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Religione
Storia
L'attualità della "Pacem in Terris" - Guardate negli occhi i bambini! di GIUSEPPE CHIARETTI.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

Guardate negli occhi i bambini!

di GIUSEPPE CHIARETTI
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2003 - Home Page Riproponiamo il coraggioso messaggio rivolto alla sua diocesi dal vescovo di Perugia il 1° gennaio.

Quarant’anni fa, nel pieno della guerra fredda, papa Giovanni XXIII ci donò, con intuizione veramente profetica, un’accurata riflessione sulla pace, sui mezzi per favorirla, sui pericoli che la minacciano. Fu l’enciclica Pacem in terris che, a livello di opinione pubblica, ebbe l’impatto forte che fu già, settant’anni prima, della Rerum novarum di Leone XIII. Giustizia e pace sono due sorelle gemelle chiamate a vivere insieme, anzi sono una sorta di endiadi perché si richiamano e si compenetrano a vicenda, come già la sacra scrittura profetizzava: «Giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11). Non c’è, e non può esserci, pace senza giustizia, e non c’è giustizia che non abbia come frutto la pace. Ed è questa "pace giusta" che determina le condizioni più adatte allo sviluppo della "pietà", come dice l’apostolo (1Tm 6,11). A questa pace dedica anche quest’anno il suo accorato messaggio Giovanni Paolo II, contestando con forza ogni ipocrisia e ogni tracotanza. Il mondo infatti è tutt’altro che in pace: ci sono guerre annose e dolorosissime, come quella nella terra di Gesù; ci sono guerre regionali "dimenticate" in varie parti del mondo; c’è paura per un terrorismo diffuso; ci sono guerre minacciate... C’è di che temere, soffrire, piangere!

Bambini a Bagdad.
Bambini a Bagdad
(foto AP).

Pace, giustizia, pietà s’intrecciano tra loro in un continuo gioco di rimandi che mettono a dura prova la nostra serietà e la sincerità del nostro approccio a questa piattaforma di valori, i quali soli rendono degna di rispetto e vivibile la nostra convivenza umana, facendone un inno di lode a Dio.

Quattro furono per papa Giovanni, e lo sono per tutti noi, i pilastri sui quali è costruito l’edificio della pace: la giustizia, la libertà, la verità, l’amore o, volendo tradurre l’amore in moneta subito spendibile, la solidarietà. Questi criteri valgono sempre, sia nei rapporti interpersonali e familiari, sia nei rapporti sociali e politici, sia nei rapporti tra popoli e nazioni. Non può esserci pace nella sopraffazione, nella sperequazione, nella rapina, nell’ingiusta distribuzione dei beni e delle risorse. Non può esserci pace nel dominio schiavista o colonialista, nell’oppressione dei popoli, nella libertà negata. Non può esserci pace nell’uso sistematico della menzogna, negando conoscenza e verità. Non può esserci pace nell’emarginazione, nel rifiuto, nell’egoismo che si contrappone all’accoglienza, al rispetto, all’aiuto come frutto di solidarietà e di amore.

Frére Roger e il vescovo Lustiger pregano per la pace al XXV meeting dei giovani a Parigi.
Frére Roger e il vescovo Lustiger pregano per la pace
al XXV meeting dei giovani a Parigi
(foto AP).

Quando manca la pace, a qualsiasi livello, è perché manca qualcuno dei pilastri e, di conseguenza, non possiamo dire come gli antichi imperialisti romani «si vis pacem, para bellum» (se vuoi la pace, àrmati e tieniti pronto ad attaccare per primo, magari con una guerra preventiva) e come di fatto fanno gli imperialisti di ogni tempo, ma dobbiamo verificare qual è il pilastro o i pilastri che non reggono: e sono quasi sempre innanzi tutto quelli della giustizia e della libertà.

La prima cosa da fare, perciò, quando la pace è in crisi, è curare le cause della violenza: sia quelle oggettive (la non giustizia economica e sociale e la non libertà politica o anche ideologica e religiosa), sia quelle più propriamente soggettive (la volontà di potenza e di dominio coloniale e quindi la menzogna eretta a sistema, e il disprezzo degli altri, individui o popoli che siano...). La mancanza di verità e di amore non è meno devastante della mancanza di giustizia e di libertà. Il più delle volte però le motivazioni si ramificano e s’intrecciano tra loro sino a creare un intrigo inestricabile.

Il che richiede una pazienza e una sapienza grandissime, per avere le quali occorre invocare l’aiuto di Dio con la preghiera, perché non bastano le risorse umane. La pace infatti è un dono di Dio, un dono che Egli fa a chi rispetta l’annuncio categorico fatto nel giorno memorabile della nascita di Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. «Gloria a Dio», innanzitutto, riconoscendolo come Signore del cosmo e della storia, e «pace agli uomini che Dio ama» perché sono disposti a lavorare con Dio per fare di questa «aiuola che ci fa tanto feroci» uno spazio di giustizia e di libertà, di verità e di amore; uno spazio dove, per usare la battuta conclusiva di un film di molti anni fa, il "buongiorno" sia veramente "buongiorno".

Parlando poi delle qualità soggettive di coloro che dovranno gestire il governo della comunità, facendo anche uso della spada – e cioè del potere coercitivo – per il bene della comunità (le autorità legittime sono "funzionari di Dio", come dice Paolo nella lettera ai Romani, non essendoci «autorità se non da Dio»: Rm 13,1-7), occorre fare molta attenzione a chi viene eletto per questo servizio, alle sue qualità morali e alle sue intenzioni e motivazioni palesi o nascoste, per non dover poi piangere in seguito l’irreparabile: è già successo tante volte con i molti dittatori eletti plebiscitariamente! E purtroppo continua a succedere, anche a causa della mancanza di coraggio e di forza per andare contro corrente.

Soldato israeliano in un'operazione a Hebron.
Soldato israeliano in un’operazione a Hebron
(foto Rewuters).

La pace, quindi, non è solo assenza di guerra o di violenza fisica, ma è un clima culturale e spirituale favorevole allo sviluppo dei singoli e dei popoli. Ne nasce il bisogno di un serio e urgente problema educativo, che interessi ogni agenzia culturale e ogni manifestazione collettiva non violenta che voglia esaltare il valore della pace. Proprio perché la pace è un valore da promuovere con l’educazione, è anche necessario fare seriamente la ricerca delle cause vere della violenza armata o non armata, e impegnarsi per rimuoverle. Purtroppo, per non sentirci in colpa, quasi mai si fa una riflessione motivata e argomentata sulle cause di tanti malesseri e di tanti fallimenti (la violenza, la droga, la cultura del disprezzo, la prostituzione, le crisi familiari, le crisi sociali...), e per questo ci ritroviamo a vivere nell’insicurezza e nell’angoscia. È la civiltà dell’amore, invece, che deve subentrare a tante palesi o occulte volontà di potenza; la civiltà che nasce diritta diritta dalla grotta di Betlemme e dalla croce di Gerusalemme, e cioè dall’amore appassionato di Cristo, che ci invita ad amare gli altri come ci ha amati lui. Solo allora nascerà pace duratura e si potrà avere quel nuovo ordine internazionale che il Papa auspica e, con lui, tutte le persone di buona volontà. Per questo invochiamo l’aiuto di Dio, e nel suo nome diamo inizio al nuovo anno, fidando nel santo Spirito «padre dei poveri, datore di doni, luce dei cuori». Sia Gesù la nostra stella, memori d’un proverbio arabo che dice: «Se vuoi tracciare un solco diritto (e quello della pace vorrebbe essere tale), attacca il tuo aratro a una stella».

A darvi quest’oggi l’augurio della pace siano i vostri bambini: guardateli bene negli occhi innocenti prima di dichiararvi favorevoli alla guerra o a una qualsiasi violenza!

Giuseppe Chiaretti



http://www.stpauls.it/vita03/0302vp/0302vp08.htm

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