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Educazione linguistica seconda lingua
Educazione linguistica Italiano
La traduzione letteraria come mediazione culturale, atto creativo, critico, forma di scrittura e qualcosa di più: una pena davanti alla povertà del mio linguaggio, una gioia nell'occasione di una scelta traduttiva che mi convince. Un dialogo con l'autore, un accostarsi quasi fisicamente anche se non si è quasi mai fisicamente vicini, separati dalla distanza del tempo e dello spazio, della lingua. Intervista a Rossella Bernascone traduttrice di Conrad, Carter, Mamet, Shepard, Shakespeare e Lawrence Norfolk.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract: Che cosa è la traduzione?

Intervista a Rossella Bernascone traduttrice di Conrad, Carter, Mamet, Shepard, Shakespeare... e infine de La caccia al cinghiale di Lawrence Norfolk, uscito recentemente da Frassinelli.

Tu tieni un corso di Teoria e Storia della Traduzione all'Università di Torino. Cosa significa, secondo te, insegnare a tradurre?

Premetto che in quel corso non si insegna a tradurre - anche se gli studenti all'esame devono comunque presentare una loro traduzione di un brano letterario inedito con tanto di nota del traduttore - ma si "insegna" la teoria della traduzione da Cicerone ai giorni nostri. Insegnare a tradurre, come insegnare a scrivere, per me significa alimentare un talento, aiutare chi ha in sé, come dice Hillman, la "ghianda" della traduzione a scoprirla e a farla crescere.


L'università italiana sembra aver scoperto la traduzione solo in tempi recentissimi. Come si insegna la traduzione letteraria all'interno delle nostre facoltà?

Non posso parlare di tutte le università né per tutti i colleghi, ma per quello che ho visto in molte università e non solo italiane, non ho la sensazione che si insegni davvero traduzione letteraria almeno non a livello della laurea triennale o quadriennale. Di più a livello di Master.
Non si può pensare di insegnare a tradurre letteratura in un semestre.
E non tutti quelli che lo insegnano sono traduttori letterari. E alcuni dei traduttori che lo insegnano non hanno necessariamente desiderio di formare possibili concorrenti.


Molti sostengono che la Teoria della traduzione è una disciplina troppo astratta per aiutare concretamente i professionisti nel loro mestiere. Qual è la tua opinione?

Hanno assolutamente ragione, considerando la più parte di quello che si è pubblicato e si pubblica. Ciò che non è troppo astratto tende a essere normativo o inapplicabile, o tutte e due le cose.
A me la teoria della traduzione, specialmente quella "storica", piace per come ti fa pensare. Perché aiuta a comprendere che la cultura del mondo è sempre stata ed è in traduzione. Perché leggere quanto nei secoli è stato pensato sulla traduzione aiuta a sviluppare un forte senso di dignità della professione. E poi perché costringe a perdere l'ingenuità davanti alle proprie scelte traduttive. Dopo che hai letto certe cose, traduci in modo più consapevole. Almeno è quello che è successo a me, e che ho visto succedere ai miei allievi nel corso di questi quindici anni in cui ho insegnato sia la teoria sia la prassi della traduzione letteraria.


Cosa è, a tuo avviso, la traduzione: un atto di mediazione culturale, un atto creativo, un atto critico, una forma di scrittura...?

Stiamo parlando di traduzione letteraria, naturalmente. È tutto quello che hai detto e qualcosa di più: una pena davanti alla povertà del mio linguaggio, una gioia nell'occasione di una scelta traduttiva che mi convince. Un dialogo con l'autore, una vicinanza quasi fisica. Come fare l'amore e procreare, tradurre è un atto creativo che richiede due soggetti anche se, a differenza di quello, non si è quasi mai fisicamente vicini, separati dalla distanza del tempo e dello spazio, della lingua...


Studiosi come André Léfevère sono arrivati a sostenere che la letteratura comparata è solo una branca dei Translation Studies. Qual è la tua opinione?

Ti ricordi Rhett Butler alla mia omonima? Frankly, my dear...


Che genere di rapporto si stabilisce fra traduttore e scrittore? Un rapporto subordinato - servile, come vuole la tradizione - paritario, o addirittura di forza visto che in fondo è il traduttore ad avere l'ultima parola...

Quest'idea dell'ultima parola mi ha dipinto in faccia un gran sorriso. Se guardi le copertine dei libri, la risposta è più che ovvia. E anche senza pretendere la copertina, guarda la pagina del titolo. Il curatore ha spesso diritto a una maggiore vicinanza all'autore che non il suo traduttore, anche se poi in genere il curatore cita le parole del traduttore, e non quelle dell'autore.
Mi è più facile pensare a un rapporto col testo, invece che con l'autore, e in quel caso mi piace la definizione di alcuni teorici: il testo primo e il testo secondo, così si toglie di mezzo la pretesa originalità, e la traduzione è seconda solo in quanto è scritta dopo (a parte le pseudotraduzioni, naturalmente).


Quali rapporti hai avuto con i tuoi scrittori?

Quelli vivi o tutti quanti? Quando ho iniziato a tradurre preferivo i morti, ma sai: vengo da una famiglia di medium. A parte le battute, vuoi sapere dei miei rapporti effettivi, scambi ecc, o di come mi sentivo nei loro confronti? Perché di rapporti effettivi ne ho avuti pochi mentre traducevo, in genere li ho conosciuti dopo, e preferisco così perché io traduco un testo non un autore. Anzi, alcune volte, conoscere lo scrittore è stata una delusione. Non solo come traduttrice, anche come lettrice. E come traduttrice io mi sento essenzialmente una lettrice privilegiata. Una lettrice che legge il testo da sopra la spalla dell'autore. Lui non lo sa che sei lì, ma tu stai leggendo con lui, mentre scrive. Stai leggendo la sua scrittura più ancora che il suo testo.


Il romanzo che hai appena tradotto presenta grandi ostacoli sia per i virtuosismi stilistici sia per il frequente ricorso implicito all'intertestualità. Che tipo di esperienza è stata?

Frustrante ed esaltante al tempo stesso. Mentre traducevo, c'erano giorni che odiavo Norfolk - ho poi scoperto che si è odiato lui stesso per le difficoltà in cui si è cacciato e ha promesso che mai e poi mai scriverà un altro libro così - e ho studiato tanto. Ho fatto tante ricerche, mi sono letta la garzantina classica praticamente da capo a fondo, ma non bastava. E mi piaceva da morire, imparavo tanto: odi et amo davvero. Ahimé, i tempi di traduzione si allungavano, ma ho lavorato con una casa editrice stupenda (la Frassinelli, tutte donne, una meraviglia), che pur comprendendo le difficoltà e "apprezzandole" come dicono gli anglofoni, mi riportava a terra con le inevitabili costrizioni editoriali. Ci vorrebbe un'intera intervista per parlare dell'intertestualità, riassumo dicendo: gran fatica e grande soddisfazione.


In occasione dell'uscita in Italia del libro, hai avuto modo di incontrare Lawrence Norfolk. Gli hai chiesto qual è il suo ideale di traduzione?

Sì, ho avuto modo di incontrarlo ed è stato uno di quegli episodi felici in cui tutti i miei preconcetti si sono sbriciolati. Ora non potrò più guardare ai miei autori con quell'aria di superiorità che a volte mettevo su prima. La primissima cosa che mi ha detto, prima ancora del nome e buongiorno, è stata: "scusa" - e di che? - "di aver scritto un libro così." Quasi ho fatto fatica a convincerlo che era stato - anche - un vero piacere tradurlo.
Abbiamo parlato a lungo di traduzione - lui ha in rete un saggio divertente sul rapporto scrittore/traduttore -, gli ho chiesto quale fosse per lui la traduzione ideale. Ci ha pensato un po' e poi mi ha detto: "te lo scrivo". E qualche giorno dopo mi è arrivata un'e-mail. Te la traduco, dà un'idea di cosa vuol dire lavorare sui suoi testi.
"La traduzione ideale... credo che la traduzione ideale si avvicini al testo originale come il calcolo si avvicina alla curva. Deve sempre esistere un altro ordine di esattezza al di là di ciò che si è ottenuto, ma lo sforzo per arrivarci aumenta esponenzialmente e all'ultimo minuto la distanza non potrà mai essere colmata. Una volta in Romania stavo chiacchierando con un traduttore a proposito quella frase di Nabokov in Ada. C'è un personaggio disteso sul pendio di una collina francese che ascolta l'avvicinarsi di un treno [nell'ultimo romanzo di Norfolk c'è il protagonista romeno, che andrà poi a vivere in Francia, disteso sul fianco di una collina di un paese non meglio identificato, che ascolta l'avvicinarsi di un treno ndt]: "Sometimes one could hear the toot-toot of the two two to Toulouse". [z tu tu ov z tu tu tu tulus ndt ] Come si traduce? [Sì, come l'hanno tradotta Bruno Oddera e Margherita Crepax? ndt] Non ci provi neanche a tradurla, mi ha risposto l'amico romeno. Ti rivolgi al testo e ti dici: "Te ne devo una..." [Ti dici?, a chi allora la devi, a te? al testo? a Nabokov, al treno delle due e due per Tolosa, tutuuuu? ndt]. Penso che la mia traduzione ideale sia quella che riconosce gli inevitabili debiti. Dato che l'esattezza è impossibile, dovrà bastare la buona fede. Per contro, un buon testo è quello che non conta i costi né chiede rimborsi. I traduttori e gli scrittori sigillano i loro accordi con una stretta di mano. I think that's what I think, I think."
Prenderò a prestito questa sua chiusa per sigillare l'intervista: credo che questo sia quello che penso della traduzione, della teoria, dell'intertestualità, penso, credo.

Di Ilide Carmignani



http://www.librialice.it/news/primo/bernascone_rossella.htm

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