I mass media italiani e l’Africa. Dall’indifferenza alla visibilità?
Luciano Ardesi - 1997
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I mass media italiani e l’Africa.


Dall’indifferenza alla visibilità?


 


di Luciano Ardesi


 


Una tradizione ormai consolidata, non solo in Italia, ha messo l’accento sull’insufficienza e la distorsione dell’informazione nei riguardi dell’Africa. Negli ultimi tempi tuttavia vi sono segnali di un risveglio dell’attenzione, e non solo da parte dei mass media. Africa emergente titola Il Manifesto all’inizio dell’estate ’97 un articolo di Calchi Novati sul rinnovato interesse nei confronti del continente (17/7/97) a partire dal comunicato finale del G7 a Denver (21 giugno) e dall’inversione di tendenza di un settimanale come The Economist che dedica i suoi articoli sull’Africa ai successi anziché alle catastrofi. “Dall’emergenza in Africa, all’Africa emergente” suggerisce l’autore.


Si tratta di un’attenzione tutt’altro che disinteressata, ma che coglie alcune novità anche dal punto di vista dell’informazione, che è ciò che qui ci interessa. Mi riferisco soprattutto alla stampa quotidiana dove nel corso degli ultimi mesi l’Africa ha avuto l’onore della prima pagina. A metà agosto Antonio Gambino nel suo Taccuino internazionale, che settimanalmente pubblica su L’Espresso, osserva a proposito delle vicende in Kenya che mentre queste erano sulle prime pagine di tutti i quotidiani italiani, in quelli stranieri erano riassunte in poche righe (Le tre piaghe del Kenya, 28/8/97).


Che cosa sta accadendo dunque dopo tutto ciò che è stato detto dell’informazione sull’Africa? Siamo in presenza di un vero cambiamento? Le osservazioni riportate possono essere il punto di partenza per considerare in quale modo l’Africa viene trattata dai mezzi di comunicazione di massa. Per far questo è utile riprendere il dibattito iniziato negli anni ’70 attorno all’immagine del Sud e dell’Africa in particolare nei media del Nord.


 


Quando un fatto diventa notizia


Le ricerche sulla comunicazione hanno stabilito fin dagli anni ’50 che nella selezione delle notizie da pubblicare rispetto alla grande massa di informazioni che quotidianamente giungono nelle redazioni (la cosiddetta notiziabilità) intervengono complessi fattori di organizzazione del lavoro redazionale e criteri di scelta che nulla hanno a che vedere con i valori sociali, culturali e professionali dei singoli giornalisti. Insomma anziché distorsioni volontarie, dovute anche a pressioni esterne, agiscono piuttosto meccanismi automatici, di routine (Wolf, 1985, 177-186). In un saggio del 1965 Galtung e Ruge sono stati i primi a identificare in modo sistematico i criteri di notiziabilità delle informazioni dall’estero. Benché fondato esclusivamente su quattro quotidiani norvegesi e su tre crisi estere (Congo e Cuba 1960, Cipro), lo studio si è dimostrato di applicazione universale e non solo per gli avvenimenti esteri.


I criteri di selezione delle informazioni sono numerosi (dodici) e sono stati dedotti dagli autori dalla psicologia della percezione e verificati poi nella pratica. Questi criteri fanno sì che diventino notizie gli eventi che accadono in un lasso di tempo consono all’organizzazione del lavoro dello specifico mezzo di informazione (per un quotidiano: 24 ore), su scala sufficientemente ampia (più violento è l’omicidio, maggiori i titoli), che si presentano con minore ambiguità (cioè chiaramente interpretabili), con una maggiore affinità culturale e un maggior significato rispetto all’audience, e che siano in qualche modo conformi all’immagine mentale preesistente. All’interno di questi due ultimi criteri, gli eventi devono essere rari e inattesi per poter diventare notizia, e quando ciò accade, l’evento continua a essere definito tale, cioè notizia, per un certo tempo. Infine, nella scelta dell’evento c’è la necessità di mantenere un certo equilibrio tra i diversi generi di informazione. A questi primi otto criteri, Galtung e Ruge ne aggiungono altri quattro che sono particolarmente importanti per i media nord-occidentali. Un evento ha tante maggiori possibilità di diventare notizia quanto più riguarda un paese importante, persone importanti (l’élite della nazione), vicende personali, e quanto più negative sono le sue conseguenze.


L’aspetto che va sottolineato è che questi criteri agiscono contemporaneamente, e per questo gli autori hanno messo in rilievo alcune semplici combinazioni che rafforzano l’orientamento della selezione. Così, ad esempio, quanto maggiore è la distanza culturale di un paese rispetto al lettore, tanto più gli eventi che vi accadono devono essere rapidi (ecco perché i lenti progressi dello sviluppo non interessano quotidiani e telegiornali), chiari e non ambigui, corrispondenti a certe aspettative (l’Africa ha sempre fame); oppure quanto minore è l’importanza di un paese, tanto più gli eventi devono essere negativi, stereotipati e riguardare persone importanti.


Sulla base di questo schema e delle molteplici combinazioni tra i criteri, altri autori hanno evidenziato nuovi criteri o hanno focalizzato meglio quelli già individuati. Ad esempio Gans (1979, 31) ha disegnato per gli USA una sorta di geografia della notiziabilità partendo dai paesi più vicini: i paesi alleati, specialmente in Europa, i paesi comunisti e i loro alleati, infine il resto del mondo che riceve un’attenzione solo sporadica. Gans suggerisce altre sette categorie di eventi suscettibili di notiziabilità: attività americane all’estero, attività che hanno effetti sulla politica e sui cittadini americani, attività dei paesi comunisti, elezioni e altri cambiamenti pacifici nelle istituzioni, conflitti politici, disastri, eccessi delle dittature (Gans 1979, 32-37). Anche per questo autore le diverse categorie interagiscono tra loro, orientando maggiormente la scelta.


Diversi autori (Wolf 1985, 201-219; McQuail 1986, 172-175) hanno cercato di razionalizzare questi e altri elementi che sono stati confermati in numerose ricerche. Per il nostro scopo non è necessario tentare qui una sintesi, anche perché c’è accordo nel ritenere che questi criteri ammettono variazioni a seconda dei contesti (per cui, ad esempio, la regola ferrea dei media occidentali bad news are good news non vale nei regimi dittatoriali) e nel corso del tempo. Quanto visto è sufficiente per capire quali meccanismi rendono il Sud così poco rappresentato nei media occidentali e, quando lo è, solo in occasione di una gamma piuttosto ristretta di eventi. Per gli stessi motivi si comprende perché l’Africa fa notizia solo in caso di guerre, disastri, colpi di stato, morte (possibilmente violenta) di persone importanti, e tutto ciò in misura tanto maggiore quanto più l’evento corrisponde a uno stereotipo, riguarda gli interessi (economici, militari, politici) del paese d’origine dei media. E si capisce altresì perché gli aspetti positivi, dalle lotte pacifiche per la democrazia ai successi nello sviluppo economico e sociale, non facciano mai - o quasi - notizia, e perché l’informazione sia data senza continuità, senza approfondimenti, e per un numero comunque limitato di paesi africani.


Queste tendenze sono confermate da numerose ricerche (AIERI 1985; Mowlana 1985) soprattutto nel corso del dibattito sul Nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione (NOMIC) degli anni ’70 e ’80 (UNESCO 1982). Per ciò che riguarda i mass media italiani, l’interesse ad approfondire metodologicamente il problema è più recente. In genere i lavori sono orientati a cogliere l’immagine del Sud del mondo che non i meccanismi che la producono (ad esempio, Guazzone 1986). Spesso nell’ambiente della solidarietà internazionale si sposa acriticamente una sorta di teoria della congiura che presta a forze politiche ed economiche la volontà deliberata di deformare la realtà senza considerazione alcuna per altri fattori.


 


L’informazione italiana sull’Africa


Le ricerche sulla stampa italiana sono state condotte soprattutto nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e, forse anche per questo, hanno messo in evidenza la correlazione tra notizie e interesse nazionale. Un’indagine del 1988 sulla cooperazione internazionale dell’Italia dimostra che gli articoli dei quotidiani privilegiano quelle aree (l’Africa) dove la presenza e i finanziamenti pubblici italiani sono più cospicui. Si confermano così sostanzialmente le tendenze già evidenziate da un’indagine svolta a cavallo della grande carestia in Etiopia negli anni 1984/85, peraltro annunciate da un ormai celebre servizio televisivo (AA. VV. 1988). La ricerca condotta su stampa e tv di sei paesi europei, tra i quali l’Italia, ha messo in rilievo l’omogeneità di trattamento dell’informazione tra i diversi paesi e rafforza le indicazioni emerse da altre indagini.


Più numerosi e meglio impostati metodologicamente sono gli studi sui programmi televisivi italiani e sui telegiornali in particolare. Oltre allo studio di Agostini e Fenati (1989), che tocca anche le tv francese e svizzera, e alla ricerca sul dirottamento dell’Achille Lauro realizzata da Zarmandili (1988), prevalentemente sulla tv, particolarmente importante è l’inchiesta di De Marchi ed Ercolessi (1991) perché condotta esclusivamente sui paesi del Sud. Anche in questo caso escono confermate alcune caratteristiche dell’informazione, ma le autrici si guardano bene da generalizzazioni troppo spinte, tanto più che l’indagine prende in considerazione un periodo (marzo-luglio 1989) che precede di poco il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’asse interpretativo Est-Ovest che così grande importanza ha avuto nella notiziabilità del terzo mondo.


Da una ricerca più recente, su un tema più limitato, quello dell’islam (Marletti 1995), nell’arco di otto mesi (ottobre 1992-maggio 1993) su sette canali tv (tre RAI, tre FININVEST e TMC) non emergono tuttavia sostanziali novità. La stragrande maggioranza dei servizi in cui si è parlato di islam è costituita da notizie brevi (in termini di tempo) e realizzata in relazione alla cronaca immediata, sotto la “forza degli eventi”, che sono quelli già visti.


Per completare questo quadro sulla notiziabilità del Sud del mondo non è certo possibile dimenticare la struttura internazionale dei mezzi di comunicazione egemonizzata dal Nord come messo in evidenza da numerose ricerche a partire dagli anni ’70. Queste hanno fornito la materia prima del dibattito sul NOMIC che ha visto l’UNESCO come terreno di scontro e, anche dopo l’affossamento del NOMIC da parte degli Stati Uniti all’inizio degli anni ’80, sono state confermate nelle loro linee essenziali (Ardesi 1992). E ciò vale particolarmente per l’Africa, che di tutte le regioni del mondo è quella che ha meno risorse economiche e tecnologiche nel campo delle comunicazioni (“Africa e Mediterraneo”, dossier I mezzi di comunicazione in Africa, n. 4, 1996; UIT 1996).


 


L’immagine dell’Africa nella solidarietà


Tornando al problema della notiziabilità abbiamo messo in rilievo, all’interno dell’organizzazione del lavoro redazionale, un quadro di valori di riferimento per dei meccanismi che agiscono in modo automatico. Ciò non significa che questi stessi meccanismi siano neutrali, anzi questa “legge del mercato della notizia” viene sfruttata per rafforzare l’immagine dominante per scopi ideologici e politici. Persino la solidarietà si può avvantaggiare di questo stato di cose. Si prenda la provocatoria riflessione di Bruckner: “Bisogna mantenere intatti gli abusi che si denunciano, per poterli denunciare (...) Davanti alle piaghe dell’Africa, ai dilemmi insolubili del Medio Oriente, alle calamità dell’Asia, Dio com’è bello sentirsi francesi!” (Bruckner 1984, 122). Ebbene questa tentazione trova conferme nelle ricerche sull’immagine dell’Africa a metà degli anni ’80 e nella necessità della conferma del “sé” da parte di organizzazioni di solidarietà (AA. VV. 1988, 21). Va però riconosciuto a queste organizzazioni di aver iniziato una riflessione autocritica (Ferguson 1993), a partire ad esempio dall’uso strumentale dell’immagine dei bambini (Cantwell 1989) o dall’incapacità da parte delle ONG di fronte all’emergenza di uscire dagli schemi ricorrendo così “alle stesse immagini stereotipate e parziali, ma efficaci, usate dalla grande stampa e dalla televisione” (AA. VV. 1988, 10).


Peraltro un’analisi più attenta ha messo in evidenza che nella realtà i mass media non si occupano solo di aspetti negativi. C’è una tendenza, più recente, all’uso di stereotipi positivi riferibili alle categorie dell’esotismo: la musicalità dell’Africa e dell’America latina, la bellezza “selvaggia” della natura africana, la forza fisica dei neri, il fascino delle donne nere, il sole, le palme e il mare dei tropici. Più dell’informazione è soprattutto la pubblicità a sfruttare questi stereotipi, con la conseguenza di rafforzare spesso il pregiudizio razziale (Caligaris 1993).


Questa osservazione ci introduce al problema dei possibili mutamenti che si sono prodotti negli anni ’90 rispetto ai criteri di selezione delle notizie degli anni ’70 e ’80, e dell’eventuale rimessa in discussione del modello interpretativo emerso in quel ventennio. Per questo è indispensabile partire da alcune novità riscontrate negli ultimi anni nel trattamento delle notizie da parte dei quotidiani italiani e che spiegano in parte il modo in cui tutte le informazioni sono selezionate e presentate, e non solo quelle provenienti dall’estero.


 


Le nuove gerarchie delle notizie


Una prima modifica balza subito all’evidenza: la prima pagina è diventata più selettiva, mai articoli, ad eccezione degli editoriali, ma solo rinvii, annunciati tuttavia con grande rilievo. È diventata una sorta di vetrina e non solo nel formato tabloid di Repubblica (per non parlare del Manifesto nel suo nuovo formato leggermente più piccolo), ma anche in quello tradizionale ancora adottato dal Corriere della Sera e da pochi altri quotidiani nazionali. Le notizie cui rinvia la prima pagina non sono più ordinatamente collocate nelle pagine interne secondo il tradizionale schema (interni, esteri, cronaca, dove peraltro la “terza” pagina è da tempo scomparsa in quanto tale). Il più delle volte coprono una o più pagine dedicate all’argomento e occupano le pagine immediatamente seguenti alla prima in una sezione di primo piano dove può concorrere qualunque genere di notizie (istituzioni, cronaca, esteri, sport, cultura). Questi cambiamenti hanno fondamentalmente due ragioni. Da una parte il tentativo dei quotidiani di riposizionarsi rispetto alla tv puntando all’approfondimento e al commento critico di quella che per un quotidiano del mattino non è più una “notizia”, ormai consumata dai tg della sera precedente. Dall’altra, la necessità di fissare l’attenzione del lettore che si ritiene sarebbe troppo disorientato da una lettura frammentata degli avvenimenti.


In queste condizioni la selezione delle informazioni deve essere necessariamente più rigorosa poiché lo spazio disponibile è proporzionalmente inferiore quando si dilatano su diverse pagine poche notizie con grande rilievo. Queste ultime peraltro dovranno fornire molto materiale, il più possibile spettacolare per mantenere vigile l’attenzione sullo stesso tema in una o più pagine. Del resto le nuove tecnologie a disposizione dei grafici delle redazioni consentono di ottenere con relativa facilità disegni, schemi, carte geografiche, tutti elementi presentati nel modo più attraente e dinamico possibile. Poiché è necessario un grande uso anche di fotografie si ricorre alle immagini dell’evento oppure dell’immaginario, soprattutto con scene tratte da film celebri. Devono inoltre essere disponibili materiali di complemento come opinioni, interviste, cronologie, tabelle, contestualizzazioni anche parziali. Esperti e opinion maker a parte, questo materiale può ormai essere facilmente cucinato redazionalmente attraverso gli archivi elettronici. D’altra parte, proprio il grande spazio disponibile favorisce l’inserimento di notizie diverse ma riconducibili a uno stesso contesto, grazie a una sorta di effetto di trascinamento della notizia principale su informazioni minori che altrimenti non sarebbero pubblicate.


Ci siamo limitati al mondo dei quotidiani perché è quello che prenderemo in considerazione più dettagliatamente in seguito. A questi cambiamenti essenziali nell’organizzazione del lavoro si aggiungono le variazioni nel quadro di riferimento dei valori a cui si ispira la routine dei giornalisti. Per ciò che riguarda le notizie dall’estero è venuto meno l’elemento ideologico della contrapposizione Est-Ovest e ciò ha privato alcuni paesi di una visibilità prima ancorata a questo specifico criterio di selezione. Nel caso italiano inoltre, ma la tendenza è generale, è venuto meno l’effetto degli interventi della cooperazione allo sviluppo in seguito alla drastica riduzione degli stanziamenti (e la cronaca attuale degli scandali passati dà raramente spazio a notizie sulle realtà dei paesi presunti beneficiari). Caso mai ci può essere la tendenza a rafforzare l’interesse sulle sole situazioni di emergenza.


 


Africa visibile e Africa invisibile


Qual è il risultato di questi elementi sui criteri di selezione degli eventi in provenienza dall’Africa? Ci sembra di poter individuare due nuclei di ipotesi. Da una parte il fattore della negatività dell’informazione risulta esaltato a condizione che questa soddisfi la necessità di spettacolarizzazione e di drammatizzazione che sono ritenute necessarie per catturare l’attenzione del lettore. Dall’altra, il fattore della prossimità rimane cruciale: certo non più legato agli interessi della cooperazione e più orientato alle attività economiche e finanziarie, alla politica estera e agli interventi militari. Questi ultimi in particolare costituiscono per l’Italia una vera e propria novità e hanno pertanto un alto indice di notiziabilità.


Sulla base di queste semplici ipotesi abbiamo effettuato una verifica sui due quotidiani a maggiore diffusione nazionale, Il Corriere della Sera e La Repubblica, sugli ultimi tre mesi (25 maggio-24 agosto) in modo da abbracciare gli avvenimenti che hanno suscitato i commenti di Calchi Novati e di Gambino citati all’inizio. Si è tenuto conto esclusivamente del corpo principale dei due quotidiani, senza considerare quindi inserti, magazine illustrati, supplementi, e tralasciando la cronaca locale (lo spoglio è stato effettuato sull’edizione romana di entrambi). Sono stati considerati solo i titoli e la posizione degli articoli nella fogliazione.


Nel periodo considerato solo tre temi sono stati annunciati da entrambi i quotidiani in prima pagina: le elezioni legislative in Algeria (5 giugno), le violenze dei militari italiani in Somalia, la rivolta in Kenya (agosto). Mentre La Repubblica non mette altra notizia in prima pagina, il Corriere ne mette due: la “bufala” di un giornale inglese sulla presunta presenza in Italia dell’ex dittatore ugandese Amin (12/7/97) e l’annuncio di un articolo di Montanelli sulla febbre dell’oro in Etiopia negli anni ’30 (29/7/97). L’Africa si affaccia in prima pagina, tra i 92 giorni considerati, rispettivamente in 21 giorni (23 %) sul Corriere e in 19 giorni (21 %) su Repubblica.


Va subito detto che questo dato non ci dice nulla sulla maggiore o minore visibilità dell’Africa in mancanza di un confronto con gli stessi quotidiani in altri periodi e su un lasso di tempo di almeno un anno. Le osservazioni che si possono fare sono altre. La prima è che non ci sono sensibili differenze tra i due quotidiani: la notiziabilità in prima pagina coincide, salvo in tre giorni, anche se La Repubblica dà con maggior frequenza all’Africa il pezzo d’apertura. Ma più che questo tipo di osservazioni ci interessa capire quali criteri determinano la vetrina della prima pagina. L’Algeria è il solo caso in cui si è tenuto presente un fatto unicamente interno: le prime elezioni parlamentari pluraliste dopo l’annullamento del primo turno di quelle del dicembre 1991. In questo caso il criterio istituzionale sembra aver prevalso, combinato con l’attenzione che il terrorismo aveva attirato sul paese e con l’interesse dell’Italia per la prossimità sia geografica che economica.


Nel caso della Somalia è evidente che il criterio dominante è stato il coinvolgimento dei militari della “Folgore” nelle violenze ai danni di cittadini somali nel corso della missione sotto l’egida dell’ONU. Per il rilievo dato alle polemiche in Italia e che coinvolgono avvenimenti che si svolgono in Italia (pubblicazione di foto, dichiarazioni di militari, ufficiali e politici italiani, inchieste), con scarso spazio per gli eventi presenti e passati in Somalia, può persino venire qualche dubbio sulla correttezza di considerare queste notizie tra quelle riguardanti l’Africa. È solo alla Somalia che entrambi i giornali hanno riservato in alcuni casi (e quasi sempre negli stessi giorni) le pagine 2 e 3 consacrate, assieme alle successive, ai temi di maggior risalto nella nuova scansione delle pagine dei quotidiani. Nei tre mesi della nostra indagine il tema è trattato in prima pagina in sette distinti blocchi temporali, con un lungo intervallo dal 28 giugno all’8 agosto (ma il tema ha continuato ad affollare le pagine degli esteri senza essere richiamato in prima pagina). Ma a rilanciare la Somalia è sempre un evento che parte dall’Italia: le foto pubblicate da Panorama, la ritrattazione di un testimone, l’inchiesta ordinata dal governo, le polemiche dei politici sulla “Folgore”, le conclusioni dell’inchiesta e poi la sua riapertura.


A differenza della Somalia, le notizie sul Kenya hanno origine nel paese; conquistano tuttavia la prima pagina solo quando le violenze mettono a rischio i turisti italiani e ciò consente di dare ampio spazio con una o due pagine ai servizi all’interno dei quotidiani. Peraltro nel caso del Kenya può aver favorito questa dilatazione la vicenda dello Yemen, con i ripetuti rapimenti di turisti italiani di poco precedenti.


A questo punto sono possibili alcune semplici conclusioni circa la visibilità del continente. L’Africa conquista l’onore della prima pagina e ha tanto maggiore rilievo (servizi di apertura ed editoriali) quanto più alta è la prossimità della notizia con l’Italia. Abbiamo fatto anche una rapida verifica dell’affermazione di Gambino col francese Le Monde negli stessi giorni (18-20 agosto) in cui i nostri due quotidiani mettevano il Kenya in prima pagina. Il quotidiano parigino cita l’Africa in prima pagina due sole volte: a proposito del ritiro del contingente francese dal Centrafrica (20/8/97) e del Kenya con il titolo esplicito “Les touristes mis en garde au Kenya” (21/8/97). Anche per il prestigioso Le Monde il criterio della prossimità non fa difetto.


Anche per l’Africa si conferma il tradizionale trattamento delle notizie annunciate in prima pagina. All’interno corrispondono una o più pagine (fino a 5 nel caso dei parà in Somalia su La Repubblica del 15/6/97). Del resto sia per la Somalia che per il Kenya non mancavano fonti italiane per completare il quadro della notizia, con una spiccata tendenza alla drammatizzazione (nel caso somalo) e alla spettacolarizzazione (la politica italiana sulle spiagge di Malindi per il Kenya). Al criterio della prossimità, i due casi che hanno tenuto l’attenzione in questi mesi suggeriscono di aggiungere il criterio della drammatizzazione/spettacolarizzazione che assicura un soddisfacente trattamento della notizia.


Per le altre notizie sull’Africa non annunciate in prima pagina, abbiamo compiuto una verifica sul solo Corriere della Sera nello stesso periodo. Nel 59 % dei giorni c’è almeno una notizia sull’Africa (vale a dire in media almeno una ogni due giorni), e se contiamo anche le notizie di prima pagina, l’Africa è presente nel 70 % dei giorni. Anche in questo caso in mancanza di confronti non è lecito concludere alcunché sulla completezza o meno di questa informazione. È però interessante notare che, al di fuori delle notizie in prima pagina, il paese più citato è l’Algeria, seguito a breve distanza dalla Somalia e, più distante, dal Kenya. Questo conferma, almeno in prima approssimazione, il fatto che quando un paese si è conquistato la vetrina della prima pagina (e per l’Algeria era accaduto all’inizio dell’anno) tende poi a mantenere su di sé l’attenzione.


L’altro criterio che emerge nella selezione delle informazioni è quello della violenza (terrorismo, scontri, uccisioni di massa, golpe) che riecheggia nei titoli del Corriere della Sera nella quasi totalità dei casi. Solo tre articoli sono di approfondimento, uno di questi peraltro dedicato all’offensiva della politica estera americana in Africa (25/7/97).


I dati raccolti non consentono elaborazioni più spinte, invitano piuttosto alla prudenza nell’effettuare generalizzazioni affrettate circa segni di una inversione di tendenza. Sono invece sufficienti a dimostrare quanto urgente sia riprendere in modo più sistematico le indagini, metodologicamente ben costruite. Si deve evitare di dare ai nostri commenti sugli stereotipi che accompagnano l’Africa un nuovo, e del tutto simile, compagno di viaggio.


 


agosto 1997


 


Luciano Ardesi, pubblicista, Segretario nazionale della Lega per i diritti e la liberazione dei Popoli


 


Bibliografia


 


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http://www.africaemediterraneo.it/articoli/art_ardesi_1_97.doc




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