Riflessioni tra Saviano e Orwell
Monica Capezzuto - 22-11-2010
Leggevo i commenti ad un mio contributo di qualche giorno fa intitolato "De Saviano e dintorni". Ebbene, seppur condivisibile l'idea che quella proposta sia una televisione di qualità, resterebbe da definire l'idea stessa di qualità, se oggettiva e genericamente condivisa o soggettiva, e dunque opinabile per definizione. Riflessione di sostanza, non di forma, putrtroppo. Infatti, anche un qualsiasi reality molto in voga potrebbe essere di qualità: dipende dal tipo di utente che ne esprime il parere. E riflettevo che siamo davvero in crisi profonda se crediamo che basti un trio televisivo a restituire dignità ad un'Italia così sbeffeggiata. L'accenno ad Orwell non credo sia così discutibile: se lo si è letto, si comprenderà che il riferimento è pertinente; non a caso è stato pubblicato sul Secolo d'Italia del 26 settembre 2010 un articolo dal titolo "Berluscocrazia: anche a Orwell verrebbero i brividi..."
E Saviano - per riprendere il secondo commento - parlerà di rifiuti nella puntata del 22. Non mi sembra sia un argomento noioso, visto che se ne continua a parlare e per divergenze sulla gestione di tale "argomento", il ministro Carfagna sembrerebbe voler presentare le dimissioni. Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. "La munnezza è ricchezza" si dice dalle mie parti; è un affaire da milioni di euro. E nei corridoi dei palazzi che contano si sa bene. Ogni sacchetto potrebbe essere monetizzato. E non è opinione comune ma sembrerebbe che l'emergenza sia una manna continua, soprattutto perché, in regime di emergenza, si bypasserebbero alcune regolette non andando troppo per il sottile su appaltini "volanti" pur di togliere la spazzatura dalle strade. Ma chi non abita qui, from Naples e dintorni, ha ragione: che noia 'sti napoletani, a parlare sempre di munnezza quando non vanno allo stadio. Ma che pensassero a lavorare. E non a caso cito lo stadio: guai a pensare che almeno il calcio potrebbe servire da volano per il riscatto della città. E' una trappola senza ritorno, l'identificazione del delirio collettivo che fa di uno sport l'antidoto a tutti i problemi, che si dimenticano la domenica e si ritrovano puntualmente il lunedì, quando i riflettori si spengono e si fanno i conti col quotidiano, in cui ognuno, nel bene o nel male, ci mette il suo per cercare di far riprendere o affossare definitivamente questa malandata città.

Tags: Saviano, Orwell, spazzatura, Napoli


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 Giuseppe Aragno    - 27-11-2010
A proposito di dignità sbeffeggiata.

Maroni, Salvemini e il “Ministro della malavita”

Se n’è andato sicuro e contento, nell’applauso gelido dello studio televisivo, dopo il “colpo di teatro“, avvocato. Se n’è andato e nessuno le ha dato l’insufficienza piena per il profitto scarso di studi improvvisati. Nessuno, né la scuola piegata, né l’università ridotta allo stremo sull’ultima spiaggia, gliel’ha fatto notare: s’è comportato come lo studentello impreparato e presuntuoso che studia sul Bignami e poi gioca d’azzardo. Non so quale malaccorto leghista le scriva gli interventi che recita a memoria come un guitto e, però, chiunque sia, licenzi il pennivendolo e si raccomandi alla Gelmini per un “corso di recupero ministri culturalmente indigenti“. Faccia presto, avvocato: l’Italia si vergogna.
Pacatamente e però fermamente, come si conviene a un professore: le mafie non si combattono solo con la repressione e si favoriscono uccidendo la scuola e l’università come fa il suo governo. In quanto a Salvemni, i suoi articoli sul federalismo, che lei piega a fini separatisti, nacquero per unire. Un pensiero politico ha senso solo se s’inserisce nel contesto in cui si forma e il maestro delle vituperate scuole elementari gliel’ha certo insegnato: è l’abbiccì di chi spiega il presente ricorrendo al passato. Lei fa invece il contrario, avvocato: lei giustifica la vergogna presente con un passato nobile che di solito disprezza. Di federalismo, Salvemini scrisse su “Critica Sociale” di Filippo Turati e Anna Kuliscioff e fu parte integrante della militanza d’un socialista eretico, lontano anni luce dalla ferocia leghista. La critica s’appuntava sul latifondo assenteista e parassitario del Sud, alleato da sempre – gliel’ha detto Saviano, ma lei non può capire – coi ceti mercantili o più o meno industriali del “mitico” suo Nord, vissuto d’incentivi di Stato fino ad oggi, col sedicente “libero mercato” alla Marchionne. La “Padania” di cui ciancia, avvocato, non esiste. Esistono ceti abbienti che hanno le mani sporche di un patto che pesa su quelli subalterni. E non basta recitare un versetto del Corano per dichiararsi musulmano. Lei non c’entra nulla con Salvemini e col meridionalismo. Salvemini sosteneva che il socialismo, di cui lei rifiuta storia, origini e cultura, non doveva “compromettersi” con le tendenze “economiche” delle oligarchie del Nord, comprese quelle operaie, ma lottare per riforme generali, utili ai settentrionali e vitali per l’affrancamento delle masse contadine meridionali. Salvemini, per capirci, accusava i ceti dirigenti settentrionali di aver sottoscritto un accordo criminale con quelli meridionali, espressione anche delle mafie: agli uni i privilegi della rendita, agli altri la crescita delle organizzazioni economiche padronali e proletarie. E’ andata com’è andata e i meccanismi, quelli sì, i meccanismi lei li conosce bene. Ha avuto per socio al governo Cosentino e, tra i suoi alleati, ci sono gli indagati, i processati e i condannati.
Lei, avvocato, non è solo imprudente. Lei è un ministro dell’interno che reprime con violenza cilena chi difende un diritto, non sa di che parla e le fa difetto l’onestà intellettuale. Dovrebbe saperlo, per gente come quella che forma il governo di cui lei fa parte, Gaetano Salvemini scrisse un celebre opuscolo, oggi più che mai attuale: Il ministro della malavita, si intitolava. Perché non l’ha citato? Non lo conosce? Studi avvocato, lo legga, lo impari a memoria. La finirà di raccontare frottole e dire spropositi.

 Gianni Lamagna    - 27-11-2010
A proposito di rifiuti

Finalmente un sussulto della società civile a Napoli! .

Di fronte ai cumuli di spazzatura, che rischiano di seppellire (non solo metaforicamente) la città. E di fronte alla quasi inerzia (irritante!) della società politica e delle istituzioni locali.

A dare la sveglia sembra essere stato un duro intervento di Sergio D’Angelo e Luigi Mascilli Migliorini, comparso su La Repubblica Napoli di lunedì scorso (22 novembre) dal titolo Come è potuto accadere?
Il passaggio più incisivo di questo intervento così recitava: “Il silenzio della città rischia di diventare un cumulo ancora più soffocante e duraturo di quello della spazzatura. Perché il come è potuto accadere non riguarda più solo la responsabilità di questa o quella parte della classe politica, ma rischia di diventare, nel silenzio della città, la domanda terribile che ci travolge tutti in un giudizio di scadente moralità collettiva.

Sarà un caso, ma due giorni dopo (il 24 novembre), sempre sulle pagine di La Repubblica Napoli, sono comparsi due articoli: uno presentato come L’iniziativa e dal titolo Nasce il comitato nel centro storico; l’altro presentato come La polemica e intitolato L’ira degli intellettuali.

Il primo segnalava l’iniziativa del Comitato Centro Storico, che, nella sede dei Cobas, a vico Quercia, tra piazza Dante e piazza del Gesù, indiceva per il pomeriggio una riunione aperta ad altre associazioni, comitati e cittadini “sciolti” per decidere cosa fare, come manifestare rabbia e mortificazione per l’ennesimo schiaffo che la città è costretta a subire.

Io purtroppo non ho potuto partecipare all’assemblea. Ma ne ho avuto resoconto dal mio amico Francesco Amodio, storico esponente dei Cobas, il quale mi ha raccontato che la riunione è stata molto partecipata, che erano presenti molti comitati cittadini e che è stata decisa una manifestazione per domenica mattina: il concentramento avverrà in piazza Dante alle ore 10 (ogni partecipante porterà una busta contenente oggetti di plastica) e successivamente ci si trasferirà in Piazza del Plebiscito, dove l’idea è di depositare i sacchetti di plastica fino a farne una montagna, che ricordi quella di sale, installata qualche anno fa in occasione delle festività natalizie, e che dica ai politici: I Napoletani vogliono la raccolta differenziata e la sanno fare. Siete voi politici che non la volete o non la sapete organizzare.

A me l’iniziativa è apparsa subito molto positiva e anche l’idea simbolica della montagna di plastica da realizzare piace molto.
Quindi domenica parteciperò convinto, entusiasta alla manifestazione. E invito tutti gli amici, che hanno la bontà di leggermi, a parteciparvi.

L’altro articolo L’ira degli intellettuali prende spunto da un’esternazione del ministro Biondi: “Ciò che accade a Napoli è anche il frutto di un degrado civile, sociale, morale e culturale di una parte del Mezzogiorno…”
Al ministro rispondono, indignati, il rettore della Federico II Domenico Marrelli, il filosofo Aldo Masullo e Roberto Esposito, anch’egli filosofo.

La reazione più significativa mi sembra quella di Esposito.
Il quale innanzitutto ribalta la sortita di Bondi: “Non ci nascondiamo dietro un dito…sappiamo bene che i problemi di Napoli hanno trovato in loco la loro incubazione, ma è altrettanto evidente che le responsabilità sono soprattutto, se non esclusivamente, della politica nazionale e, a scalare, dei livelli istituzionali regionali e locali.”
E poi apre una prospettiva: “Oggi se c’è una possibilità di riscatto viene dalla società civile e dagli intellettuali. Queste componenti finora non si sono fatte sentire troppo, ma la crisi dei rifiuti e il fallimento del governo hanno creato una consapevolezza nuova indotta anche dalle analisi di Saviano che hanno lasciato il segno e hanno distribuito pesanti frustrate al ceto politico lacerato soprattutto nel centrodestra.
Infine preannuncia una vera e propria mobilitazione culturale degli intellettuali napoletani: “Il proposito è fermo e ci faremo sentire prima di quanto si possa immaginare.”

Quando ho letto questa sortita dei tre intellettuali napoletani mi sono rincuorato un po’. Mi sono detto: “ Finalmente! Era ora!”
Adesso spero che alle parole seguano presto i fatti. Perché, caro professore Esposito, non credo si possa immaginare che ci sia ancora molto tempo davanti a voi; non vorrei, anzi, che il tempo fosse già scaduto.
I cittadini napoletani, che hanno voglia di mobilitarsi ma che si sentono soli e disorientati, abbandonati dai politici, in maggioranza inerti o incapaci o ripiegati sulle loro beghe e trame interne, hanno bisogno che personalità autorevoli come le vostre scendano in campo e diano voce alla loro rabbia e alla loro protesta, incanalandole verso sbocchi produttivi ed efficaci.

Sulle stesse pagine, dove sono stati pubblicati gli ultimi due articoli citati, ne compariva anche un altro dal titolo Ultimatum dei delegati UE.
Ne cito qualche passaggio, secondo me, estremamente significativo.
Il capo degli ispettori, Pia Bucella, è chiara: “I fondi europei rimarranno bloccati finché la Campania non avrà adottato il piano di gestione dei rifiuti regionale”.
E ammonisce: “La città di Napoli è la chiave di volta. Dovrà fare un grossissimo sforzo per la differenziata…Due anni fa, nel momento del caos dei rifiuti, è sembrato che non vi fossero garanzie affinché quei soldi venissero utilizzati al meglio. I fondi sono sempre lì. Non appena il piano di gestione sarà ok verranno liberati. Vogliamo essere sicuri che i soldi verranno spesi bene.”
…la Bucella punta il dito…sulle responsabilità politiche: “…per tanti anni si sono rinviate le decisioni strutturali per risolvere la questione dei rifiuti in Campania. Il fatto che da 15 anni si ripetono crisi di questo genere significa che non c’è un approccio corretto al problema dei rifiuti”.

Quale commento fare di fronte a parole così chiare?
Che non sono le parole del giovane estremista di un centro sociale, sostenitore dello slogan massimalistico Rifiuti zero!
No, sono le parole di una moderata ed equilibrata deputata europea.
Che dicono chiaramente:
1) C’erano dei fondi europei già da due anni, quando scoppiò la prima drammatica emergenza rifiuti in Campania;
2) Questi fondi sono rimasti bloccati, quindi inutilizzati, per precise responsabilità politiche: perché chi doveva fare un piano gestione rifiuti credibile (cioè la Regione Campania) non lo ha fatto o, perlomeno, quello che ha fatto non offriva sufficienti garanzie;
3) La città di Napoli (e, quindi, la sua Amministrazione) ha delle responsabilità gravissime, perché non ha mai fatto uno sforzo serio per realizzare la differenziata;
4) Oggi, ancora oggi, a distanza di due anni dal primo disastro e in piena drammatica crisi,forse ancora peggiore della prima, si continuano a perseguire le stesse identiche strategie: discariche e (progettazione di) inceneritori;
5) Per questo (sembra chiaro!) l’Europa non sblocca i fondi. Che pure ci sono. O, meglio, ci sarebbero.
Non è possibile un commento! Scatta, invece, una reazione emotiva: lo sconforto!

Ancora più sconfortante l’ultimo pezzo dell’articolo: “…il sindaco Iervolino prepara un’ordinanza (che sarà sottoposta al vaglio degli uffici competenti…) per vietare la vendita di frutta e verdura con foglie.
Viene da commentare. E brava la sindaca Iervolino! Finalmente si è accorta che c’è un’emergenza rifiuti a Napoli! Finalmente ha battuto un colpo! Ma questa emergenza non esisteva già da almeno due anni? E perché, allora, non lo ha preso prima questo provvedimento? Sarebbe bastato… per risolvere il problema dei rifiuti nella città che lei amministra e, adesso, non ci ritroveremmo sommersi dalla monnezza! Da oggi in poi (finalmente!)… non avremo più la monnezza per le strade di Napoli!

Nell’ordinanza anche l’inasprimento delle sanzioni per chi non rispetta le regole per gettare i rifiuti.”
Anche qui l’idea sembra geniale, soprattutto di quelle…risolutive!
Viene solo da chiedere alla nostra ineffabile sindaca: chi comminerà le sanzioni “inasprite” stabilite dall’ordinanza, visto che manco quelle “meno aspre” risulta (almeno fino a prova contraria) siano mai state applicate nella nostra città?

 Giuseppe Aragno    - 28-11-2010
Non sono in piazza con te stamattina, caro Gianni. Mille motivi contingenti, ma anche stanchezza e un senso di profondo fastidio che in questi giorni di lotta molto dura tento d'ignorare e non sempre sconfiggo. Spero anch'io in un risveglio. Singolarmente tardivo, non posso evitare di notarlo, e tuttavia benvenuto. Di ritardi purtroppo - ma anche di solitudine e di incomunicabilità - vive la storia nostra nell'ultimo ventennio e non sarebbe inutile, forse, provare a capire il perché. Vedo in azione mille comitati. Ognuno conduce la sua battaglia in perfetta solitudine, pago di esistere, fine di se stesso, direi, più che finalizzato davvero a un obiettivo. Certamente incapace o, peggio, indisponibile, quando si tratta di guardarsi attorno. Ci accomuma talvolta un'etichetta. La più recente e "gettonata" chiama alla difesa dei "beni comuni", ma ho incontrato gazebo per l'acqua che s'intrecciavano indifferenti con l'Onda degli studenti. Tra i "beni comuni" non s'è contata la scuola, che è potuto colpita a morte nell'indifferenza dei diecimila comitati di ogni marca e colore. Storici censurati hanno chiesto invano una solidarietà che non è venuta. La libertà di ricerca e di espressione evidentemente non è un "bene comune" e, se ha fatto nobile eccezione Gerardo Marotta, sollecito nella solidarietà e, come sempre, acuto e lungimirante, la regola n'è uscita confermata: indifferenza. La scorsa settimana, l'Orientale occupata e la Federico II in agitazione per difendere il diritto allo studio e l'università pubblica condannati alla pena capitale, brillava per l'assenza dei docenti e sola, temo, sarà ancora tra lunedì e martedì la protesta degli studenti e dei ricercatori. Sono con voi, ma scettico e convinto che o ci si raccoglie in trincea - e ci si resta - unificando le lotte, perché in gioco c'è in fondo la democrazia, o si diventa buoni testimoni di una condanna sterile e di una ribellione senza futuro. Sarò lieto se domani non mi ritroverò praticamente solo, come da tanto tempo ormai, tra inascoltati ricercatori e studenti che invano rivolgono appelli ai "maestri". Dovesse andare così, ancora una volta rimpiangerò il mio Arfè di cui ho presente l'ultima, lucida e amara lezione: c'è stata battaglia e nemmeno ce ne siamo accorti.
Cordialmente.
Giuseppe Aragno