Sulla narrazione, la costruzione del sapere e la postmodernità - di Federico Batini
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DELLA NARRAZIONE E LA SUA VALENZA FORMATIVA


di Federico Batini


''…Queste sono storie di persone che ho incontrato… Sono voci, ma anche urla, a volte pianto o ancora silenzi brevemente interrotti. ... Sono storie vere e dunque marginali: ché del loro dolore e del loro senso nessuno debba sapere, ché il nostro infinito bisogno di rassicurazione non venga lacerato da alcun vento imprevisto, ché le nostre malferme certezze non vengano inquietate dai nostri sensi di colpa. Al centro del nostro interesse deve rimanere l’irreale, la quotidiana finzione.


Tutto il resto va allontanato, rimosso. A meno che non si tratti di cronaca, che preferiamo perché effimera, fatta per essere costantemente superata da un’altra più recente e sbalorditiva, dunque ansiolitica. Queste storie non consentono consolazione, né pretendono di insegnare. Non ostentano di sé, parlano in privato, richiedono complicità.''1


Sulla narrazione, la costruzione del sapere e la postmodernità


''Se la rappresentazione scritta o stampata delle parole può essere simile a un’etichetta, le parole vere, parlate, no.''2


La narrazione è un concetto trasversale all’oralità ed alla scrittura, sia le civiltà alfabetiche che quelle "illetterate" ne hanno avuto forme più o meno sviluppate, la narrazione è in un certo senso connaturata all’uomo, non si ha testimonianza di civiltà  che non hanno utilizzato la narrazione, essa traversa le culture, le epoche, i luoghi, è  presente da sempre e, forse, sarà sempre presente, si potrebbe dire che con il nascere della socialità, della relazione interumana è nata la narrazione ed insieme alla relazionalità stessa è l'unico elemento da sempre presente.


Certo la narrazione suscita automaticamente un collegamento mentale con l’oralità (o  comunque con la lettura a voce alta), evoca in noi un’impressione di qualcuno che parla e qualcuno che ascolta, non si pensa, comunemente, ad una narrazione intesa come lettura individuale e silenziosa. Comune ad entrambe le forme è il presumere, verificato hic et nunc nella narrazione orale, supposto nella narrazione scritta, un pubblico: a tale pubblico, di nuovo similarmente, si richiede una qualche trasformazione. ''Al lettore, ad ogni lettore, è assegnato il ruolo di amico intimo dello scrittore. E’ questo il gioco che egli deve giocare con Hemingway, non sempre e solo questo, ma comunque spesso, in misura maggiore o minore. … Mi sembra come minimo onesto dire, ammettere che perfino un narratore orale richiede al suo pubblico una qualche trasformazione. L’invocazione alla Musa è un segno che avverte il pubblico di assumere la disposizione d’animo adatta a chi deve ascoltare una narrazione epica. … Anche oggi, non parliamo in altri contesti quel tipo di linguaggio che usiamo quando raccontiamo ai bambini una favola. Basta dire "c’era una volta" e ci ritroviamo fuori dal mondo reale…'' 3


La narrazione, la storia si configura quindi anche come momento di sospensione del reale che delinea i contorni della sospensione del presente per proiettarci nel passato, mitico o reale, nel futuro o nell’irrealtà.


La narrazione è stata lo strumento principe della costruzione e della trasmissione del sapere. Francois Lyotard, nel suo La condizione postmoderna parla della preminenza del pensiero e della forma narrativa nella costruzione del sapere, nelle civiltà più evolute, rispetto al sapere scientifico, assegnando quindi la funzione di trasmissione e di elaborazione delle conoscenze alla narrazione. 4


Un requisito comune a logica e scrittura è quello della formalizzazione spinta al grado più elevato dalla logica, formalizzazione che è anche però la base di una possibilità di un sapere comune; nell'oralità esiste o il passaggio diretto (tradizione orale, passaggio maestro-discepolo, iniziato-iniziando) oppure il sapere muore con chi ne era il detentore.


Quando oggi diciamo che "sappiamo qualcosa" intendiamo oltre all'averlo compreso il fatto che lo riteniamo, cioè che siamo in grado di ricordarlo; lo stesso discorso vale anche in una cultura orale, ma ciò che oggi è in larghissima parte scritto viene appreso in maniera diversa, un pensiero lungo ed articolato, diremmo analitico, è nella cultura orale soprattutto risultanza di una comunicazione, di un processo dialogico 5 è difficile continuare a parlare con se stessi in un pensiero protratto.


L'unica soluzione quindi dopo aver usato il dialogo strumentalmente per rammentare è quella di creare moduli mnemonici dotati di ritmicità, ripetizioni, antitesi, rime, espressioni formulari, assonanze, narrazioni…: frasi formate da costituenti simili non sono occasionali nelle culture orali, strutturano il pensiero stesso. Un esempio può aiutarci a capire: le leggi stesse, in una cultura orale, sono fatte da proverbi e massime formulari, qui non servono ad abbellire le leggi ma sono le leggi. Quando tutta l'oralità, o quasi, è formula e "storia" o costituisce parte di una formula o di una storia in altro contesto è ovvio che cambia il modo di pensare che diventa organizzato


intellettualmente in schemi di rapporto con l'esperito. Per questo persino le leggi erano narrate, non si teorizzava la legge, ma, spesso, si proponevano alcuni esempi, vere e proprie micro-narrazioni. Le storie, le narrazioni avevano un ruolo preminente nella vita quotidiana.


Si constata invece, nella condizione postmoderna, una crisi del narrare come avvertiva già molti anni fa W. Benjamin ''Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi vorrebbe sentirsi raccontare una storia. E’ come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.'' 6


Anche Lyotard infatti, nel testo citato, parla della crisi dei "grandi racconti"7, che venivano ad organizzare i saperi in maniera organica, gerarchica, l’impossibilità di dare una rappresentazione esaustiva, totalizzante e tranquillizzante della realtà, che possa "ridurre" la complessità nella quale ci troviamo a vivere.8


Calvino, in Se una notte d’inverno un viaggiatore scriveva: ''Oggi che mi sembra che al mondo esistano soltanto storie che restano in sospeso e si perdono per la strada''9


Lo scopo originario del narrare era invece, come risulterà già chiaro, quella che Eco definisce come quella che era anche la funzione dei miti ''…dare forma al disordine delle esperienze''. 10


Altrove abbiamo scritto: Né il realismo dell’800 "la realtà è soltanto quella che si de", né i vari socialismi reali o il marxismo tout-court "la realtà è l’utopia di un sogno che prima o poi si realizzerà", almeno in quanto tali, sono più utilizzabili. A partire da questa crisi, e prendendola sul serio, sembra però possibile raccontare ancora. Forse l’idea stessa di globalità può essere raccolta proprio a partire dalla arrazione delle ferite di questo inizio di secolo, solo raccogliendo pezzi, cocci, rammenti tramite la narrazione nuda che è anche il mezzo più rispettoso, senza commento… E, forse, è possibile tornare a raccontare non solo essendo convinti della forza del raccontare, ma della sua debolezza che è, al contempo, la sua forza.>11


La narrazione e la formazione


discipline scientifiche, mutamenti a loro volta collegati a trasformazioni che hanno investito la cultura ed i modi di vivere dei paesi ad avanzato sviluppo industriale e tecnologico. Alcune discipline quali l’epistemologia, l’antropologia, la storia, la paleontologia, la sociologia, la neuropsichiatria, la psicoanalisi, e la psicologia hanno, ognuna nel proprio campo, sempre più messo in luce l’importanza del concetto di narrazione. Le storie, siano queste costruite dallo scienziato che dalla persona comune, sono apparse come modi "universali" per attribuire e trasmettere significati


circa gli eventi umani.>12


Raccontare una storia anziché descrivere un fenomeno rappresenta certamente un’opzione gnoseologica, la scelta di un modello di conoscenza e non la rinuncia ad so. Narrare ed esercitare l’ermeneutica sulle altrui narrazioni non è una moda o un estetismo, o il segno di un disprezzo o della rilevata insufficienza delle scienze esatte… crediamo che oggi proporre una pedagogia narrativa che si faccia carico di un interrogativo sul "perché raccontare" non sia innocente, neutro o banale.


Il processo formativo è sempre e comunque peculiarmente narrativo: si racconta e ci si racconta, altrimenti il sapere sarebbe condensabile, specialmente oggi, in supporti cartacei o magnetici, più o meno miniaturizzati, il processo formativo è invece intrinsecamente relazionale e nella relazionalità la negoziazione del proprio sé con quello altrui è elemento di vitale importanza, in questo senso la narrazione può trovare la propria validazione come strumento di formazione. Ma oltre al ruolo di strumento si può supporre alla narrazione una valenza di soggetto del processo formativo, il narrare le storie dell’impresa può essere, ad esempio, lo strumento migliore nelle attività formative tese a motivare o a costruire valori ed obiettivi condivisi, il narrare la propria storia si sgancia, con i contributi teorici degli ultimi anni, dal contesto terapeutico per riferirsi a quello che possiamo definire, enericamente, il contesto dell’empowerment.


Il narrare formativo è la costruzione di significati, la costruzione di realtà possibili, non soltanto confinate nel mondo del virtuale, ma anche del futuribile. Recentemente un testo importante come quello curato da Kaneklin e Scaratti 13ha ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale ed organizzativo.


Il punto di vista narrativo risulta infatti connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Inoltre <…consente di ricollocare la funzione formativa all’interno di una duplice tensione, che si tratta costantemente di alimentare e regolare: quella inerente la prospettiva di restituire ai soggetti una maggiore capacità di collocarsi, grazie alla formazione, all’interno di processi più generali e complessi, individuando percorsi e storie esistenziali e lavorative più soddisfacenti e significative.>14


Se alla funzione formativa si assegna, nella nuova ottica della formazione continua, un valore di empowerment individuale, di implementazione delle capacità di riduzione della complessità o perlomeno di "governo" della complessità stessa, se è vero, come sostiene (in un altro dei molti libri che in questo periodo fioriscono sul raccontarsi) Daniel Taylor, che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato, vissuto e anche di quelle che non ha vissuto 15, allora risulta inevitabile nei contesti formativi trovare spazio alla narrazione, come oggetto, strumento e soggetto del processo.


Ci sembra fondamentale il contributo della pedagogia narrativa, in questo senso, pedagogia narrativa che non significa semplicemente implementare l’utilizzo della narrazione tramite storie, romanzi, racconti… nell’educazione la narrazione non deve essere oggetto, ma soggetto del percorso educativo ovvero <…il narrare come forma costitutiva e principio epistemologico dell’elaborazione pedagogica. Come dire:


educare narrando, dare un impianto narrativo al percorso educativo, concepire l’educazione non solo come tempo e luogo delle spiegazioni, della trasmissione del conoscere, ma anche come ascolto reciproco tra soggetti narranti la cui identità è anzitutto un’identità narrativa.>16


L’uomo odierno ha "sete" di narrazione perché nella narrazione ritrova spazio e empo per la propria vita. La formazione crediamo quindi non possa rinunciare alla propria dimensione intrinsecamente narrativa, in almeno tre direzioni:


-una formazione composta essenzialmente di narrazioni, che sappia valorizzare cioè la dimensione narrativa dei "contenuti": raccontare l’impresa, raccontare la motivazione, raccontare la comunicazione, ma persino raccontare l’informatica…


-una formazione pedagogica, esperta nell’analisi delle narrazioni, preoccupata di tenere deste le capacità narrative della comunità civile, che miri ad insegnare, ad ascoltare narrazioni ed a produrre narrazioni. Ecco l’educazione alla memoria, ad una memoria collettiva socialmente legittimata come chiave di lettura anche di periodi di risi.


-una formazione al diario, all’autobiografia (forse l’ambito più indagato dei tre) che <…non è solo un modo di raccontarsi, un disvelamento a sfondo narcisistico, o una spiegazione/giustificazione post hoc delle scelte compiute nel corso dell’esistenza.


…infatti, scrivere la propria storia è un modo per apprendere qualcosa su di sé.


Scriverla perché sia letta è un modo per formare altri alla comprensione di sé.> 17re direzioni, che sono anche motivazioni, e che possono essere assunte come proprie dalla formazione, come un augurio per l’apertura del prossimo millennio, perché si comincino a raccontare storie e non si abbia paura, in tanti ambienti di essere capiti, di raccontarsi, di raccontare, di fondare anche narrazioni che abbiano la pretesa di non spiegare qualcosa, come i grandi testi fondativi di utopie e religioni, ma di aggiungere senso.



 


Da: www.edscuola.it/archivio/ped/narrazione.pdf.



1 Paolo Crepet, Solitudini, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 1999, p. 11.


2 Walter J. Ong, Oralità e scrittura, Bologna, Il Mulino, 1986.


3 Walter J. Ong, Interfacce della parola, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 72-77.


4 Jean Francois Lyotard, 1981, La condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli.


Jean Francois Lyotard, 1979, La condition postmoderne, Paris, Les Editions de Minuit.


Ci si riferisce in particolare ai capitoli 6 ed 8 intitolati Pragmatica del sapere narrativo e La funzione narrativa e la legittimazione del sapere.


5 I bastoncini intagliati, gli aiuta-memoria, gli oggetti ordinati in un certo modo per consentire processi di associazione non bastano nemmeno a ricordare la prima parte di un ragionamento complesso per poi svilupparlo, figuriamoci la soluzione di un intero problema che può superare qualche centinaio di parole


6 Walter Benjamin, 1976, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in "Angelus Novus", Torino, Einaudi, p. 235.


7 E’ vero d’altra parte che nello stesso anno nel quale usciva l’edizione originale dell’opera citata di Lyotard, Richard Rorty sosteneva che non vi era più bisogno di una epistemologia fondazionale e individuava nell’ermeneutica la garanzia non di sostituzione, ma proprio della non sostituzione.


Ci riferiamo a: R. Rorty, 1979, Philosophy and the mirror of nature, Princeton, University Press.


8 Una delle motivazioni del riemergere del sacro attraverso forme spesso surrogate e riduttive può essere infatti cercata


proprio in questa funzione di riduzione della complessità che hanno le "tecniche" del sacro.


9 Italo Calvino, 1979, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi.


10 Umberto Eco, 1993, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano, Bompiani.


11 F. Batini – B. Salvarani, Tra pedagogia narrativa ed orientamento; primo tempo: Appunti di Pedagogia narrativa, in


"Rivista dell’Istruzione", n. 6, 1999, Rimini, Maggioli.


12 Andrea Smorti, a cura di, 1997, Il sé come testo, Firenze, Giunti, p.10.


 


 


 


15 Daniel Taylor, 1999, Le storie ci prendono per mano, Piacenza, Frassinelli.



sentito mai. Hanno modellato la vostra visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate.>


16 Antonio Nanni, 1996, La pedagogia narrativa: da dove viene e dove va, in: Raffaele Mantegazza, a cura di, 1996,


Per una pedagogia narrativa, Bologna, EMI, p. 40.


17 Laura Formenti, Prefazione all’edizione italiana di: Malcolm S. Knowles, La formazione degli adulti come


autobiografia, Milano, Cortina, 1996, p. X.


http://www.sirio.umbria.it/files/Batini.rtf



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