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«È già politica» Carla Lonzi 1975 Realpolitik e sessualità

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:
«È già politica»
Carla Lonzi
1975 Realpolitik e sessualità
 
Cos'è l'interpretazione dell'aborto come particolare forma di eutanasia ecologica, se non Realpolitik? E cos'altro è la regolamentazione dell'aborto? L'unica soluzione che sfugga alla Realpolitik è l'aborto libero, cioè un principio che riconosca alla volontà della donna il diritto di decidere se portare o no avanti una gravidanza, di generare un figlio. Una gravidanza non desiderata è un'aggressione biologica (e, ovviamente, culturale e politica) inferta alla donna, per cui il principio a cui lei ricorre per liberarsene è soltanto un principio di legittima difesa. Non è detto che una donna sia una cattiva madre del figlio non desiderato, ma certamente essere stata costretta a anteporre la vita di un altro essere alla sua, ha un effetto distruttivo sulla sua identità. Infatti l'aggressione di cui parliamo non è soltanto fisica, in senso medico, o psichica, cioè di competenza dello psicologo, ma soprattutto un'aggressione alla sua insindacabilità di essere umano. La donna genera a suo rischio e pericolo, pericolo di vita, intendiamo, e la sua familiarità con la generazione è anche familiarità con la morte. Forse oggi ci sono, o in futuro ci saranno, mezzi tali da ridurre in parte questa agonia del parto. Ma l'inconscio della donna registra che la nascita di un altro essere avviene al prezzi dell'accettazione della sua propria morte. E nessuno, se non la donna stessa, può decidere se è giunto per lei il momento di tale accettazione. C'è ancora molto da indagare su questo, ma non abbiano dubbi che quell'intimità con la morte che da sempre l'uomo ha avvertito nella donna, ha a che vedere con la gravidanza e il parto, e con la sua esperienza di essere incinta e di generare. Quindi la maternità non è solo un fatto biologico, ma un fatto che mette in gioco tutto l'equilibrio raggiunto dalla donna e opera per il formarsi di un nuovo equilibrio che assorba e rielabori a livello di identità tutti gli eventi biologici. Di questo problema la donna non può essere costretta a rendere conto alla società, né la società può trattarla come «terreno fecondato» da amministrare. Considerare l'aborto da un punto di vista ecologico porta a un'umiliazione della donna, ripropone il suo misconoscimento come essere umano. Anche se è vero che la catastrofe ecologica rappresenta il dato di fatto che pone concretamente l'uomo di fronte all'aborto. Ma non di fronte alla donna. L'aborto legalizzato nega fiducia alla donna: costringendola a accettare la società come giudice della sua scelta, scinde la sua esperienza della vita da quella della morte, la relega al rango di riproduttrice. Una riproduttrice va esaminata dalla commissione di esperti della riproduzione. Il suo caso di coscienza diventa un atto burocratico. Sappiamo che in noi la vita e morte coincidono: se diamo la nascita possiamo dare l'arresto dello sviluppo che porta alla nascita, una forma di morte - così come il feto può darla a noi -ma non ha senso parlare di omicidio. L'uomo uccide, viene ucciso, conosce solo un aspetto della realtà. È ossessionato dal bisogno di esorcizzare la sua paura di negare la vita, ha bisogno dei principi in cui affermare il suo rispetto della vita. Ha bisogno di convincersi che nella sua civiltà la vita è sacra. Perché non lo è, e lui lo sa. Quando il feto nuota nelle acque materne è ancora la madre e come lei sta nella logica della realtà in cuimorte e vita coincidono (il desiderio dimorte nell'inconscio si configura come desiderio di tornare nel grembo materno). Nella sua negazione dell'aborto prima,nella sua pretesa di regolamentarlo, poi, l'uomo non fa che riflettere la sua incapacità a accettare il senso profondo della maternità, ritorce sulla donna l'esclusione originaria, l'inferiorizzazione e l'invidia originarie. Le donne continueranno a abortire clandestinamente finché l'aborto non sarà libero, cioè finché alla donna non sarà riconosciuto il mistero della funzione che lei vive, di cui lei risponde secondo la logica della sua esperienza su cui si fonda la sua cultura. E tanto basta per lasciarla decidere nel rispetto della sua solitudine (diversità), che gli uomini finora hanno solo violato.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Marzo-2008/art62.html

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