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Religione
Intercultura
Donne ed Islam.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract:

5. Donne e Islam
L'intervento di Elisa Giunchi

Nel contesto di modernizzazione dei Paesi islamici, che produce insicurezza, alienazione culturale e incapacità di comprendere il mondo esterno, la famiglia diviene l'ultimo baluardo dell'identità tradizionale. È un settore questo rimasto praticamente intatto, perché le potenze coloniali e i governi autoctoni si sono sempre dimostrati disinteressati verso la sfera privata. La famiglia è un luogo di primaria importanza per la trasmissione dell'identità e dei valori della comunità.

La concezione della donna nella dottrina islamica è il prodotto di un percorso storico in cui la religione si configura come linguaggio per esprimere rapporti di forza prevalenti. Ciò è evidente da un'analisi della condizione femminile nella dottrina coranica.

I due periodi della rivelazione
Il Corano fu rivelato, come sappiamo, dal 610 al 632. Nel 622, però, Maometto si sposta nell'attuale Medina e questo evento spezza rivelazione in due parti, che rispecchiano concezioni diverse, anche se non necessariamente antitetiche.

I versetti del primo periodo, quelli "meccani", si occupano di questioni ontologiche ed escatologiche e in sostanza sanciscono la parità della donna rispetto all'uomo. I versetti medinesi, invece, in alcuni ambiti sanciscono la subordinazione della donna. Questo per ragioni di tipo storico: a Medina si formò la prima comunità politica islamica e quindi era necessario regolare giuridicamente i rapporti privati. I dettagli vennero presi dal contesto sociale esistente e andavano nella direzione di un modello matrimoniale virilocale, patrilineare e poligamico. L'avvento dell'Islam non costituisce una rottura con il passato, ma sanziona un mutamento in corso. Nei versetti medinesi, ad esempio, all'uomo è permesso sposare quattro mogli, alle donne viene riconosciuto il diritto di eredità (che però è sempre della metà rispetto a quella degli uomini), mentre il matrimonio può venire interrotto con il ripudio da perte del marito.

Le interpretazioni del Corano
Dopo morte di Maometto l'esegesi coranica diviene determinante. In particolare, viene stabilito dai teologi e giurisperiti musulmani che in caso di contraddizione tra i versetti - cosa assai frequente - devono essere considerati veri i versi cronologicamente successivi. In pratica, viene data preminenza alla seconda fase dell'Islam, quella prescrittiva e legalistica.

Nello stesso periodo l'impero islamico si espande nel contesto sassanide e bizantino e questo contribuisce, più dei versetti medinesi, a plasmare la condizione femminile nella dottrina islamica. Basta considerare che nell'ottavo e decimo secolo il califfato ha sede a Bagdad, un'area in cui il modello patriarcale è consolidato da secoli. Qui, dunque, si sottolineano ulteriori restrizioni e se ne aggiungono di nuove.

Tuttavia, l'ortodossia non è rigida, poiché venivano ammesse diverse scuole giuridiche, con differenti posizioni rispetto alla donna. Esisteva, cioè, la possibilità dei giudici di applicare e decidere come sanzionare lo status quo sulla base dei precetti maggiormente compatibili con la prassi sociale esistente.

I modernisti
Nel XIX secolo, con la diffusione del movimento modernista, si riapre il dibattito sui diritti delle donna, intrecciandosi con il fenomeno del colonialismo. Questo movimento che si sviluppa in Egitto, Turchia e Subcontinente indiano sfida l'esegesi tradizionale, considerando i versetti meccani più importanti e interpretando i medinesi in maniera innovativa. I modernisti del XIX secolo ritengono che il Corano, pur non contraddicendo la prassi sociale, migliorò la condizione femminile: limita poligamia a quattro mogli, abolisce l'infanticidio femminile e il diritto alla controdote. Lo spirito del Corano, secondo loro, è progressista, dunque certe prescrizioni devono essere superate. In realtà, tale posizione è problematica, perché elementi di tutela per la donna preesistevano all'Islam, nelle forme matriarcali diffuse in alcune aree geografiche. I modernisti influenzarono la legislazione musulmana tra XIX e XX secolo, ma questa rimase in gran parte inapplicata, poiché espressione di un elite slegata dal contesto solciale.


A partire dal 1970 entrano in scena i fondamentalisti, sposando la teoria classica dell'Islam. Il processo di islamizzazione verificatosi negli ultimi venticinque anni si è concentrato sulla donna, mentre la globalizzazione si è concentrata sul mercato e sul sistema politico. Ad esempio, conservatori e fondamentalisti si sono opposti al coinvolgimento politico delle donne, ma non hanno messo in discussione le regole del gioco democratico. Il Corano non vieta alle donne di partecipare alla politica. Piuttosto sono le tradizioni successive che vietarono alle donne di governare.

Il velo
L'evoluzione storica delle dottrine e la loro manipolazione a fini politici risulta con evidenza nel discorso sul velo. Esso non è prescritto esplicitamente dal Corano, si diffuse, piuttosto, per assimilazione di costumi dei popoli conquistati durante il periodo maiade e abbaside.

Nella seconda metà del XIX secolo il discorso sul velo diventa politicizzato: da una parte i rappresentanti delle potenze coloniali lo presentarono come simbolo di arretratezza, dall'altra per i musulmani il velo diventò una difesa della propria identità culturale dall'invasore.

Simbolo politico della causa fondamentalista negli anni '70, il fenomeno del velo ha iniziato a diffondersi in ambito urbano. Spesso le donne che hanno messo il velo lo hanno fatto per motivi pratici: per risparmiare sul vestiario, per emanciparsi, per lavorare, andare a scuola e scegliere il proprio partner. Il velo rappresenta in molti casi un modo per proteggere le donne in ambiti urbani dove la promiscuità diventa un fattore di crisi, ingenerando insicurezza, soprattutto per le famiglie recentemente inurbate provenienti da contesti rurali.

La questione è molto complessa e bisogna stare attenti a non fare del velo il simbolo di una presunta alterità dell'Islam rispetto all'Occidente o dell'inconciliabilità culturale tra noi e loro.

L'intervento di Armando Salvatore Humboldt Universität di Berlino, è studioso di movimenti islamici in Medio Oriente.

Spazio pubblico e privato
Sul finire del XIX secolo la questione della donna si intrecciava alla costruzione Stato nazione e, dunque, allo sviluppo di un discorso sul conflitto di civiltà che nasce dall'egemonia coloniale europea. Tale questione era collegata anche a trasformazioni strutturali, sociali, economiche e politiche analoghe a quelle dei paesi europei, in particolare si legava alla formazione di uno spazio privato e pubblico.

Le immagini delle donne islamiche velate ebbero un ruolo importante nel determinare la concettualizzazione occidentale dei diritti della donna. Non è un caso che nel corso del XIX secolo emerse questa polarizzazione tra donna libera occidentale e donna islamica oppressa. L'immagine di donne islamiche in stato di oppressione venne a essere elaborata e discussa in Europa, soprattutto per il fatto che esse non potevano scegliere il marito sulla base del loro sentimento, per costituire la famiglia come nucleo privato.

Ciò è parte discorsiva e ideologica di un processo più strutturale: viene distrutta l'unità produttiva familiare premoderna o protomodrena e in questo modo si trasformano le donne adulte da contribuenti attive a dipendenti del lavoro salariato dei mariti. Questo è il primo momento in cui venne creato uno spazio domestico, a cui seguirà il problema dell'ingresso della donna nella vita pubblica attiva.

La questione della donna si poneva in termini di analogia rispetto alla formazione in Europa di uno spazio domestico e di lavoro della donna e di uno spazio pubblico di lavoro e impegno degli uomini. Solo che qui avvenne con un ritardo di due generazioni.

Il ruolo positivo della donna
Nei Paesi musulmani l'immagine della donna fa parte di un'idea di emancipazione nazionale: alla donna spetta il ruolo positivo di preservare l'autenticità culturale e la tradizione. È interessante notare come molta della letteratura prescrittiva indirizzata alle donne sia ispirata dalla tradizione occidentale. Si diffondono, ad esempio, biografie di Giovanna D'Arco, dove valori come Dio, famiglia, Nazione, coraggio vengono enfatizzati. Nella riconfigurazione del ruolo della donna c'è, dunque, l'imitazione di simboli e modelli occidentali su come la donna debba gestire il focolare domestico.

Questo ruolo della donna si presentava a uso e consumo delle classi medie, mentre i ceti popolari e rurali venivano disciplinati in un'etica di modestia e autocontrollo.

I movimenti islamici
Nel corso degli anni venti l'Islam entrò in scena come forza sociale e morale autonoma, con la formazione di movimenti sociali a base islamista. In questi gruppi islamisti il ruolo della donna è sempre centrale.

All'indomani della prima guerra mondiale nacque una forma di militanza socio-religiosa delle donne parallela a quella dei fondamentalisti islamici. Sorsero associazioni come quelle delle sorelle musulmane che ebbero una crescita esponenziale all'indomani della seconda guerra mondiale

Un "velo di modestia"
L'uso del velo, non fu uno sbocco necessario dell'affermazione dell'islamicità di queste donne: c'è stato un periodo tra gli anni cinquanta e sessanta dove l'affermazione di un codice di modestia considerato come islamico non si agganciava a questa forma di esteriorità. Molti intellettuali musulmani, infatti, sottolineavano la necessità di un velo interno, di un velo di modestia. Vediamone alcuni elementi.

  • Contro l'immagine di subordinazione della donna rispetto all'uomo, si sottolinea il fatto che il matrimonio è una scelta libera del partner, non di tipo romantico, ma basata sull'essere compagni, quasi in senso di fratellanza. Vi è, insomma, un'esplicita contrapposizione alla guerra dei i sessi.
  • Uomo e donna sono complementari, cioè viene rifiutata un'uguaglianza basata sulla non-differenza. Vi è un'uguaglianza nel senso di equità e giustizia.
  • Vi è opposizione all'idea di dipendenza del lavoro domestico femminile dal lavoro salariato maschile. Le donne sostengono che non c'è una dipendenza, ma un privilegio a non dipendere dal mercato del lavoro, potendo così trasmettere i valori islamici alle generazioni successive.
  • Prevalgono forme di autocontrollo e pratiche di vigilanza interiore (la ragione intesa come autogoverno del sé) rispetto al controllo comunitario, che invece appare subordinato e complementare.


http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/immigrazione/006_sguardi_islam.html

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