Il muro del Mediterraneo
di Enrico Fierro
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L’avviso ai naviganti ora è chiaro. Addirittura lampante: nessun disperato del mondo che fugge da guerre, carestie, violenze e malattie si azzardi a valicare gli italici confini. Nessun capitano coraggioso e generoso che incroci al largo delle nostre acque legni fradici alla deriva carichi di gente dalla pelle nera, si azzardi a portare soccorso, a issare a bordo quegli infelici e a sbarcarli sulle nostre coste: chi lo fa rischia l’arresto. Come uno schiavista qualsiasi, come uno dei tanti signori della tratta miliardaria degli esseri umani che nessun ministro, nessuna intelligence, nessun apparato militare antimmigrazione è riuscito finora ad assicurare alla giustizia. Il muro che con la legge Bossi-Fini è stato alzato nel centro del Mediterraneo è più alto che mai. Quel mare non è più aperto, l’Italia non è più il paese dell’accoglienza.


Qui non ci sono «bicchieri d’acqua, pezzi di pane e stuoie per dormire» (le parole sono di un uomo di Chiesa, padre Teresino Serra) da offrire a chi è vinto dalla sofferenza. Non ci sono mani tese: solo manette e moderne prigioni che si chiamano Centri di permanenza temporanea. Noi non vogliamo e non dobbiamo entrare nella disputa bizantina sul diritto internazionale e sulle leggi, né abbiamo dubbi che l’atteggiamento della Germania (il paese al quale i 37 profughi hanno chiesto asilo politico) sia stato degno di Ponzio Pilato. Il punto è un altro e riguarda noi tutti: gli italiani. Quelle manette scattate ai polsi del comandante della nave della carità e della speranza, la «Cap Anamur», il sessantacinquenne Stefan Schimdt, e di Elias Bierdel, il capo di Ged, «Germany emergency doctors», sono una vergogna. L’intera gestione della vicenda è uno scandalo internazionale. Ma che paese è diventato il nostro? Che paese è quello che fa ballare in mare per tre settimane 37 disgraziati (sudanesi, o ghanesi o nigeriani, poco importa: sono giovani uomini, bisognosi di aiuto)? E poi, quando il dramma rischia di trasformarsi in tragedia, acconsente al loro sbarco, ma non presta subito soccorso. No: apre le porte della «prigione» che chiamano Cpt e stringe i polsi di chi ha salvato delle vite in poderosi schiavettoni. È il paese della Bossi-Fini. È l’Italia governata da personaggi come l’ingegnere acustico Roberto Castelli, un uomo nel cui vocabolario la parola pietà è stata cancellata con tratti di penna spessi e nervosi. Sono passate poche ore dall’attracco della nave sulla banchina di Porto Empedocle, e lui, il ministro italiano della Giustizia col fazzoletto verde nel taschino e l’egoismo «padano» nel cuore, lancia il suo anatema. «La vicenda della Cap Anamur crea un precedente che rischia di essere devastante per l’Italia». Proprio così: 37 uomini laceri, affamati, impauriti, rischiano di «devastare» la quinta o sesta potenza economica mondiale. Sì, il ministro ne è convinto, perché se l’Italia decide di accoglierli «dimostra di essere il ventre molle d’Europa», e allora si parli di questa vicenda, la si porti subito «nella verifica di governo». Ma sì, il dramma di quei 37 sventurati dalla pelle nera venga sbattuto sui «tavoli» della verifica, tra nostalgie proporzionalistiche, pseudo riforme, federalismi devolutivi, tensioni dell’Udc e minacce berlusconiane di killeraggio televisivo. Questa è l’Italia della Bossi-Fini. Questa è l’Italia retta da un governo e da una maggioranza che stanno devastando il Paese, cancellando la sua millenaria cultura dell’accoglienza e della mano tesa. Eppure si dicono cristiani!


Parla il ministro Castelli e scattano le manette. Il capitano coraggioso e generoso finisce il galera insieme al capo di una organizzazione umanitaria apprezzata in tutto il mondo. È la legge, che non distingue tra chi soccorre e chi sfrutta: tutti favoreggiatori dell’immigrazione clandestina. E tutti clandestini, anche i 37 profughi ora rinchiusi nell’orrendo centro di permanenza di Agrigento. Un capannone nel cuore di un desolato nucleo industriale. Per loro non vale lo status di profughi, né di richiedenti asilo. Sono clandestini, persone che volevano entrare illegalmente in Italia.


Quello scatto improvviso di manette fa riflettere e pone più di un interrogativo. L’ordine è venuto da Roma, dicono alcuni. Gli arresti si sono resi necessari perché molti sono i punti oscuri della vicenda, replicano dal Viminale e da Agrigento. Dove sta il giallo? Nella nazionalità dei 37, forse? Non erano tutti sudanesi in fuga dalla guerra. E se anche fosse così, se la maggior parte di quegli sventurati fossero ghanesi o nigeriani, cambierebbe forse qualcosa, toglierebbe drammaticità alla loro condizione di africani disperati? La risposta è no. Ma il tempismo delle manette propone anche un’altra domanda: come hanno fatto i solerti investigatori, a Roma come ad Agrigento, a scoprire in poche ore che l’odissea della «Cap Anamur» e dei suoi 37 disgraziati era una montatura? Per la verità a risolvere il «giallo» era stato prima di ogni altro il ministro Guardasigilli Castelli, che nella prima serata di ieri aveva già dettato le sue certezze: «La “Cap” è entrata in porto con un espediente, è bastata la dichiarazione di non essere in grado di governare la nave per far cadere la sovranità dello Stato e far sbarcare i profughi». Poi, dopo le parole del ministro, sono scattate le manette. Castelli ora sarà contento, i confini sono salvi. L’immagine dell’Italia no. Il Paese ha mostrato al mondo intero il volto arcigno della chiusura e dell’isolamento.


Enrico Fierro


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