L’esilio nella lingua straniera: la letteratura maghrebina di espressione francese
di Hocine Benchina
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L’esilio nella lingua straniera:


la letteratura maghrebina di espressione francese


 


di Hocine Benchina


 


Il francese, imposto dai colonizzatori, è stato utilizzato molto dagli scrittori maghrebini, creando tanti capolavori, ma generando il falso cliché che nel Maghreb la letteratura sia solo quella prodotta in francese. In questo articolo uno sguardo sulla “pluralità irriducibile”, sulla ricchezza linguistica della letteratura araba.


 


Il posto occupato dal francese nel paesaggio linguistico maghrebino è, ancor oggi, lontano dall’essere accettato senza reticenze. L’atteggiamento ostile di alcuni critici riguardo la letteratura araba di lingua francese in genere è molto significativo al riguardo. Dal semplice rimprovero che le si fa spesso di utilizzare la lingua del colonizzatore si giunge, a volte, a proclamare la sua fine pura e semplice. Mentre tuttavia aumentano le voci dei detrattori, essa si radica ancor di più nel panorama nordafricano. Si tratta quindi di stabilire se ciò che viene scritto in francese debba o meno essere considerato letteratura araba. E tuttavia la sola letteratura in lingua francese, pur se rappresenta una parte di un mondo culturale che si esprime in arabo, giudeo arabo e francese, ha prodotto capolavori che si dispiegano attraverso la lingua con le sue ambiguità. Trattando allora di letteratura araba francofona vanno innanzitutto smantellati alcuni cliché troppo spesso applicati alla letteratura araba in generale:


- considerare letteratura solo quella scritta in francese: spesso in Occidente si studiano solo queste opere tralasciando la vasta produzione in lingua araba di qualità e, inoltre, queste opere vengono studiate più negli istituti di francesistica che non di lingua e letterature arabe; in tal modo non si fa altro, da un lato che perpetrare l’equivoco della non appartenenza alla cultura araba, dall’altro che avallare l’ipotesi che considera le letterature maghrebine nate solo con l’avvento della colonizzazione, come se nulla fosse esistito in precedenza;


- l’uso del francese ha permesso agli scrittori maghrebini di trattare soggetti tabù in arabo (blasfemi o a carattere sessuale). Pur se è un fatto che alcuni argomenti vengono trattati più facilmente in lingua straniera perché la cultura araba considera alcuni concetti tabù - ne è un esempio la musica ray: fintanto che canzoni straniere recitavano “I love you” o “je t’aime” non si è accesa la polemica che ha scatenato un “nebghik” (ti amo) in arabo dialettale - è altresì vero che la prima a descrivere un rapporto sessuale in un racconto è stata Layla Ba‘alabbakî nel suo racconto Una navicella di tenerezza per la luna, scritto in arabo; è forse possibile considerare il francese un terreno neutro per lo scrittore maghrebino;


- il francese viene considerato come l’unico mezzo per accedere alla modernità, alla tecnologia;


- questa lingua straniera avrebbe fornito le strutture narrative e gli elementi d’avanguardia al romanzo del XX secolo, aprendo al romanzo maghrebino il capitolo mondiale delle letterature postmoderne e la possibilità di rappresentare il patrimonio culturale maghrebino all’estero.


Questa ipotesi in particolare viene smentita dalla letteratura femminile, la quale secondo recenti ipotesi[i] è quella che ha dato una svolta fondamentale al romanzo in senso moderno, per il fatto che le donne hanno, in ogni luogo, avuto accesso al sapere a partire da scuole professionali nelle quali non si insegnavano le materie classiche.


La “pluralità irriducibile”, per usare un’espressione di Hatibî, della letteratura araba non può che esserne la ricchezza e, come afferma Jean Pélégri, francese d’Algeria, lo scambio è reciproco: “Per quanto mi riguarda, e comunque la si pensi, se scrivo in francese, in una lingua d’erbe e foreste, mi accade spesso, prima di scrivere, di pensare in arabo, di sentire in berbero, di riconoscermi e identificarmi sotto il segno dell’ulivo, del wadi e del giabal. E l’Algeria resta per me, che lo si voglia o no, la mia terra e il mio granaio, la mia fonte, il mio dominio interiore. Rivendico, in nome dello scrittore, questa dualità”.[ii]


 


Un tentativo di analisi del problema porta a considerare per lo meno quattro linguaggi che sono a disposizione dell’autore maghrebino per esprimersi.


 


-Innanzitutto l’arabo classico, lingua del Corano e della religione, portato alla sua massima espressione in epoca classica. Attualmente, anche se la scolarizzazione avviene in arabo, sono tuttavia pochi coloro che possono comprendere questa lingua letteraria, splendida, ma che risente del problema della diglossia presente in Maghreb più che altrove nel mondo arabo a causa del forte sostrato libico-berbero e delle molteplici “invasioni” linguistiche perpetratesi nel corso della sua storia.[iii] Il problema ha interessato diversi scrittori, primo fra tutti l’egiziano Twfîq al-Hakîm, che hanno proposto e applicato, ad esempio, l’utilizzo dei dialetti almeno nei dialoghi delle loro opere, per rendere la lingua letteraria più vicina all’espressione reale, quotidiana. Si è quindi giunti alla definizione di un arabo “medio” (definito dal Massachusset Institute of technology come MSA, Modern Standard Arabic) che possiamo identificare come quello attualmente insegnato nelle scuole locali e negli istituti stranieri attenti ai cambiamenti linguistici, che presenta alcune varianti rispetto all’arabo classico (soppressione nella pronuncia delle desinenze dei casi, lettura in generale che segue le regole della salîqa, “parlare e leggere naturale” e del tarhîm, “leggere e parlare snello, soffice e abbreviato”.[iv]


Eppure l’arabo classico conserva tutto il suo fascino nella cantillazione coranica e nella recitazione di poesie, fascino dovuto alla musicalità insita nella lingua araba e all’emozionalità che la lingua suscita in chi l’ascolta,[v] fascino legato al sentimento religioso e al fatto che “Dio parla arabo”, lingua in cui è stato rivelato il santo Corano. Innegabile il legame tra l’ascolto della lingua e la rivelazione: nella letteratura musulmana numerosi sono i racconti di persone che al solo sentire la parola rivelata sono morte o si sono convertite subitaneamente.


 


- Il Nord Africa, tuttavia, è stato lungamente sottoposto al giogo della lingua francese, pur se con tempi e modi diversi nei singoli paesi. È Malek Haddâd, scrittore tunisino, a dichiararsi “in esilio nella lingua francese”. Per un’intera generazione di scrittori maghrebini il francese è stata l’unica lingua possibile della scrittura.[vi] Scolarizzati in francese, magari emigrati in Francia per completare gli studi universitari, questi autori vivono spesso un rapporto conflittuale con il loro medium espressivo, che pure è l’unico che hanno a disposizione. Se è vero che per appartenere a una cultura la sola lingua non è sufficiente e che quindi gli scrittori di lingua francese fanno comunque parte della letteratura araba per il loro modo di sentire e per i temi trattati, è altresì vero che il francese viene comunque percepito come la lingua dell’usurpatore. C’è allora chi, come Jean Amrouche, afferma che per arabi francofoni e francesi esiste una lingua comune, ma non uno stesso linguaggio.


Lo scrittore maghrebino utilizza anche la lingua francese come arma: scrive nella lingua dell’ex-colonizzatore e scrive meglio di lui, conferendo alla lingua dell’avversario una densità e una forza d’impatto che attentano all’essere stesso di questa lingua. In diversi autori, tuttavia, e forse proprio in coloro che meglio si sono appropriati di questa lingua “straniera”, è come se a un certo punto qualcosa si spezzasse; essi allora o ritornano all’arabo (Boudjedra), abbandonato in un primo tempo, o vi si dedicano con fervore, recuperando la loro lingua madre (Djebar). O ancora, come ‘Abd al-Kebîr Hatîbi, ricercano un luogo ideale della scrittura nella bi-lingua, isola che non c’è, dove il conflitto si scioglie.


 


- La terza lingua è l’arabo dialettale, quello che non si scrive o che ognuno può scrivere come crede, lingua viva e in movimento, formata da elementi provenienti dall’arabo classico, dal berbero, da termini francesi “arabizzati”. Lingua degli affetti, della famiglia. Lingua che, nella variante berbera, possiede anche una letteratura recentemente riscoperta e che i parlanti difendono ormai da anni da una politica che vorrebbe annullarla a fronte di una presunta “arabità” ritrovata. Durante la colonizzazione dalla giustapposizione di culture e costumi diversi è nata in Maghreb una parlata originale e colorita, detta arabo-francese, che ha il suo vocabolario proprio, la sua sintassi, una propria evoluzione linguistica. Fertile in immagini e in giri di parole inattesi, ricca di apporti dall’arabo, dallo spagnolo, dal provenzale, dall’italiano, dall’ebraico o dal maltese, questo francese dell’Africa del Nord si ascolta ancora, sempre più arabizzato e potrebbe, forse, costituire la nuova lingua del Maghreb.


 


- Da ultimo, e specificamente femminile, il linguaggio del corpo. Dove alla donna è negata la parola, un linguaggio fatto di segni corporei e spaziali sostituisce il verbo. Linguaggio muto che si nutre dello spazio della segregazione, codice inespresso sotteso ai rapporti fra i sessi “che lo sguardo maschile, censore, non può negare”, ci ricorda Assia Djebar. Ne La Zeda ou les chants de l’oubli, suo secondo film, la telecamera riprende una donna velata che fotografa a sua volta un soldato francese nell’atto anch’egli di fotografare gli “autoctoni”. immagine e linguaggio muto si fondono qui al meglio.


 


Qual è allora la lingua della letteratura araba? Spesso il francese confonde l’identità di chi lo usa, che maschera la realtà, rassicurando senza dubbio il pubblico francese sulla sua opera “civilizzatrice”. L’esilio, allora, diventa una condizione dell’essere, un’esperienza ontologica che non si colloca nello spazio e che è funzione dell’angoscia. La solitudine che si vive nella propria cultura e nella propria lingua si rivela essere l’esilio più profondo e il luogo dell’alienazione più significativo.


 


Hocine Benchina, algerino, si occupa di traduzioni dall’arabo


 


Bibliografia


Nadia Angelescu, Linguaggio e cultura nella civiltà araba, Silvio Zamorani editore, Torino 1993


Jolanda Guardi, “La lingua quale risposta alla colonizzazione culturale in Algeria”, in L’Africa e il XX secolo. Riflessioni sulle culture e le società contemporanee, L’Harmattan Italia, Torino 1997, pp. 19-49


AA. VV., La traversée du français dans les signes littéraire marocains, Editions La Source, Toronto 1996


AA. VV., Le banquet maghrebin, Bulzoni, Roma 1991








Note


 


[i] - W. J. Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino, Bologna 1986.



[ii] - Jean Pélégri, “Les signes et les lieux”, in AA. VV., Le banquet maghrebin, Bulzoni, Roma 1991, pp. 9-35.



[iii] - Per una disamina del problema si veda Fadela M’rabit, Les Algériennes, Maspero, Paris 1969.



[iv] - Per la spiegazione di queste regole fondamentali si veda W. Wright, A grammar of the Arabic Language, Cambridge University Press, Cambridge 1995, Vol. II, pp. 88, 233, 276, 368-9, 370 e 372.



[v] - L’orecchio arabo può percepire una gamma di suoni maggiore che non quello occidentale grazie alla particolarità della struttura della musica araba; questa capacità prende il nome di “ipersensitività emotiva”.



[vi] - In Algeria, ad esempio, imparare l’arabo classico poteva avvenire solo in condizioni di clandestinità.


 


 


http://www.africaemediterraneo.it/articoli/art_benchina_3_4_98.doc



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