L'utile e il delittuoso
Stefano Cortese - 26-11-2005

Ogni progetto nasconde uno scarto. Anzi, meglio, non lo nasconde:
più semplicemente esso, posto di fronte al giudizio dell'utile e del pratico, non appartiene più a "ciò che è", gli è negata la possibilità
di esistere in quanto scarto, rifiuto della progettualità umana.
Se infatti ogni progetto racchiude in sé l'idea di un prodotto finito,
vi sarà a sua volta presente uno scarto, di più o meno ampie dimensioni, da eliminare, o quantomeno rendere inoffensivo, da poter insomma essere relegato in questa dimensione di non-essere.

Questo concetto può senza dubbio essere applicato ad ogni nostra azione quotidiana, dallo spegnere una sigaretta al gettare i fogli inutili ammucchiati sulla scrivania, così come può essere (ed è) applicato alla costruzione, al rinnovo, al mantenimento della società umana. Ma, perché possa esistere un progetto, e quindi anche il suo scarto, devono essere presenti due condizioni necessarie e sufficienti. La prima, che risponde in toto alla modernità in continuo movimento, è quella che ogni cosa del mondo,e quindi esso stesso, possa essere cambiata, migliorata, ripulita o addirittura purificata. La seconda, riguardante lo scarto, è l'idea che se qualcosa va cambiato, una parte di quello che c'era prima, e non andava bene, dopo non ci sarà più. Questa è l'idea di esubero: l'eccesso (di persone, di cose) che crea fastidio in quanto inutile o inutilizzabile e che va reso invisibile o impensabile rendendolo scarto.

«Questa scuola non è adatta per te!» tuona periodicamente il professore allo studente niente affatto diligente. Eccovi servito un esempio lampante dell'esubero all'interno di una struttura, piccola o grande, come la scuola. La condizione dello studente in esubero, o in procinto di essere reso "scarto", condivide la sorte del sacchetto di spazzatura, dell'operaio licenziato, del drogato e della puttana, del clandestino e del carcerato; la sorte, insomma, di colui che non ha uno spazio nella sua struttura di riferimento. Non fraintendetemi, sarebbe quanto mai ingenuo e forse anche ingiusto pensare che uno studente "esuberato" patisca gli stessi mali di tutte le altre categorie citate, ma è evidente che la modalità di cui fanno uso le diverse strutture è identica. E quindi, così come la fabbrica si arroga il diritto di licenziare il lavoratore, così come lo Stato mantiene un monopolio incontestato di sovranità fittizia che gli permette di decidere la sorte del clandestino e del carcerato, così si comporta anche la scuola, il consiglio di classe, il professore, decidendo della promozione e della bocciatura, dei debiti e dei crediti dello studente potenzialmente in esubero. Ma il ruolo della scuola non è solo questo. Questa scuola che offre un sapere tutto economico è il primo luogo dove una persona si trova a contatto con un'incessante attività di separazione dell'utile dall'inutile, di quello che si deve sapere e quello che invece non è affatto necessario conoscere; è quella che dà spazio al "buono" e lo toglie al "cattivo" all'interno di una logica per cui c'è un'unica risposta, ed è sempre quella giusta; è quella che ha un prodotto finito, il bravo studente promosso a pieni voti, e uno scarto, il bocciato. Di conseguenza il meccanismo che la scuola innesca all'interno dello studente è anche quello di una separazione dello scarto che ognuno ha in sé stesso dalla parte buona e utile, l'unica valida per il momento della lezione, ovvero l'utilizzo di un certo comportamento, una certa postura, l'approccio con l'insegnante. Comportamenti dettati dall'immediato condizionamento che l'istituzione pone di fronte allo studente già nei primi anni di scuola; la disciplina è la prima arte da imparare: o viene eliminata la parte "esuberante" di sé stessi o si diventa a propria volta scarti, studenti poco adatti, che farebbero meglio ad andare a lavorare. Questi studenti sono una falla, temporanea certamente, del sistema scolastico;questi studenti li paragonerei a quella cultura che fermenta nonostante la scuola, questi studenti possono alzarsi in piedi e dire all'insegnante: «No, grazie, ma così proprio non ci va, noi non siamo scarti, e qui nessuno deve esserlo». Questi studenti sono forse l'ultima speranza della scuola.


"Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere..."

Fabrizio De Andrè



Nota : tutto il primo paragrafo è una rielaborazione con numerose citazioni del pensiero di Zygmunt Barman, espresso nel suo libro "Vite di Scarto" edito da Editori Laterza, che consiglio a tutte le lettrici e i lettori.



 paolo    - 27-11-2005
Questo meccanismo, secondo me, esiste perché il nostro sistema scolastico è troppo rigido, non dà spazio alle esigenze di apprendimento di ogni alunno, non valorizza le capacità di tutti.
Non è un caso che, in base all' indagine PISA, gli alunni italiani sono quelli, fra tutti i quindicenni europei, che amano meno la scuola!