Gabriella Del Duca - ultimi interventi
Gabriella Del Duca - 18-12-2006
Sembra che si stia perdendo l'alfabeto della comunità, quella che serve a farla funzionare, nello sbriciolamento dei dititti, nella iperindividualizzazione dei desideri. Si è perso quel minimo di regolamento sociale per cui, se chiedi che ore sono, ...
Gabriella Del Duca - 05-04-2006
L'ultimo anno di insegnamento, in terza media, per integrare le lezioni di geografia invitai a scuola un signore che frequentavo da tempo e che aveva creato in un villaggio del Kenia una scuola, un centro professionale, un ambulatorio e ora stava costruendo una chiesa. Poiché viveva in Africa la maggior parte dell'anno e questo da più di trent'anni, ero convinta che la sua esperienza, tutta ispirata all'accoglienza, i vissuti, le informazioni di prima mano, potessero dare ai ragazzi un contributo nuovo, stimolante e originale.
Non avevo dubbi che lo scenario tratteggiato dal mio ospite fosse tutto a favore degli abitanti di quel paese, su questo era come se tra me e lui, pur così diversi, ci fosse una perfetta consonanza.
Gabriella Del Duca - 27-02-2006
Lo scrittore irlandese Frank Mac Court nel libro "Che paese, l'America!" racconta del periodo in cui ha fatto l'insegnante in una scuola superiore del Middle West, una scuola pubblica, cioè senza pretese, in senso letterale, da parte di operatori ed utenti, popolata da una variegata umanità adolescente. Reso inetto dagli scrupoli, il giovane insegnante assecondava la parte regressiva dei ragazzi, quella che resiste all'impegno della crescita. Un gorgo da cui ogni mattina risaliva senza merito, all'ingresso nell'aula. Due minuti a galleggiare in superficie, guidato da un fiotto di fiducia nella benigna disposizione delle facce, della luce sui banchi di fòrmica, del saluto polifonico e poi subito giù in un precipitato di piccoli comportamenti oppositivi, quasi banali, giù nel vortice dell'impotenza, condannato dall'inferiorità del suo peso specifico.
A un certo punto, messa da parte ogni velleità di mimare qualcosa che potesse far pensare a lui come insegnante e ai ragazzi come allievi, propone di mettere un po' d'ordine nei locali. Un'attività fisica, di braccia e di gambe, di schiene curvate o distese per raggiungere i ripiani alti delle scansie, prendere i faldoni, dare una passata con uno straccio inumidito, sciacquarlo nel lavabo dei bagni. Aprire vecchi armadi di metallo, svuotarli, pulirli e inventariare le carte. Ordinare l'archivio della scuola.
L'archivio della scuola è fatto in gran parte dai compiti dei ragazzi, di tutti i ragazzi passati in quella scuola negli anni, cioè dai padri, zii, nonni, cognati, fratelli e sorelle maggiori di quelli che ora prendono in mano quei fogli. Siamo in una piccola città dell'America profonda, quasi un villaggio. La lettura di quei fogli attrae come la vita, "Ehi, questo è un tema di mio zio Sam!", la vita al suo meglio di padri, zii, nonni e fratelli maggiori, quando stavano nella stessa aula. I ragazzi leggono i loro pensieri e tutto quello che per loro, in quei momenti, si faceva anima, anima di vita quando, come loro adesso, giravano gli occhi nell'azzurro che feriva il muro dell'aula dalla finestra. I ragazzi leggono con le lacrime le parole fresche di padri ingrugnati, di madri avvilite, di vecchi impietriti nel controluce del tinello. Inizia il miracolo della crescita.
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