Se la pedagogia di Carl Rogers può servire
Gabriella Del Duca - 27-02-2006
Lo scrittore irlandese Frank Mac Court nel libro "Che paese, l'America!" racconta del periodo in cui ha fatto l'insegnante in una scuola superiore del Middle West, una scuola pubblica, cioè senza pretese, in senso letterale, da parte di operatori ed utenti, popolata da una variegata umanità adolescente. Reso inetto dagli scrupoli, il giovane insegnante assecondava la parte regressiva dei ragazzi, quella che resiste all'impegno della crescita. Un gorgo da cui ogni mattina risaliva senza merito, all'ingresso nell'aula. Due minuti a galleggiare in superficie, guidato da un fiotto di fiducia nella benigna disposizione delle facce, della luce sui banchi di fòrmica, del saluto polifonico e poi subito giù in un precipitato di piccoli comportamenti oppositivi, quasi banali, giù nel vortice dell'impotenza, condannato dall'inferiorità del suo peso specifico.
A un certo punto, messa da parte ogni velleità di mimare qualcosa che potesse far pensare a lui come insegnante e ai ragazzi come allievi, propone di mettere un po' d'ordine nei locali. Un'attività fisica, di braccia e di gambe, di schiene curvate o distese per raggiungere i ripiani alti delle scansie, prendere i faldoni, dare una passata con uno straccio inumidito, sciacquarlo nel lavabo dei bagni. Aprire vecchi armadi di metallo, svuotarli, pulirli e inventariare le carte. Ordinare l'archivio della scuola.
L'archivio della scuola è fatto in gran parte dai compiti dei ragazzi, di tutti i ragazzi passati in quella scuola negli anni, cioè dai padri, zii, nonni, cognati, fratelli e sorelle maggiori di quelli che ora prendono in mano quei fogli. Siamo in una piccola città dell'America profonda, quasi un villaggio. La lettura di quei fogli attrae come la vita, "Ehi, questo è un tema di mio zio Sam!", la vita al suo meglio di padri, zii, nonni e fratelli maggiori, quando stavano nella stessa aula. I ragazzi leggono i loro pensieri e tutto quello che per loro, in quei momenti, si faceva anima, anima di vita quando, come loro adesso, giravano gli occhi nell'azzurro che feriva il muro dell'aula dalla finestra. I ragazzi leggono con le lacrime le parole fresche di padri ingrugnati, di madri avvilite, di vecchi impietriti nel controluce del tinello. Inizia il miracolo della crescita.
Come ricomporre l'unità di mente e cuore nella scuola, come fare si che la mente si accenda alla luce delle emozioni, che lo studio divenga esperienza di rafforzamento dell'unità dell'io a partire dalla progressiva liquidazione dei costrutti disfunzionali, dalla coraggiosa rinuncia di maschere e ruoli, in definitiva da una professione di umiltà?
Per Carl Rogers, psicoterapeuta americano, fondatore della psicologia umanistica, non ci sono ricette se non appunto l'avvio di un processo personale che investa l'adulto (che in questo caso, forse, ha qualcosa da imparare dal giovane, più autentico, più integrato, nonostante tutto, più a contatto con le istanze vitali del proprio sé), un processo di autoconsapevolezza, un atto di responsabilità che lo faccia entrare nell'aula ogni mattina come una persona nuova in un luogo nuovo da esplorare come Robinson fece con la sua isola sconosciuta e lì come lui mettersi all'opera utilizzando creativamente i suggerimenti inediti della relazione da persona a persona. Una pedagogia quindi che tenga conto del rapporto duale, dei bisogni e delle aspettative dell'altro, intuite e verificate nel farsi della relazione.
Cosa ricorda ognuno di noi della propria esperienza scolastica, anche a distanza di anni, se non i volti, le voci, i gesti e gli atteggiamenti di compagni, insegnanti, bidelli, cioè di tutte quelle persone che condividevano i luoghi, le situazioni, gli stati d'animo di quell'esperienza e, naturalmente, il proprio sé, di volta in volta smarrito, confuso, vigile, soddisfatto, gratificato.
Ogni ragazzo, interrogato su come sia il tale o tal'altro insegnante è preparatissimo ed è in grado di riprodurne gli atteggiamenti con grande precisione. Ancora una volta quella nostalgia inesausta del dialogo che presume l'unicità di una coppia, l'unicità del due.
Invece, spesso, il dialogo è il grande assente dell'istituzione scolastica sempre più organizzata secondo schemi produttivistici in base ai quali far assumere il maggior numero di acquisizioni e strumenti al maggior numero di persone nel tempo più breve possibile. Classi numerose che annullano la magia di quel momento in cui tra l'adulto e l'adolescente passano emozioni e significati nel segno dell'autenticità. Emozioni e significati che potrebbero agevolmente inscriversi nel processo dell'acquisizione del sapere e di cui oggi si può cogliere solo qualche traccia nelle occasioni formalizzate in cui il ragazzo è chiamato a dare prova di sé. Anche la grande mobilitazione progettuale nelle scuole sembra fatta apposta per proteggere chi vi opera dal rischio della relazione da persona a persona, dal rischio di essere se stessi, pur nell'assunzione di responsabilità che deve caratterizzare il modo di essere dell'adulto nei confronti dell'adolescente.
Protocolli ingenui e incongrui possono comprimere la complessità e multiformità di un essere umano in crescita attraverso le strettoie di descrizioni utilitaristiche, talvolta mortificanti. Tutto cospira a perseguire l'adattamento. Quello che non serve o non viene colto viene scartato, buttato via e, con questo, spesso, anche la persona.
Nella scuola così come è concepita, il rischio per il bambino e adolescente di essere quello che vogliono gli altri, di dover rispondere alle aspettative per avere il diritto di essere considerato, accettato e riconosciuto diventa concreto. E' così che un problema di apprendimento, magari banale e circoscritto, tale da prestarsi a diverse ed efficaci soluzioni, viene vissuto dall'adolescente come scacco esistenziale, investe la persona, si appesantisce del peso delle aspettative deluse, delle recriminazioni colpevolizzanti, soprattutto cambia appartenenza, non è il problema del soggetto in questione ma, ora della famiglia, ora dell'insegnante, ora ancora della famiglia. Se una volta questa dinamica generava e aumentava nell'adolescente il senso di colpa, oggi porta piuttosto ad alimentare quella percezione di inadeguatezza nel confronto col mondo adulto, che caratterizza il malessere delle attuali generazioni e che, più ancora dello svantaggio sociale o al pari di esso, discrimina moltissimi ragazzi nel raggiungimento degli obiettivi.
La scuola, cioè, rischia di diventare il luogo per eccellenza della disgregazione dell'unità dell'io che si ipotizza essere più salda nei primi anni di vita, con un processo crescente man mano che il confronto con la realtà induce la persona ad inventarsi strategie e sistemi di difesa, quindi, a dividersi.
Per contro la scuola rischia di essere mancata occasione di crescita umana e professionale per gli insegnanti se non accolgono l'idea che non esistono criteri di valutazione oggettiva in una relazione così segnata dalla soggettività, che l'apprendimento è indistinguibile dalla persona che se ne fa artefice, che la regola di matematica impenetrabile nel linguaggio criptico o scoordinato di un insegnante, diventa miracolosamente chiara e accessibile nella spiegazione di un altro, che il piacere derivante dalla lettura di una cantica di Dante molto ha a che fare con l'apprezzamento, la simpatia che l'adulto ha mostrato per un nostro commento, una nostra osservazione.
Non è un caso che, nonostante tutti i proclami e gli sforzi di innovazione e trasformazione che l'istituzione ha intrapreso in questi anni, il modello di scuola ancora oggi insuperato per modernità e funzionalità è quello realizzato da un prete tra le inospitali montagne del Mugello, al margine di un groppo di case. Una stanza della canonica con un grande tavolo al centro. Attorno ragazzi, figli di contadini e il "priore" a costruire un sapere che nasceva dalle domande, dal bisogno di interrogarsi sulla propria condizione e sui parametri che regolano la geografia dei rapporti umani, sui perché che fioriscono nella mente adolescente, pronunciati col proprio nome e con una nuova, sconosciuta fierezza.
Forse è solo di questo che c'è bisogno, forse è solo questo che i giovani chiedono all'adulto opponendo ad esso la loro cultura, i loro riti talvolta frastornanti, i comportamenti contradditori, elusivi, indecifrabili.
(Proteo Pordenone)

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Patrizia    - 05-03-2006
C. Rogers, studiato ai tempi in cui frequentavo Pedagogia all'università di Firenze è sempre stato uno dei miei ispiratori. Purtroppo pochi insegnanti lo conoscono. Le sue idee sull'empatia valgono per qualsiasi situazione relazionale.

 Francesco Di Lorenzo    - 06-06-2006
Anche se con ritardo, volevo farle i miei complimenti per le idee che ci sono nel suo articolo.