito scopo di tutto il viaggio: vedere. Ma vedere che cosa? Non già qualche cosa che c’è, che si sa che ci aspetta, che esiste: bensì ciò che non c’è, che è mancante, che è assente. Paradossalmente, è di questo infatti che si nutre l’osservazione del viaggiatore in paesi simili. Si va insomma nei luoghi per constatare: ecco qui non c’è una città, non ci sono abitanti, non c’è niente. Proprio niente. Nient’altro, per così dire, che niente.
Attraversiamo la foresta di palmizi di Zagora, lungo muriccioli di fango secco e bianco, varchiamo il Dra su una passerella di cemento senza parapetti, prendiamo a correre sotto quella che poco fa, da lontano, ci pareva un monte e invece davvicino si rivela tutt’al più come la rovina ammucchiata, la maceria sgretolata di quello che in tempi preistorici era stato forse un monte.


Quindi, eccoci in una gola nera, brulla, orrida. E poi di nuovo in un immenso pianoro bruno dal quale lo sguardo, come una spugna avida, assorbe, pompa con avidità e sollievo il vuoto, il senso del vuoto, il significato del vuoto. Lontanissimo, all’orizzonte, un minareto, delle mura merlate, un ciuffo di palmizi: Tamgrut.




Libri preziosi



Una volta arrivati e varcata la solita breccia casuale nella cinta di mura di fango, ci troviamo in una piccola oasi con poca ombra di stenti palmizi e molto sole. I fossatelli intorno i campi aridi non contengono che un fondiglio di acqua nera e immobile; il villaggio presenta strade vuote, tra facciate rosse quasi prive di finestre, con qualche porticina nera qua e là. Ma un edificio di bello aspetto attira la nostra attenzione, bianco, con arcate ariose, finestre munite di grate, portone: la scuola. Ci dicono che là dentro è conservata una preziosa biblioteca di antichi manoscritti arabi, estrema punta della cultura islamica verso il sud africano. Un custode sonnolento ci precede facendo oscillare nel vuoto un grosso mazzo di chiavi di ferro.
La biblioteca è allogata in quattro stanzucce che puzzano di chiuso; i libri stanno allineati in scaffali di legno povero, con le loro coste logore e sudice. Il custode prende uno dopo l’altro i manoscritti più rari e me li mostra. Corani, Corani e Corani, scritti a mano, con lettere che sembrano note musicali, con inchiostri ancora neri, su fogli sonori e rigidi di pergamena. Miniature a colori, arabeschi, note in margine e, qua e là, qualche buco, qualche strappo. Il custode prende un volume grosso e tozzo e dice: “Avicenna”; e allora qualche cosa scatta nella mia memoria a quel nome famoso e ricordo: una biblioteca simile, altrettanto antica e morta, un custode, un libro simile, a Tasckent, in Uzbekistan, nell’Unione Sovietica, migliaia e migliaia di chilometri lontano da qui; Avicenna era nato laggiù, in Asia centrale, vicino a Bukara; a Tasckent c’è persino il suo monumento; e tuttavia le sue opere stavano qui, a Tamgrut, in Marocco. Niente poteva darmi in quel momento meglio di questo nome e di questo libro il senso dell’universalità dell’antica cultura islamica, universalità peraltro curiosamente e concretamente geografica e materiale, cioè legata ad un fatto fisico quale l’espansione beduina a est e a ovest, per tutta la fascia desertica e predesertica che gira intorno al mondo tra il quarantesimo e il decimo parallelo. Un’universalità che per così dire non riguardava che gli arabi e che perciò li costringeva alla conquista; un’universalità che era in fondo un particolarismo dilatato e allargato fino a ricoprire il mondo intero. La cultura islamica era stata questo sforzo di immedesimazione con il mondo fisico. Adesso lo sforzo, come un arco troppo ampio, giaceva spezzato, frantumato nei tanti Stati, nazioni e domini di cui si compone il mondo arabo.
Allora, improvvisamente, mi appare anche il nesso tra quella biblioteca di antichi manoscritti e il vuoto di cui mi ero nutrito ma non saziato durante il mio viaggio verso il sud. La cultura islamica e i deserti erano in realtà indivisibili. L’universalità islamica si era nutrita del vuoto dei deserti allo stesso modo che della sua concezione di un Dio unico, invisibile e sempre presente. In questo vuoto non c’era stato che Dio e il segno simbolico che lo indica; da questo vuoto erano venuti l’astrazione islamica, l’odio islamico della figurazione, dell’oggetto, della rappresentazione; a questo vuoto alludeva il noto verso del Corano: “Noi faremo vedere loro il nostro segno sull’orizzonte”.


Concreta unità


Ma il ricordo del libro di Avicenna sfogliato a Tasckent, come talvolta avviene, ne provoca un altro, più vicino. Giorni fa a Fes parlavo con un giovane intellettuale marocchino del fenomeno del risveglio del mondo islamico; e mi sono accorto che il mio interlocutore non pareva provare alcun interesse per la cultura araba intesa in senso tradizionale cioè universalistica, continentale e mondiale. Egli pensava invece che il risveglio del mondo islamico, dovuto in senso negativo al colonialismo e in senso positivo alla diffusione delle idee nazionalistiche, doveva organizzarsi intorno le culture nazionali, un po’ come era avvenuto in Europa nel secolo decimonono. L’universalismo islamico era morto; vivevano e dovevano svilupparsi invece le culture delle nazioni arabe, dell’Iraq, della Siria, dell’Egitto, della Tunisia, dell’Algeria, del Marocco e così via. Culture che nascevano dalla lotta contro gli oppressori europei e che avrebbero trovato la loro forza nella fusione del nazionalismo con il socialismo, allo stesso modo che in Europa nel secolo scorso le culture nazionali si erano giovate dell’analoga fusione del nazionalismo con il liberalismo.
Ma il paragone, come mi viene fatto adesso di pensare mentre seguo il custode fuori della biblioteca, non regge che fino a un certo punto. Le culture nazionali d’Europa nascevano da popoli che erano sempre esistiti, con confini geografici precisi, storie unitarie, lingue formate e diverse l’una dall’altra. In fondo la loro apparizione non era stata che la conferma di una condizione preesistente. Invece le culture nazionali del mondo arabo dovevano nascere da un terreno che per secoli non aveva visto che una sola cultura, una sola lingua, una sola concezione religiosa, una sola nazione.
L’Islam non era stato insomma un continente di patrie come l’Europa bensì una sola patria dilatata e astratta, smisurata e religiosa fatta a somiglianza dei deserti sui quali si era propagato. Il rischio per le nuove nazioni arabe era di creare tante società piccolo borghesi, che attraverso il nazionalismo e il socialismo avrebbero portato senza volerlo non già a una nuova universalità islamica bensì al livellamento e all’uniformità e alla provincialità industriale del mondo tecnologico moderno. Delle società senza effettivi contenuti nazionali ma aggressive, intolleranti, totalitarie e irrequiete. Il ricorso alla dittatura un po’ dovunque nei Paesi arabi nuovi e vecchi sembrava confermare questa ipotesi.

Usciamo da Tamgrut e ci avviamo di nuovo attraverso la pianura sassosa e brulla verso Zagora. Il sole sta calando, le ombre dei monti si allungano, nere sulla terra bruna, incontriamo stuoli di contadini che rincasano a piedi o in bicicletta. Il sole scompare definitivamente in una strage di luci rosse all’orizzonte; subito dopo, con repentina africana mancanza di transizione, cade la notte e il cielo si riempie di stelle chiare, violente, freddamente fiammeggianti, quasi frenetiche.


L’interpretazione che la tradizione islamica dava di questo vuoto nel quale il sole e le stelle si avvicendavano senza fine, appare abbastanza logica e coerente. Riconoscere in questo vuoto i lineamenti di un mondo soltanto umano sarà più difficile.


 


Alberto Moravia



Parole in viaggio
I viaggi nel mondo dal 1900 a oggi

Raccolta di articoli per riscoprire storia, tradizioni e culture dei popoli di ogni continente
Parte di un CD realizzato in occasione della III Settimana della Lingua italiana nel Mondo


http://www.corriere.it/parole_in_viaggio/articoli/moravia/marocco.htm


 


 



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