Vatti a fidare...
Gabriella Del Duca - 05-04-2006
L'ultimo anno di insegnamento, in terza media, per integrare le lezioni di geografia invitai a scuola un signore che frequentavo da tempo e che aveva creato in un villaggio del Kenia una scuola, un centro professionale, un ambulatorio e ora stava costruendo una chiesa. Poiché viveva in Africa la maggior parte dell'anno e questo da più di trent'anni, ero convinta che la sua esperienza, tutta ispirata all'accoglienza, i vissuti, le informazioni di prima mano, potessero dare ai ragazzi un contributo nuovo, stimolante e originale.
Non avevo dubbi che lo scenario tratteggiato dal mio ospite fosse tutto a favore degli abitanti di quel paese, su questo era come se tra me e lui, pur così diversi, ci fosse una perfetta consonanza.
Con sorpresa e crescente inquietudine ascolto insieme ai ragazzi un racconto che somiglia più ad uno sfogo personale. Il mio ospite cova una gran rabbia verso gli africani con cui vive. Come un caporale o un direttore di collegio ci fa partecipare ad una reprimenda, non risparmia giudizi su nessuno e li supporta con episodi, che dimostrano l'immaturità, l'inaffidabilità, la disonestà, l'incapacità, la scarsa attitudine al lavoro, la passività dei suoi assistiti. Sono confusa e mortificata. I suoi racconti consolidano tutti i pregiudizi che gli occidentali hanno verso gli abitanti dei paesi poveri, temo che potrebbero trovare un terreno fertile nei ragazzi per via dell'entroterra familiare spesso in sintonia con questo modo di pensare. Le sue parole hanno smontato tutta la mia precedente impostazione sull'argomento. Né posso sconfessarle maldestramente una volta che è uscito dall'aula: quella, dopo tutto, era la "sua" esperienza. Gli episodi che aveva raccontato erano accaduti.
Non so cosa dire, prendo tempo, poi, con un po' di morte nel cuore, chiedo ai ragazzi di fare qualche riflessione ed ....ecco il miracolo...mi dicono che, forse (un salvifico forse) a quelle persone, gli africani, non è stato dato modo di crescere, crescere dal punto vista sociale, civile per la disgregazione che il colonialismo ha portato nella loro cultura, che per loro il cammino è difficile.
Sono commossa, la luminosità di quel pensiero, lievitato dentro di loro senza alcun suggerimento, mi lascia senza parole. La verità, come dice il filosofo, si arrangia da sola. I ragazzi con una sola mossa si erano presi cura dell'allagamento emotivo dell'anziano relatore e del mio mortificato velleitarismo.
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 simonetta    - 09-04-2006
Lo spirito critico si sviluppa dal confronto di idee e non dal convincere delle giustezza di una sola opinione. Senza volere hai offerto questa opportunità ai tuoi alunni; se il tuo relatore avesse indorato o interpretato i fatti, la possibilità di autonomo giudizio non avrebbe trovato la strada per essere espressa, perchè ai ragazzi sarebbe sembrato impossile poter avere un'opinione divergente.