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Fuoriregistro del 03/03/2002 - a.s. 01/02
f u o r i r e g i s t r o
newsletter del 03/03/2002

Sommario
Le comiche
di Naila
Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone
Citano Morin ma ci rifilano l'azienda
di Emanuela Cerutti
Per Libera
di Vincenzo Viola
Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro
"La Cgil non sta facendo gli interessi della scuola"; "Gentile professore, venga con noi a Barbiana"
di Omer Bonezzi - Gianni Mereghetti
Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti
Un raggio di sole
di Luciana Pavoni
Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro
Autonomia ed orario delle lezioni: dubbio di illegalità
di Franco Varrese
Confessioni di un eretico hi-tech
di Sergio Pennacchietti
Non per polemica : riflessioni sulla funzione e-ducativa della scuola italiana
di Ludovico Fulci
I colloqui
di Giovanna Casapollo
"Ideali scaduti"
di Giovanna Casapollo
Si spieghi, signor Ministro
di Riccardo Ghinelli
Eredità scarlatte: i giovani tra solitudine e violenza.
di Vincenzo Andraous
Documento studentesco sul "Rapporto Bertagna"
di Gabriele Farina
Perplessità
di Gianni Mereghetti
Per una "giustizia giusta"
di Un docente "libero pensatore"
Per un nuovo “j’accuse” degli intellettuali
di Federico Repetto
Empatia per Internet: riflessione sulla Formazione in Rete.
di Paolo Manzelli
Omaggi
di Pierpaolo Paolizzi
Pulci nella mente
di Elpidio Iorio
Libertà per le Associazioni e riconoscimento del loro pubblico ruolo
di Rolando A. Borzetti
Caro onorevole, quale pena rende giustizia?
di Vincenzo Andraous
Carovana antimafia in Lombardia
di Libera


Le comiche
di Naila

Siamo in cerca di novità? Beh, adesso ne abbiamo una strepitosa: a scuola non ci si annoia più! Tutt’altro, è ora di sfatare il mito delle lezioni noiose e degli studenti demotivati!
Seconda liceo, venticinque alunni e nove professori.
La lezione d’italiano si apre con l’entrata di un’orribile signora impellicciata, che ha lo straordinario potere di terrorizzare gli interrogati, servendosi di una letale penna rossa e dell’indiscutibile diritto di segnare un bel “3” a chiunque non corrisponda alla sua concezione di “persona simpatica”. Ma ella trova sicuramente modo di sembrare giovanile nell’avvicinarsi alle idee di una banda di scapestrati, privi di valori in cui credere e d’interesse per qualsiasi cosa riguardi la cultura, sconsigliando la lettura di “Se questo è un uomo”, perché effettivamente noioso ed inutile, e proponendo, invece, qualcosa più alla nostra portata, ad esempio favole di narrativa per bambini.
In ogni caso, non solo gli insegnanti d’italiano sono di tale validità morale e professionale: non posso evitare di citare il docente di matematica, che nell’entrare in classe con aria sperduta, perché occupato a pensare in che modo occupare ben cinquanta minuti di lezione, infonde nell’ambiente una positività coinvolgente pari a poche cose al mondo. E tutti sanno che uno dei principi fondamentali dell’insegnamento è il coinvolgimento dei ragazzi, per questo per il professore non sarà necessario essere in grado di svolgere un intero esercizio alla lavagna e, magari, in modo che il risultato corrisponda a quello del libro, dato che la biondina del primo banco con la media dell’otto e mezzo sarà sicuramente disposta a correre in suo aiuto per mostrare a tutti come fruttano meravigliosamente i suoi insegnamenti. Inoltre è sempre viva in lui la speranza che nessuno si accorga che quel “se voi uscivaste…” non è stato esattamente l’esempio di un italiano perfetto.
Ma la più alta espressione della maturità di quelli che, come loro stessi si definiscono, sono per noi “modelli da prendere in considerazione nella vita”, si verifica in consiglio di classe, quando le tendenze politiche, gli orgogli e le frustrazioni personali si mischiano in un composto esplosivo che li porta ad accusare chi ha dato troppe sufficienze di aver regalato voti agli studenti, perché non è possibile che un docente che, su venticinque, di sufficienze ne ha avute solo una decina, ammetta di averne la responsabilità, tutt’al più deve essere colpa delle più che scarse capacità mentali di alunni che rasentano il sottosviluppo cerebrale.
In ogni caso, dopo essersi insultati ed aver casualmente dimenticato di discutere degli effettivi problemi della classe (ammesso che abbiano capito quali siano), i nostri amati insegnanti avranno la possibilità di sfoggiare i propri Ego feriti sfogandosi su di noi, sempre più che disponibili nell’accogliere i loro disagi ed a fornire loro la più sincera comprensione e, magari, perfino ad assecondarli, in caso ne avessero uno spietato bisogno.
Non potendo fare altro, quindi, ci dovremmo limitare a sorridere al professore di latino, che per questo probabilmente ci assicurerà l’otto in pagella (e consiglio vivamente a chi avesse uno spiacevole aspetto fisico di considerare l’idea di una plastica facciale, poiché, si sa, la bellezza aiuta a scuola…), dovremmo rassegnarci ad annuire sconsolati quando il docente di religione attribuisce al gruppo di quelli che non seguono le sue ore di lezione, perché appartenenti ad altre correnti di pensiero, il simpatico epiteto de “gli eretici” ed a mostrarci pienamente soddisfatti dopo aver appreso che la professoressa di educazione fisica si dedica alla salute del proprio corpo mangiando soltanto verdure bollite.
Ed, infine, a che cosa potrà mai servire discutere di riforme, novità e scelte che ci riguardano in prima persona? Chi è fortunato ed ha l’opportunità di parlarne in famiglia, con altri studenti o a partecipare ad incontri e dibattiti, potrà veder soddisfatto il proprio diritto di essere a conoscenza di ciò che gli accade intorno e di ciò che viene imposto dall’alto, tutti gli altri si limiteranno a subire passivamente, evitando di esprimere le proprie opinioni. E forse ho dimenticato di specificare che non è certo conveniente esporre il proprio punto di vista: nessuno ha intenzione di essere considerato, per esempio in quanto rappresentante di classe, un “elemento scomodo e polemico”. Tanto meno si vuole rischiare di mettere in discussione il proprio andamento scolastico solo per il fatto di aver parlato (ricordiamoci “a nome della classe”) di pareri contrastanti a quelli dei docenti o di chissà quale altra così superiore autorità.
Ma la scuola serve (naturalmente ammesso che si abbia il privilegio di poter contare su professori che siano in grado di sostenere una spiegazione con un minimo di senso logico e validi contenuti) per imparare quanto fa due più due, chi ha scritto “cent’anni di solitudine” o qual è il paradigma del verbo “facio”, non certo a sviluppare senso critico, responsabilità o a crearsi delle ambizioni.
Detto ciò non ci resta che prenderla con filosofia, svegliarci alle sette del mattino consapevoli che sicuramente sarà un'altra giornata colma di divertenti scoperte ed essere entusiasti proprio come se stessimo per vedere l’ultimo film di Aldo Giovanni e Giacomo.

P.S. Nessun riferimento è puramente casuale.

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Di che cosa stiamo parlando?
di Maurizio Pistone

In diversi ambiti la discussione sulla riforma Moratti langue. Effettivamente, c'è poco da discutere.
La trasformazione "epocale" sembra tramontata. Di Bertagna più nessuno parla.
Il progetto di legge delega è quanto di più fumoso si possa immaginare.

In realtà, chi glie lo fa fare? Bocciare i cicli Berlinguer è stata un'operazione facile per incassare un po' di voti. Ma diciamolo chiaramente: a parte qualche talibano della libertà, della scuola, non glie ne potrebbe fregà dde meno. E aggiungo una cosa su cui non molti saranno d'accordo: in fondo, neanche della scuola privata gli importa poi molto.

Quando ci sono sostanziosi interessi in ballo, come nel caso della giustizia, l'azione del governo è martellante e fulminea. Ma non risulta che Berlusconi o qualche suo sodale sia più in età da dover affrontare esami scolastici. Né mi risulta che il gruppo Mediaset abbia fatto grandi investimenti nell'istruzione privata.
Allora perché rischiare di compromettere un consenso così facilmente conquistato senza un vero guadagno? Con i rinnovi contrattuali in arrivo, una categoria insegnante che non smette mai di mugugnare, gli studenti che occupano così per occupare ma magari potrebbero incazzarsi sul serio, le famiglie che si lamentano sempre di tutto ma poi guai a cambiare qualcosa, l'occhio sempre vigile sui sondaggi d'opinione suggerisce di toccare il meno possibile.

Pericolo scampato dunque? Tutt'altro. L'abolizione dell'esame di Stato fa capire quale sarà la linea dei prossimi mesi. Con quattro righe nella legge finanziaria si sono raggiunti parecchi bei risultati. Si è fatto finta di risparmiare quattrini. Si è andati incontro al mammismo delle mamme e di gran parte del corpo insegnante. Si è dato corpo a una diffusa sfiducia verso la scuola pubblica, i suoi metodi, i suoi rituali. Si è trasformato in legge un doppio luogo comune: gli esami sono difficili e angosciosi, le commissioni esterne sono crudeli e punitive, facciamo giudicare i nostri bambini dagli interni - gli esami sono troppo facili, si promuovono tutti, allora eliminiamoli. Si è soprattutto tolto qualcosa a qualcuno e si è dato qualcosa a qualcun altro, che è la summa dell'arte di governo: fra pochi mesi quelli che devono passare luglio in commissione guarderanno con odio quelli che
invece vanno al mare, e quelli che vanno al mare non faranno nulla per nascondere la loro soddisfazione, così tutti potranno dire questi professori cosa pretendono, con tre mesi di vacanza.

Credo che questo sarà il menù che ci verrà offerto. Un po' di demagogia. Qualche taglio alle spese di qua, qualche taglio alle spese di là. Un po' di vessazioni burocratiche. Un'ingarbugliata riforma degli organi collegiali - che chi ci capisce qualcosa è bravo, ma tanto non è che adesso sia la scuola di Atene. La bizzarria degli scrutini ad anni alterni. Voto di condotta sì, voto di condotta no, ormai di per sé la questione ha poco sugo, è però qualcosa che tutti capiscono, e può riempire le pagine dei giornali quando non ci sono altre notizie fresche. Si avanzano proposte swiftiane, si minacciano interventi darwiniani – via duecentomila insegnanti, via il sostegno all'handicap - poi si dice ma no cos'avete capito, solo un qualche ottomila insegnanti in meno all'anno, solo qualche liretta in meno per il sostegno, vedrete che tutto si aggiusterà, è solo una razionalizzazione.
Qualche migliaio di esperti, aggiornatori, valutatori e grilli parlanti migrerà sgomitando e pestandosi i piedi verso i nuovi Istituti di Valutazione, Aggiornamento, Chiacchiera e Prosopopea.
Per il resto si vivrà alla giornata, ogni mattina diremo c'è andata bene, non ci hanno licenziati, non ci hanno sostituiti con un compiùter, non hanno abolito la matematica, non ci hanno imposto di insegnare la storia d'Italia coi libri di Francesco Storace e l'educazione sessuale coi libri di Vittorio Sgarbi.

La scuola continuerà lungo la lenta china, ogni giorno continueremo a perdere qualcosa, ma poco poco, che uno subito non se ne accorge. E fra tre o quattro anni ci diranno avete visto? La scuola pubblica ormai è in coma, non è più riformabile.
Giusto in tempo per la prossima campagna elettorale.

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Citano Morin ma ci rifilano l'azienda
di Emanuela Cerutti

In un’Autointervista per ripercorrere equivoci e rispondere a domande sulle ipotesi di riforma scolastica del Grl, regalata la scorsa settimana alle scuole bergamasche, come precedentemente promesso, Giuseppe Bertagna, ragionando di collegialità, afferma che già da tempo non si parla più di consiglio di classe o di interclasse e si lascia all’autonomia il compito di determinare quegli elementi organizzativi che permettono di fronteggiare al meglio le esigenze educative dell’insegnamento e dell’apprendimento. E’ ora, auspica, che smettiamo di pensare alla classe come all’unico elemento di riferimento per le attività didattiche: ci sono anche i gruppi, le reti, i tutor: come credere che un organo collegiale astratto e ormai lontano dalle esperienze quotidiane degli studenti italiani quale un consiglio di classe (o di interclasse) possa gestire tale complessità e sostenere i processi di apprendimento così diversificati?

L’insistenza sulla complessità appare già nella prima delle tredici fitte pagine del documento in questione, laddove Bertagna, citando Morin, ricorda che non possiamo impantanarci negli schematismi tipici di una logica lineare, saremmo dei “malati cognitivi”: dobbiamo tener presente la circolarità dei processi e la loro naturale intersezione, al di fuori delle troppo facili semplificazioni.

Appellandosi a tali principi, e senza troppo curarsi di quella che appare una contraddizione, Bertagna rifiuta di paragonare “baconianamente” il passato ed il presente, la legge 30 e la sua revisione, nella fattispecie, perché non vuol cadere nelle trappole dei “giocattoli sinottici”, degli “alambiccamenti maniacali”, o delle “inaccettabili semplificazioni” degne dei “malpancisti”, come se confronti ed analisi comparative non costituissero da sempre il terreno privilegiato delle costruzioni complesse.
Un meccanismo simile si ritrova qualche cartella più in là, laddove si legge che la cura della complessità viene affidata al “coordinatore di classe”, ripetutamente unico“lui” che si occupa del portfolio individuale, delle relazioni con tutti i docenti che insistono sui singoli allievi, delle ipotesi di lavoro, delle famiglie, dei passaggi nodali…Un lui riconosciuto al di fuori del contesto in cui lavora, perché la sua formazione universitaria con iscrizione all’albo da cui sarà estratto non si gioca all’interno dell’Istituto, come accade per le funzioni obiettivo, sottoposte, bene o male, al vaglio collegiale e al travaglio delle specifiche commissioni. Un lui che si rapporta ad altri lui, in questo mondo di eroi al maschile, quali il direttore della progettazione didattica e il dirigente scolastico.

Il dubbio è legittimo: non è che di questo passo la complessità viene soffocata dalla più rassicurante certezza dell’uno?
UN punto di vista e nuovo di pacca, altro che nani sulle spalle dei giganti.
UN piccolo imperatore, altro che lavoro di équipe e teams e cooperative learning.
Molteplicità come somme individuali, non più comunanze di sforzi e differenti compiti specifici. Linee verticali, con evidente tendenza al piramidale.

Con simili premesse, disseminate ad arte nei terreni fertili del malcontento e dell’insoddisfazione nei quali spesso si impantana la scuola italiana, non stupisce più di tanto la recente revisione degli Organi Collegiali.
Il cambio del nome all’ultimo minuto non modifica i fatti: il CdS è ancora un CdA, solo più semplice da catalogare, un nuovo cassetto nell’impresa nazionale.
Accostando le due proposte del novembre 86 (sono organi delle istituzioni scolastiche: il consiglio di autonomia e la giunta di consiglio; il collegio dei docenti e la giunta di collegio; il comitato dei genitori e il comitato degli studenti; il consiglio di classe; l'assemblea di classe dei genitori e l'assemblea di classe degli studenti; il dirigente preposto) e del novembre 2001, reperibile in Speciale Organi Collegiali ( sono organi delle istituzioni scolastiche: il consiglio di amministrazione; il collegio dei docenti; gli organi collegiali di valutazione degli alunni;il nucleo di valutazione ) appare già chiaro il “riduzionismo aziendale” al quale viene sottoposta la partecipazione democratica, che dagli anni 70, pur con contraddizioni e limiti, ha comunque connotato il panorama scolastico.
Se poi si dà in’occhiata al disegno di legge che porta la firma di Grignaffini e Gambale e lo si confronta con gli ultimissimi emendamenti operati dall’attuale Commissione Cultura della Camera, non si può evitare di chiedersi quale sia l’oggetto del contendere, dal momento che i formali cambiamenti introdotti non modificano la generale sensazione di un’autonomia fittizia, in cui docenti e studenti, soggetti primi della scuola, restano in balia degli altrui desideri e delle altrui facoltà decisionali. Dei lavoratori Ata nemmeno l’ombra. La valutazione istituzionale è affidata a terzi (ma come? non era che "interno" è bello?), con grosso peso della componente genitori; il Dirigente assomma in sé sia funzioni di indirizzo che di gestione: coordina di meno e conduce di più; la valutazione alunni perde le caratteristiche della sistematicità e dell’integrazione di interventi e risorse.
E’ questa la gestione della complessità o, per usare un altro termine un po’ in disuso, della diversità?
Ce l’avevano raccontata in un altro modo: non più tardi di due anni fa, la Commissione Nazionale per l’Educazione Interculturale si chiedeva e chiedeva agli insegnanti che cosa significasse “educare nel tempo delle globalizzazione e nelle società plurali”.
Si soffermava sui cambiamenti dei “modi di vita” solo apparentemente esterni alle nostre esperienze identitarie, ci tuffava dentro i processi di internazionalizzazione e mondializzazione per darci la misura di quanto determinante fosse diventata la “relazione” nell’avventura della nostra personale crescita e maturazione.
Affermava la necessità di costruire mentalità aperte, dialoganti e collaboranti, all’interno di progetti in continuo dinamismo, utilizzava il termine “paideia” per comprendere in un unico abbraccio “continuità e cambiamento, tradizione e novità”.
Riproponeva il crocevia della collegialità, con tutti i rischi e pericoli che ben conosciamo, ragionando in termini di corresponsabilità.
Si tratta proprio di un’altra storia?

Dubbi ed incertezze, in questo mare di contraddizioni: ma se, riprendendo Morin, “ l’incertezza, che uccide la conoscenza semplicistica, è il disintossicante della conoscenza complessa”, forse va tutto bene: dobbiamo solo districare un nodo più complicato del previsto.

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Per Libera
di Vincenzo Viola

APPELLO URGENTE

Il Ministro dell’Istruzione, sempre ligia – come è suo compito - a dare attuazione alle linee politiche del Governo nel campo dell’attività scolastica, ha negato il riconoscimento di “ente di formazione” all’Associazione LIBERA, che da anni combatte contro la mafia su un terreno e con un metodo di fondamentale importanza: organizzando corsi di educazione alla legalità nelle scuole di tutta Italia.
L’ineffabile ministro motiva il suo rifiuto dichiarando che l’Associazione guidata da Don Ciotti “ha finalità poco chiare” e che quindi non può essere riconosciuta come “ente di formazione”.
È naturalmente comprensibile che alla signora Letizia possa sfuggire cosa significhi educare alla legalità dal momento che negli ambienti che frequenta questo concetto non è molto in auge; è anche probabile che abbia chiesto a qualche collega di partito che cosa significhi antimafia e che abbia avuto rassicuranti conferme che si tratta di un vizio antico, una malattia segreta e vergognosa e, si spera una volta per tutte, ormai in via di estinzione; addirittura è pensabile che abbia insistito presso il Primo ministro in persona, il venerabile Cavaliere, per sapere cosa sia la legalità e come ci si possa educare ad essa ed egli abbia avuto la delicatezza di dimostrarle che, essendo la legalità un concetto astratto, egualitario (e quindi in puzza di comunismo) e refrattario a una proficua commercializzazione, non può essere confuso con l’educazione, che, come ben si sa, consiste nel dire sempre di sì al padrone (tanto per essere moderni, diciamolo in inglese: essere yes-men).
Ha dunque ragione la signora Brichetto: l’antimafia e l’educazione alla legalità, finché una commissione formata da Previti, Squillante e Dell’Utri non le avrà rese tanto trasparenti da essere invisibili, se ne stiano fuori dalla scuola: hanno finalità poco chiare, potrebbero essere un subdolo strumento di malviventi.
Lei i suoi dubbi ce li ha; noi i nostri no. Ci è del tutto chiara la finalità della Brichetto Moratti: ferire con un solo colpo la scuola, privata di un apporto che si è dimostrato negli anni sempre più importante ed efficace, l’Associazione, che non si è unita al coro dei celebratori del Nuovo Corso Berlusconiano, la società civile che in molte forme e con molti accenti alza la voce contro le leggi a tutela dell’illegalità prodotte in continuazione da questo governo, i giovani e in generale i cittadini che si sentono ancora una volta umiliati dall’arroganza dei governanti.

Contro questo ennesimo scempio della scuola, della coscienza civile e della legalità propongo, come prima misura, di inondare il Ministero di e.mail di protesta indirizzate a it.didattica@istruzione.it (si tratta del sito dell’innovazione tecnica della didattica: se l’innovazione è questa…) e di realizzare in tutte le scuole raccolte di firme su documenti e dichiarazione da inviare al Ministero dell’istruzione – via Trastevere – Roma e poi di concordare ulteriori passi con l’Associazione Libera.

AGGIORNAMENTO NECESSARIO

Il comunicato stampa del Ministero del 25.02.02 fornisce le seguenti motivazioni in merito al mancato accreditamento di Libera:

"a) L'Associazione, pur dichiarando di possedere tutti i requisiti,
evidenzia nei dati forniti carenze riguardo alla innovazione metodologica
e all'utilizzo delle tecnologie;
b) La documentazione delle attività svolte è inadeguata perché non vengono
fornite indicazioni riguardo alle finalità, ai materiali utilizzati, al
tipo e al numero dei corsisti, alle verifiche effettuate e agli esiti
raggiunti".

Ogni commento è superfluo: qui si raggiungono vette di squallore e di ipocrisia difficilmente eguagliabili.



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Sull'identità docente, punti di vista a confronto.
di Fuoriregistro

Se cambia il direttore d'orchestra, cambia la musica?
Non voglio scrivere un articolo, ma soltanto fare una riflessione sulle parole lette dei testi arrivati alla mia posta con la newsletter del 10 febbraio.
Mentre prima di questa data provavo vero piacere nel leggere in questo sito tante voci che dissentivano con argomentazioni giuste con il piano di riforma del Ministro, stasera mi trovo a dover sopportare il canto di lode della riforma . Constato con molta amarezza che il vento cambia e noi insegnanti, come sempre ci facciamo trasportare da lui senza mai prendere una posizione, senza mai avere il coraggio fino in fondo di portare avanti le nostre idee.
Ma allora , mi chiedo, come faremo ad insegnare ai ragazzi la libertà e la forza di crescere?

Grazie da un'insegnante delusa.

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Smettiamola di pensare che apparteniamo per diritto divino alla sinistra e che tutto ciò che dalla sinistra non viene partorito deve essere abortito! Siamo un pessimo esempio per quella moltitudine di studenti ai quali dovremmo insegnare a discernere di volta in volta tra il bello ed il brutto tra il bene ed il male; e non possiamo tra l'altro vivere di solo sindacato, troppo spesso dimostratosi servo di pochi precisi padroni e strumentale trampolino di lancio per carriere politiche, sino a poche ore prima insultate e osteggiate.
Certamente non tutto il disegno della Moratti è sposabile, ma va riconosciuto che ha tentato ed in parte ottenuto una consultazione della base e delle rappresentanze dei vari organi che per anni abbiamo atteso invano dai vari Berlinguer, e nessuno può nascondere la crisi profonda nella quale la scuola è caduta in questi anni.
Il corpo docente di una nazione deve essere "corpo pensante" e non strumento di carriera per arrivisti.
Riprendiamoci la dignità che ci spetta!

Maurizio Perricone


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"La Cgil non sta facendo gli interessi della scuola"; "Gentile professore, venga con noi a Barbiana"
di Omer Bonezzi - Gianni Mereghetti

Lettera aperta alla CGIL Scuola


Ho letto attentamente il vostro documento sulla riforma Moratti (www.cgilscuola.it). Ci sarebbe da discutere di molte cose, e spero lo si possa fare, ma un aspetto mi ha colpito, meglio mi ha amareggiato, ed è il silenzio sia su chi va a scuola ad imparare sia su chi ci va ad insegnare. Voi accusate il ministro sull’organizzazione della scuola e alla sua organizzazione opponete una vostra organizzazione, che pretendete migliore. Ma l’organizzazione della scuola ha uno scopo cui obbedisce, quello di creare le condizioni perché in essa chi insegna lo possa fare in piena libertà e chi impara possa vedere valorizzate le sue capacità umane e culturali. Questo a voi non interessa gran che, del resto non vi sembra centrale che nella scuola della riforma vi siano insegnanti liberi e professionisti, né che gli studenti siano aiutati a crescere come persone, tant’è vero che considerate la conoscenza un fattore strategico e non la modalità con cui l’uomo si rapporta con la realtà intera, da quella quotidiana a quella oggetto di scienza fino alle domande ultime che provoca. Per me invece questo è ciò di cui la scuola si occupa, ovvero di persone, delle loro esigenze, delle loro domande, del loro impeto di verità, ed è solo per loro che val la pena riformarla. Forse se consideraste questo aspetto capireste da una parte che la riforma Moratti è sottesa da una sensibilità verso i momenti specifici della crescita degli studenti, e dall’altra che la questione seria non sono le architetture, ma i contenuti della scuola e la professionalità degli insegnanti. Su questi due punti si dovrebbe lavorare insieme e a fondo, perché non si tradisca la scuola nei suoi gangli vitali!

Gianni Mereghetti
Abbiategrasso


La conoscenza è un diritto di tutti


Gentile professore
Ho letto stupito la sua “lettera aperta” .Stupito perché c’è un sito che parla per noi, quello della cgil-scuola. Meravigliato perché abbiamo fatto un bellissimo congresso dove abbiamo denunciato la mercificazione del sapere e lo stravolgimento dell’idea stessa di cultura come bene disponibile ed inclusivo per tutti. Lo scontro in atto oggi è tra una società che vende e recinta come proprietà privata vita ( brevetta le sementi ed i cromosomi), esperienze, tempo ed usa le conoscenze per escludere e chi,invece, pensa, come la cgil e tanti altri, che le persone e le coscienze non sono in vendita.
Da vecchi conservatori crediamo che la scuola sia un luogo, dove lo scambio di relazioni non sia regolato dalla mercificazione e di conseguenza le persone valgono in quanto persone, per questo il diritto alla conoscenza, per noi, è un diritto di tutti.
Diversamente il Bertagna–Moratti pensa a ridurre l’offerta di scuola, divide precocemente per censo gli studenti , vuole trasformare la scuola da luogo di apprendimento e di scambio in una macchina che certifica, sanziona, vende, con una logica di mercato, conoscenze. Il mercato, caro collega, non è il metro con cui si misurano le persone e non può invadere luoghi educativi fino a divenire tanto invasivo da farsi il nuovo Dio della società della conoscenza. Ci conceda almeno il diritto di pensare che ci siano isole, luoghi dove lo scambio non è regolato dal denaro.
Sul rispetto professionale dei docenti, caro collega, non accettiamo lezioni e la invitiamo a leggere il nostro sito “speciale deontologia” (Deontologia a Scuola), è pubblico. Ci farebbe piacere, che a questo proposito, ci dicesse dell’iniziativa dell’on.le Garagnani sul telefono spia di Bologna. Se però lei pensa che siamo contro ad un ordine professionale della docenza, ebbene, è vero, siamo contro, perché la base dell’ordine è la regolazione delle tariffe di professionisti che si vendono a singola prestazione, precari, flessibili e senza contratto. Noi difendiamo l’autonomia professionale dei docenti attraverso un nuovo consiglio nazionale della pubblica istruzione che, sull’esempio del consiglio superiore della magistratura, possa tutelare la nostra autonomia professionale da insopportabili ingerenze.
Sui ragazzi poi, collega, la prego:
Le sembra serio mettere 28 alunni di tre e due anni insieme?
Le sembra serio mettere ragazzi di cinque anni, sempre in 28, con quello di 7?
Le sembra serio spingere nel buco nero della formazione, dove però è ben attiva la Compagnia delle Opere , il 25% dei ragazzi, peraltro chiamando a propria testimonianza Don Milani?
Per questo, a Maggio, sarò a Barbiana: la mia dignità professionale è stata ferita dalla proposta Bertagna-Moratti, contro la quale, è una questione di valori, bisogna resistere, resistere, resistere . Barbiana sarà il giorno dell’affermazione in positivo dei miei valori e della mia dignità professionale.

Omer Bonezzi
Presidente di Proteo Fare Sapere
membro del direttivo nazionale cgil-scuola


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Chi se la mangia questa scuola?
di Emanuela Cerutti

Che il cambiamento all’interno di un sistema sia direttamente proporzionale all’aumentare della sua complessità è teoria sociologica ormai assodata, e quotidianamente visibile.
Che all’interno del sistema si verifichino però quotidiane scivolate, quasi che velocità virtuali e reali spesso non coincidano, o che le ruote dell’ingranaggio si prendano libertà autonomiste non prevedibili in partenza, è un dato di fatto di cui non si può non tener conto.
Lo scorso mese di giugno, in un’intervista apparsa sul “Sole 24 ore”, Valentina Aprea rilasciava alcune pubbliche dichiarazioni:
«La scuola di base rimane di otto anni. Per arrivare alla maturità a 18 anni le secondarie dureranno quattro anni. Ma non tutte. L'idea è una secondaria flessibile, non si toccano i classici e gli scientifici, la nostra scuola di maggior prestigio… Le scuole sceglieranno direttamente i propri insegnanti e i finanziamenti, anche per quelle pubbliche, saranno stabiliti in base agli studenti iscritti».
Preistoria?
Eppure, non meno di dieci giorni fa, durante la rituale Assemblea che convoca i genitori dei futuri primini di scuola elementare per introdurli al prossimo atteso evento, una mamma trasecola:”ma non siamo qui per scegliere le maestre? non è così adesso?”.
Più o meno nello stesso periodo, voci di corridoio riportano commenti poco eleganti sul distacco di insegnanti per alunni stranieri: “per quei quattro gatti…così si sprecano i soldi…”
E durante una conversazione tra amici ci si barcamena tra un “sai che gli insegnanti non bocciano sennò i figli li portano alla privata” e un “quelli che frequentano il liceo li distingui subito, altra classe…”
Qual è il problema?
Forse che sulla scuola si dice tutto e il contrario di tutto, offrendo in pasto al sentire comune le briciole di un banchetto neppure consumato.
Si dice e si fa quello che salta in mente, un pò come quando ci si lascia andare a "corna" diplomatiche, a scorrettezze lessicali sul “conflitto d’interesse” , a leggerissime assunzioni di responsabilità su episodi di violenza...
Con la stessa "leggerezza" nella scuola si azzerano processi senza preoccuparsi di ricostruire presupposti, si decide che l'istruzione è per il lavoro e ci si imbroda per questo, quando per anni si sono fatte ipotesi contrarie, si ascolta molto poco e si parla di pan per focaccia.
Si riesumano istinti primordiali, quali quello individualista, classista, razzista, dando loro voce e credibilità.
Si tagliano gli insegnanti perché ce ne sono troppi e poi non servono, visto che siamo così ignoranti: ma di formazione e controllo docente non si parla, non vorrai poi che mio cugino non passi l’ispezione…
Ci si appella ad obblighi concordatari per mantenere tradizioni che si fingono appartenere al popolo italiano, lo stesso che non si sa neppure più se ha in comune un linguaggio, e si dimenticano obblighi sociali ben più pressanti : per il diritto allo studio si aprono le porte del Rotary, mentre il filippino rimane nelle serre.
Si parla di scuola di qualità e si azzerano i curricoli, tanta è la fiducia nella professionalità insegnante.
Si uccide la “partecipazione studentesca” sottobanco, con i 7 in condotta, o, peggio, con le valutazioni quadrimestrali. Ma non si dice.
Si ragiona di numeri e non più di progetti, si perdono per strada perfino gli insegnanti di inglese, la fronda francese ripara nel bilinguismo e lo spagnolo se ne stia a Porto Alegre.
Strano modo di guardare all’Europa, ma tu ci credi? Ma quanto guadagni al mese?

Nella scuola pubblica ci si districa, senza riuscire a liberarsi dalla sensazione di essere pedine mosse da “altro”.
Fuori si sta all’ultima notizia sentita, quella che piace di più, non importa se , rilasciata un pò in fretta e superata dalla corsa affannosa degli accordi di palazzo, è ormai “out of date”.
O se qualcuno, in Europa, ci dice che potrebbe non funzionare.
In fondo non importa davvero.
Il banchetto deve ancora arrivare.

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Un raggio di sole
di Luciana Pavoni

"E il Dirigente bocciò il Ministro"
Se ne parla in un articolo del Messaggero del 19 febbraio.
Di questi tempi, per molti docenti, specie quelli che da anni, come me, hanno dato tempo, studi, energie alla Scuola dell'Infanzia, un intervento come questo che riporto, soprattutto considerato il fatto che ne è autore un Dirigente Scolastico (preciso: non il mio), rappresenta
"un raggio di sole".
Credo sia opportuno fare in modo che "illumini" anche altri.



IL QUADRO

Il panorama nel quale si inserisce la proposta di(contro) Riforma Moratti, offre un quadro d’insieme tra i più deprimenti degli ultimi trent’anni.
Ne rappresentano esempi eclatanti la crisi di valori, i numerosi focolai di guerra, l’affermarsi delle leggi di mercato, l’estendersi della povertà, le discriminazioni razziali e sociali, il disagio individuale e collettivo, la perdita d’identità ( soggettiva e di ruolo).
Fenomeni, questi, che non salvano nemmeno le società cosiddette industrializzate e, quel che è peggio, vissuti sostanzialmente attraverso un mix di agnosticismo, di disinformazione (ci bastano i mass-media), di disinteresse ( che non sia quello personalmente utilitaristico), di apatica acquiescenza.
Ed allora, niente di strano se nei riguardi della (contro) Riforma di Donna Letizia non avverto soffiare venti di guerra negli ambienti rappresentativi ( ma ne esistono ancora ?) della società civile e soprattutto, nel mondo variopinto degli addetti ai lavori.
Eppure la proposta del Ministro, riletta più volte, si presenta come contraddittoria, culturalmente anacronistica , eticamente discutibile ed offensiva nei confronti della scuola reale.

Le Contraddizioni

- Si parte (giustamente) dal presupposto della centralità della persona e poi gli si nega il diritto fondamentale al rispetto dei suoi tempi, inserendo passaggi valutativi obbligatori, con cadenza annuale o biennale, (fino dalla prima classe di scuola elementare) con strumenti predisposti a livello nazionale e riproponendo la separazione istituzionale tra scuola elementare e scuola media, pur prevedendole all’interno dello stesso primo ciclo d’istruzione. E il destino, o meglio, l’esperienza degli Istituti Comprensivi, che ad oggi costituiscono circa la metà delle scuole autonome su scala nazionale e che – ironia della sorte – sono nati con il primo governo Berlusconi, anno di grazia 1994 ?

- La scuola dell’infanzia (ex scuola materna ) viene (giustamente) considerata parte integrante del sistema scolastico, con una sua specifica identità e un carattere fondativo per i cicli successivi. Nulla da eccepire. Anzi.
Ma poi se ne consente la frequenza già a due anni e mezzo, riducendola a scuola del pannolone assistito: con la differenza che nell’attuale struttura del pannolone ( gli asili nido) il rapporto tra educatrici e bambini è di uno a sette, mentre nella scuola dell’infanzia è di uno a ventotto. Distrazioni, analfabetismo strutturale, insipienza o cosa d’altro?
Nella presentazione ufficiale alla stampa, oltre ad apprendere dei contributi essenziali offerti al documento dalla moglie di Silvio Berlusconi, la proposta di (contro) Riforma è stata dipinta – nella sua modernità – con l’inserimento di nuove
discipline e di nuove attività.Ben vengano; anche se già ci sono. Ma dove le mettiamo, con la drastica riduzione del tempo scuola?

L’Anacronismo Culturale

- Può essere riassunto nel concetto: tutto come prima, peggio di prima. Il modello ha un progenitore illustre nel Ministro Gentile ( 1923 ), ivi compresa la separazione concettuale tra il saper essere e il saper fare, con l’obbligo di scelta a 14 anni.
A dire che ottant’anni di storia, intesa in senso lato, sono scivolati inutilmente, senza lasciare traccia ! E non tragga in inganno la ipocrita previsione di poter transitare reciprocamente dal sistema dei licei a quello della formazione professionale, perché in assenza di un biennio comune, le trasmigrazioni risulteranno ampiamente agevolate dall’ottavario liceale a quello della formazione professionale, ma sarà materialmente impraticabile il contrario.

- Parimenti anacronistica (ed altrettanto ipocrita) la riproposizione della specificità della scuola media, che al momento ha suscitato negli addetti di settore la gioia della riscoperta della propria identità, ma che, ad una lettura più attenta del documento di ( contro ) Riforma, provocherà nuove e più gravi crisi depressive, determinate da ansia di selezione prematura, irreversibile ed esposta alle forche caudine degli addetti al ciclo superiore (docenti e genitori): altro che identità!
L’anacronismo vero del modello morattiano, nello specifico, sta tuttavia nella contraddizione tra i continui riferimenti europei che pervadono il documento e l’assoluto disinteresse per il modello finlandese della scuola di base, unanimemente riconosciuto come il migliore in Europa e dintorni: ciclo lungo ottennale, senza soluzione di continuità.

Aspetti Etici

Nella accezione comune, l’etica (non soltanto in politica ) può essere definita la ricerca di senso.
Ebbene, che senso ha:
- proclamare di voler fare di più diminuendo il tempo scuola;
- concepire una prima classe di scuola elementare all’interno della quale possono convivere alunni con differenza di età fino a 20 mesi e/o, parimenti una sezione terminale, di scuola dell’infanzia con bambinoni di 6 anni e mezzo (fate bene i conti);
- obbligare ragazze e ragazzi a scegliere il proprio destino a 14 anni, in base alla discriminante irreversibile tra il sapere (il sistema dei licei) e il saper fare (il sistema dell’istruzione professionale), come se il saper essere non fosse oramai universalmente riconosciuto come la risultante coniugata di entrambe le categorie;
- attivare formule di apprendistato in tutto assimilabili a forme classiche di sfruttamento del lavoro giovanile;
- prevedere la organizzazione dell’ampliamento dell’offerta formativa e delle attività di integrazione scolastica ( per lo più destinati ai soggetti più deboli ), nella quota di tempo scuola a pagamento;
- trasferire alle Regioni l’intero pacchetto della istruzione professionale, tenendo di fatto la cura delle menti allo Stato (l’elite) e scaricando alla manovalanza regionale (seppure specializzata) la risultanza (meglio la risulta?) di una selezione sociale precoce, basata sulla divisione tra ricchi e poveri , tra buoni e cattivi.

E’ Offensiva

Sul mercato dell’informazione – ma non solo – la (contro) Riforma Moratti viene (s) venduta con i marchi d’oc della lingua straniera e dell’informatica fin dalla scuola elementare.
Ora, come dovrebbero sentirsi (se non offesi) tutti quegli insegnanti (e sono tantissimi) nelle cui scuole la seconda lingua comunitaria e l’informatica costituiscono prassi di quotidiano insegnamento? E come potrebbe sentirsi (se non allibito ) il Ministro, se venisse a sapere che analoghe esperienze sono già presenti in tante scuole dell’infanzia?
E ancora: come dovrebbero sentirsi (se non offese ) tutte le componenti delle scuole autonome con lo scippo della quota di curricolo locale riservata loro dal decreto sulla autonomia e che Donna Letizia prevede di trasferire alla competenza delle Regioni ( pressioni meneghine di Formigoniana onnipotenza o pedaggi leghisti?); sfugge probabilmente al Ministro, il dettaglio che nell’immaginario collettivo la Regione rappresenta un soggetto istituzionale lontano, spesso assente dalle vicende della comunità, assolutamente carente di strutture adeguate allo scopo e, soprattutto priva di qualsiasi tradizione scolastica ed educativa: una sorta di analfabetismo di settore, già collaudato in sede di dimensionamento della rete scolastica.
Infine, dulcis in fundo, come dovrebbe sentirsi (se non offeso) quel mondo della scuola che da anni solleva con angosciante preoccupazione tanto il problema del disagio individuale (fin dalla prima infanzia) quanto la ricerca di strumenti moderni per affrontare il fenomeno della multiculturalità e non ne trova traccia alcuna nel documento varato con l’enfasi della televendita dal Consiglio dei Ministri?

Ed Ora ?

Ora la palla passa alle scuole: ai loro addetti e alle loro componenti: docenti, non docenti,alunni, genitori e – in quanto disponibili – le realtà territoriali (istituzionali e non).
Sta alle scuole – e in primis agli operatori di settore – promuovere informazione e sensibilità, acquisire e individuare elementi di valutazione, produrre e pubblicizzare documenti.
E’ compito delle scuole, in questo delicato e risolutivo passaggio, farsi carico, sul piano individuale e collegiale, di “ creare opinione “ e realizzare – per una volta – una operazione di autentica democrazia partecipata.
A sostegno, ovviamente, delle classi politiche e sindacali, allo stato delle cose in tutt’altre faccende affaccendate.


IL DIRIGENTE SCOLASTICO
Giancarlo Teatini

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Contro l'attacco alla scuola pubblica, per il futuro educativo delle giovani generazioni
di Vittorio Delmoro

Al Ministro dell’Istruzione
Ai sindacati scuola CGIL – CISL – UIL
Ai Sindacati di base UNICOBAS – COBAS – GILDA
Alla stampa locale



L'assemblea di docenti e ATA dell’ISTITUTO COMPRENSIVO DI ORCIANO (PS)respinge l’attacco che viene portato alla scuola pubblica ed approva il seguente ORDINE DEL GIORNO

L’assemblea dei docenti e del personale ATA, convocata dalle RSU per discutere dell’accordo raggiunto tra sindacati e governo sul pubblico impiego, del decreto sugli organici 2002/2003 e della legge delega presentata dal governo sulla scuola, respinge l’attacco che viene portato alla scuola pubblica, attraverso tutta una serie di provvedimenti; in particolare l’assemblea :

−Rifiuta l’anticipo delle iscrizioni sia alla scuola materna che alla scuola elementare
−Rifiuta il previsto taglio agli organici sia nella scuola media che nella scuola elementare, già penalizzata negli ultimi due anni
−Rifiuta il taglio agli organici del personale ATA, già ora insufficiente
−Rifiuta tutta l’impostazione pedagogica della riforma Moratti/Bertagna, tendente a diminuire l’orario scolastico, per favorire la scuola privata


L’assemblea rivendica :

−i risultati positivi conseguiti dalla ventennale sperimentazione del tempo pieno nella scuola elementare
−la possibilità di scelta del tempo prolungato nella scuola media
−l’efficacia dell’insegnamento della lingua inglese fin dalla scuola materna
−tutti i progetti didattici e di continuità fra i tre ordini di scuola dell’istituto comprensivo


L’assemblea, nel constatare il distacco delle proposte governative dalle reali necessità della scuola, denuncia il tentativo di sottrarre risorse alla scuola pubblica quando invece bisognerebbe investire nel futuro educativo delle giovani generazioni.

L’assemblea invita tutte le organizzazioni sindacali a marciare unite perché la vertenza scuola assuma dimensione generale e nazionale; per combattere la controriforma Moratti/Bertagna; per migliorare le nostre condizioni di lavoro (edifici scolastici, numero di alunni per classe, adeguato sostegno allo svantaggio); per la conquista di salari europei.

Orciano 11/2/2002

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Autonomia ed orario delle lezioni: dubbio di illegalità
di Franco Varrese

Sono il prof. Franco Varrese ed insegno Scienze Matematiche nella Scuola Media dell’Istituto Comprensivo “C. Alvaro” di San Pietro a Maida (CZ).
Chiedo un parere in quanto

io ritengo di operare con un orario scolastico sicuramente “anomalo” e, - secondo il mio modesto parere, - al di fuori della legalità.

Preciso, innanzi tutto, che nella Scuola in cui opero tutte le classi sono a “tempo prolungato”, per cui l’organico è tutto per il suddetto tempo scuola.

Lo scorso anno scolastico, gli organi collegiali si sono espressi per l’attivazione della “Settimana corta” nella nostra scuola approvando un documento illustrato dal sottoscritto, nel mese di settembre, in una riunione pubblica sia agli alunni che ai rispettivi genitori e da questi ultimi approvato nella stessa seduta ed in un immediato referendum proposto dal Dirigente Scolastico.

Dal documento è stato elaborato l’orario scolastico per l’anno 2000-2001.

Nel mese di settembre del corrente anno scolastico, senza alcuna delibera degli Organi preposti e senza neanche mettere al corrente l’utenza (Ma a che cosa serve il POF?), l’orario delle lezioni ha subìto un totale stravolgimento: sono scomparse le “ore di laboratorio”, sono scomparse le “compresenze”, è scomparso il modulo per il “recupero dei 10 minuti”.

Ho più volte pregato il Dirigente Scolastico a voce di riunire il Collegio dei Docenti per discutere sull’orario e, - anche per tutelare la mia persona da eventuali sanzioni amministrative, - ho scritto una lettera al Dirigente stesso, ottenendone una risposta negativa ed anche ironica.

Finalmente, il 13.12.2001, il Collegio dei Docenti viene convocato con il seguente O.d.G.:

1. Approvazione Piano dell’Offerta Formativa (nelle parti variabili);

2. Modalità di espletamento delle ore di At (attività) per il completamento dell’orario di servizio dei docenti ((D.M. 22.07.83);

3. Modularizzazioni curricoli (DPR 275/99: flessibilità oraria; monte ore annuali);

4. Organizzazione delle attività di recupero;

5. Ora di flessibilità (DM 234/00);

6. Varie ed eventuali.

Passano al 2° punto dell’Ordine del Giorno, chiede la parola il sottoscritto ed invita il Dirigente ed il Collegio, prima di parlare di “Orario Scolastico”, di discutere sulla legalità o meno dell’orario in vigore, in via definitiva, dall’8.10.2001.

“Secondo il parere del sottoscritto, - ho sottolineato, l’orario è illegale per i seguenti motivi:

a) Non prevede il recupero dei 10 minuti/ora; non prevede, in altre parole, l’utilizzazione e la finalizzazione delle risorse di tempo “liberate” così come indicato in una nota dal Sindacato CISL (Documento sindacale riportato in calce) e dalla C.M. n° 225/01 emanata dal M.P.I. Il sottoscritto, stante l’orario attuale, effettua, settimanalmente, 900 minuti di servizio contro i 1080 spettanti e 700 minuti di lezione contro i 960 dovuti. Pertanto si può facilmente dedurre che il sottoscritto effettua tre ore di servizio e ben 4 (sottolineo quattro) ore di lezione in meno la settimana!

b) Non tiene conto che le classi sono tutte a “tempo prolungato”: non consente lo svolgimento di attività che sono proprie del tempo prolungato quali recupero, potenziamento, consolidamento e non prevede lo svolgimento di quelle attività integrative che, nel passato, sono state il fiore all’occhiello della nostra scuola: giornalino scolastico, attività teatrali, ecc. L’ora di flessibilità prevista dal D.M. 234/00, mio avviso, riguarda la scuola e le classi a “tempo normale”quelle classi il cui orario non prevede spazi per queste attività. In una classe abbiamo un paio di alunni che hanno necessità di “recuperare” nelle materie letterarie, in Matematica, in Francese e Inglese: un’ora di flessibilità, “rubata” alle materie letterarie, mi sembra solo una semplice presa in giro all’utenza e alla professionalità del docente: una goccia in mezzo all’oceano.

c) Contrasta con quanto deliberato dagli Organi Collegiali e dall’utenza lo scorso anno. E’ vero che la riduzione dell’orario delle lezioni è di competenza del Dirigente Scolastico (DPR 275/99) ma solo nei casi di “forza maggiore” (e solo in questo caso non vanno recuperati i 10 minuti) e sulla base dei pronunciamenti del Consiglio d’Istituto e del Collegio dei Docenti, ciascuno per le materie di propria competenza.

Il Collegio, nella stessa seduta, con il solo voto contrario del sottoscritto, ha approvato l’orario delle lezioni in vigore dall’8.10.2001 (vale a dire quello da me definito “illegale”) senza discutere del punti 2, 3, 4, 5, e 6 dell’O.d.G.

Come si può facilmente intuire si è venuto a creare un clima di astio tra il sottoscritto ed il resto del Collegio. E, credetemi!, non tanto mi ha meravigliato l’atteggiamento dei colleghi (sicuramente disposti a lavorare meno) ma quello del Dirigente Scolastico. Ma, signori, pensate un po’: un docente chiede al suo Dirigente di lavorare di più (che poi sarebbe il giusto) e viene deriso in faccia. Ma come possiamo salvare questa scuola?

Io chiedo e spero di poter ottenere, nel più breve tempo possibile, una risposta a questa mia al fine di verificare la fondatezza o meno delle mie asserzioni, discuterne con i colleghi, ritrovare la serenità collegiale ed eventualmente ripristinare la legalità.

Franco Varrese

DOCUMENTO SINDACALE

I “10 minuti”: la posizione della Cisl Scuola

Nella nota sotto riportata la Cisl Scuola fa chiarezza sulla riduzione dell’ora di lezione


L’art. 41 del CCNL ‘95 e la successiva interpretazione autentica del 1° luglio ’97, prevedono che la riduzione delle ore di lezione dovute a causa di “forza maggiore” determinata cioè da motivi estranei alla didattica, non deve essere recuperata da parte dei docenti.
Tale norma è stata ribadita tra l’ARAN e le OO.SS. firmatarie del Contratto Nazionale il 27 luglio 2000 con la sottoscrizione della sequenza contrattuale, prevista dall’art. 24, comma 3, del CCNL ’99, relativa agli obblighi di lavoro del personale docentein relazione alla piena attuazione dell’autonomia scolastica.
Con l’entrata in vigore di quest’ultima (lo scorso 1° settembre) è stato artatamente alimentato un dibattito confuso sulla materia.
E’ necessario quindi fare il punto per ripristinare la chiarezza.
L’autonomia consente (e non obbliga) di deliberare modelli organizzativi dell’attività didattica non coincidenti con la tradizionale unità di 60 minuti, finalizzati al successo formativo.
In questi casi, le risorse di tempo “liberate” devono essere organizzate per offrire agli studenti diversificazioni dei percorsi didattici e formativi e in nessun caso possono restare prive di finalizzazione. Non possono cioè essere , ad esempio, utilizzate, anche mediante il cumulo di frazioni orarie, come “ore a disposizione” da utilizzare per le sostituzioni.
Il collegio dei docenti definisce tali interventi nell’ambito dell’elaborazione del POF.
In proposito, la normativa di riferimento è la seguente:
-DPR 8 marzo 1999, n. 275, precisamente l’art. 3, comma 3 e l’art. 5 commi 3 e 4;
-Decreto ministeriale 26 giugno 2000, n. 234, precisamente l’art. 3, comma 5.
Nel caso in cui invece, l’istituzione scolastica operi in una situazione ambientale che richiede, per i cosiddetti “motivi di forza maggiore”, riduzioni dell’orario quotidiano delle lezioni degli alunni, queste non essendo determinate da motivazioni di natura didattica non comportano obbligo di recupero da parte dei decenti.
Tali riduzioni vanno operate nei limiti previsti dalle Circolari Ministeriali nn. 346/94, 281/87, 192/80 e 243/79.
Il Consiglio d’Istituto indica i criteri generali relativi all’adattamento dell’orario delle lezioni e delle altre attività scolastiche alle condizioni ambientali (D.Lvo 297/94, art. 10, comma 4) e, se ne ravvisa l’esigenza, deve esprimersi in merito alla questione.
Pertanto al consiglio d’istituto compete rappresentare tali esigenze mentre al collegio dei docenti verificarne la compatibilità sul piano didattico.
L’autorizzazione alla riduzione dell’orario delle lezioni, dovuta a causa di forza maggiore, é ora di competenza dei Dirigente scolastico, ai sensi del DPR 275/99. Questi, verificata l’esistenza di cause di forza maggiore sulla base dei pronunciamenti del Consiglio d’Istituto e del collegio dei decenti, ciascuno per le materie di propria competenza, ne dispone l’attuazione con provvedimento motivato.

In materia, sempre in data odierna, il MPI ha emanato la CM. N. 225 che, nel ribadire la validità delle disposizioni contenute nell’art 41 del CCNL ’95, conferma “in toto” i contenuti della presente nota interpretativa.

26.10.2000



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Confessioni di un eretico hi-tech
di Sergio Pennacchietti

Il titolo riprende quello del bel saggio dell'astronomo americano, uno dei padri di Internet Clifford Stoll, Confessioni di un eretico hi-tech. Perché i computer nelle scuole non servono, TO, Garzanti, 2001


Il progetto di riforma Moratti intende realizzare (qualcuno aveva dei dubbi?) le poche, ma chiare, idee enunciate nella famosa ricetta delle “tre i”, pubblicizzata a suo tempo nei manifesti preelettorali di Berlusconi. Ricordate? “Inglese, Internet, Impresa” (non ricordo bene l’ordine degli addendi, ma tanto il risultato non cambia…).
Scorrendo infatti gli articoli della Delega al Governo, possiamo verificare la centralità di queste “I”. Mi soffermerò solo sull’informatica e su internet, che (insieme alle lingue straniere) sono gli unici contenuti didattici esplicitati nello scarno e generico documento.
Si parla (art.2 punto f) di “alfabetizzazione nelle tecnologie informatiche” fin nella scuola primaria (dai 5 anni e mezzo, quindi) e a proposito della scuola secondaria di primo grado si dice che “cura l’approfondimento nelle tecnologie informatiche”.
Per quanto riguarda il secondo ciclo, si dice che esso: “ ….è finalizzato a sviluppare l’autonoma capacità di giudizio e l’esercizio della responsabilità personale e sociale; in tale ambito [sic!], viene curato lo sviluppo delle conoscenze relative all’uso delle tecnologie informatiche e delle reti…”.
In realtà questa centralità dell’informatica e della rete nell’attività scolastica era già stata sostenuta (seppur in maniera meno invasiva) da vari ministri, in particolare da Berlinguer.
Credo sia proprio giunto il momento di aprire un dibattito di valutazione critica di quello che è stata l’invasione dei computer nelle scuole, anche per prepararci a difendere la scuola da tutto ciò.
Tutti conosciamo i costi di questa ormai decennale operazione di informatizzazione della didattica, propagandata “culturalmente” dai vari Maragliano e sostenuta certamente dalle potenti multinazionali dell’informatica. I docenti sono stati bombardati da corsi di aggiornamento, pressioni di ogni tipo (la scuola non va? E’ colpa della didattica antiquata! La soluzione del successo formativo? Il computer, la multimedialità, gli ipertesti!).
I pochi insegnanti che hanno fatto resistenza sono stati costretti a sentirsi irrimediabilmente vecchi, incapaci di modernizzarsi.
Per quanto mi riguarda sono stato tra quelli che – a partire da una sensazione di oggettiva difficoltà a dare risposte al problema dell’efficacia della didattica – mi sono buttato con entusiasmo nella novità. Ho costruito con i miei studenti ipertesti, ho utilizzato internet, ho fatto lezioni con i Cd-rom. La mia scuola (un liceo scientifico) ha acquistato ben tre laboratori di informatica, utilizzati dagli insegnanti di matematica (Piano Nazionale per l’Informatica), dai colleghi di lingue, da molti insegnanti di altre materie.
Ma in questi ultimi anni mi sembra che l’entusiasmo (non solo a me) stia progressivamente calando, e non credo solo perché si è scoperto che l’utilizzo di queste macchine porta via al docente un sacco di tempo. Sempre più colleghi scoprono che gli studenti dal computer ricevono assai pochi stimoli a ragionare (si accontentano di verificare che – chissà come – il programma fa così bene i grafici al posto loro, che nella rete trovi davvero tutto (ma chi insegna a distinguere la qualità dell’informazione?) con grande facilità (oh, come sono belle queste tesine multimediali…).
Eppure ancora oggi studiosi di ogni genere ci bombardano con idee
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