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di Gabriele Beccaria

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Pluridisciplinare
Biologia
*Aviaria -Paura alla porta di casa

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

Paura alla porta di casa

15 Ottobre 2005

ECCO l’ultima storia che sta circolando a Istanbul, raccontata dall’agitata ventenne Deniz davanti a una farmacia: centinaia e centinaia di piccioni muoiono d’improvviso, fulminati, nelle campagne e nelle città. Invece di volare barcollano e si smontano come meccanismi esplosi. Li ha uccisi il virus maledetto, quello aviario, che ieri - si è sentito ripetere per le strade ipertrafficate del venerdì - si sarebbe infilato anche nei polmoni di nove persone e adesso le terrebbe sospese tra vita e morte. E questa è l’altra storia, naturalmente più orrida. A quanti colpi di starnuto si trova adesso l’H5N1 dalla metropoli bicontinentale che ammassa 15 milioni di persone e - direbbe il solito malpensante - di potenziali obiettivi?

Se le scosse di panico collettivo si susseguiranno, qualcuno comincerà nevroticamente a contarli e prima di impazzire farà in tempo a sorbirsi la prossima leggenda, quella cresciuta intorno al piccolo e desolato villaggio di Kiziksa, a quasi 400 chilometri a Sud, che un giorno contagiò l’intera Turchia del XXI secolo e la ributtò nel passato per una manciata di polli: lei, che vuole entrare in Europa a ogni costo, al momento dall’Ue si è vista recapitare solo la raggelante conferma che il virus - un’invisibile pallina piena di punte come uno strumento fetish - è arrivato dall’Asia Centrale e ha fatto strage di volatili nell’impronunciabile borgo.
«Ma no, ma nooo... non è vero niente del mistero dei piccioni e neanche dei nove malati. Li abbiamo messi sotto osservazione per precauzione. Sono venuti in contatto con polli e tacchini che nei giorni scorsi abbiamo dovuto abbattere. Fanno la profilassi proprio perché vogliamo ridurre a zero i rischi nell’area del villaggio».
Chi cerca, quasi urlando e imperlandosi di sudore, di fare a pezzi le visioni infernali di Deniz e dei catastrofisti è un sanguigno professore di mezz’età che si chiama Haluk Heraksou, nel suo campo una celebrità. Appena finita la conferenza stampa, riceve gli ultimi e incontentabili giornalisti nello studio all’università di Istanbul e spiega: «Non c’è bisogno che cerchiate altre notizie. E soprattutto scoop. So tutto io: ricordate che sono il presidente della Società turca di microbiologia clinica e che sovrintendo all’emergenza dal momento in cui si è manifestata. Questa bolla di paure è spazzatura insieme con la rincorsa dei ricchi per il Tamiflu e i titoli che vedo rincorrersi sulle prime pagine! E’ da giorni che non si registrano più casi di peste aviaria e l’ha ripetuto il ministro della Sanità Recep Akdag». Non ha gradito, per esempio, il titolone del quotidiano «Hurriyet» che ieri scriveva «Il virus c’è ed è mortale» e nemmeno le foto a colori violenti di polletti in batteria, con look più da dinosauro che da spiedino. Tra la morte di polli, tacchini e anatre (1870 più 7 mila «eliminazioni in via prudenziale») e le vittime umane (che in Turchia non ci sono) il suo occhio di scienziato vede la differenza tra la solidità dei dati e l’evanescenza degli scenari ipotetici.
Peccato, per lui, invece, che Deniz e molti altri ci vedano uno spazio in espansione di interrogativi insoddisfatti. C’è da fidarsi? Fino a quando si prolungherà la quarantena a Kiziksa? Quanto dura l’incubazione asintomatica? Quanto sono pericolosi gli uccelli migratori che fanno rotta sul Paese per poi scendere in Africa? Quanti di loro portano il virus e chi sa davvero se l’H5N1 potrebbe riprogrammarsi con il microrganismo dell’influenza standard, diventando il protagonista della temuta (questa sì e anche dall’Oms) pandemia mondiale?
Eraksou alza gli occhi a quel cielo che tanti turchi osservano con timore e deve ammettere, per la prima volta, un nodo alla gola. «L’azzurro non si può sigillare ermeticamente». E infatti gli stormi non smettono di saltare nazioni e bypassare continenti come staffette: dalla Cina e dai primi focolai si spingono sempre più nell’Ovest e nel Sud del mondo e bastano pochi esemplari infetti per consentire all’H5N1 di propagarsi e riaccendere periodicamente la fabbrica del contagio tra gli allevamenti all’aperto. «I timori che voi dall’Ue osservate con tanta curiosità qui in Turchia sono in realtà lo specchio della vostra prossima ondata di panico». Onda nera che ieri ha ripreso forza.
Mentre a Istanbul incombe l’ipnosi delle leggende metropolitane e le macellerie vengono disertate, a Kiziksa e nei villaggi vicini della sfortunata provincia di Balikesir la paura si rivela con le corse ai pronto soccorso, con i bambini piangenti in braccio e la concitazione di chi non ha capito ancora che cosa stia accadendo. In «prime time» la rete «Atv» ha ripreso volti attoniti e registrato urla confuse: «Rischiamo di morire?». Subito dopo sono state ritrasmesse le immagini del premier Recep Erdogan che addenta un’insalata di pollo. Ride, poi una forchettata troppo energica fa quasi ribaltare il piatto. Di sicuro Deniz l’avrà interpretata come l’ennesimo cattivo presagio.



http://www.lastampa.it/redazione/editoriali/beccaria.asp

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