Ahmed
Arturo Ghinelli - 22-11-2005
Scrivo questo pezzo nella Giornata Internazionale dei Diritti dei bambini, anche questa è passata. Anche per quest'anno siamo a posto, ognuno a modo suo.
Il Presidente della Repubblica ha inviato il suo messaggio. Il papa ha preferito parlare dei morti per incidenti stradali. Infatti oggi era anche la Giornata del Ricordo.
Con tutti queste giornate dedicate a una categoria particolare anche le autorità sono in difficoltà. Così oggi le due massime autorità morali si sono divise, una ha parlato dei ragazzi che muoiono tornando a casa dalla discoteca, l'altro dei bambini; a ciascuno il suo. Anch'io non sono stato da meno e il giornale locale ha pubblicato il mio pezzo sulla Giornata dei Diritti dei Bambini, in cui ho scritto alcune considerazioni sui bambini che vedo tutti i giorni. Non mi sento però di archiviare questa giornata senza rivolgere un pensiero anche a quelli che non vediamo in carne ed ossa, ma di cui abbiamo notizia a causa della globalizzazione e ai mezzi di comunicazione di massa che ce li portano in casa come se fossero fuori lungo le nostre strade.
Uno per tutti: Ahmed, che, senza volerlo, è diventato il simbolo di tutti i bambini che hanno perso il diritto più importante:quello ad essere bambini.
Era un giorno di festa (I del Fitr) una festa dei grandi in cui per tradizione si fanno regali ai bambini, un po' come il nostro Natale. Ebbene Ahmed aveva ricevuto in regalo un fucile. Ci giocano volentieri anche i bambini che vedo tutti i giorni con un fucile, anche se è quasi sempre invisibile. Immaginatevi un bambino di 12 anni che abita in Palestina a Jenin, dove i fucili sono di casa da ben prima che Ahmed aprisse gli occhi alla vita. Come se non bastasse Ahmed ha avuto l'impudenza di giocarci con quel fucile giocattolo. Infatti il primo diritto che reclama un bambino,quando riesce a vivere da bambino, è il diritto a giocare. Un militare israeliano, a 130 metri di distanza, ha scambiato quell'arma di plastica per una minaccia e ha sparato colpendolo alla testa.
"Mentre andavamo in ospedale - ha dichiarato lo zio - c'erano bambini in strada che giocavano. Ahmed era un meraviglioso ragazzino che voleva solo giocare. Allora abbiamo pensato: perché non dare ad altri bambini la possibilità di giocare? Per questo abbiamo dato il consenso alla donazione dei suoi organi. Siamo felici che i suoi organi possano salvare un ebreo o un arabo. Dopo tutto, siamo tutti esseri umani".
Che dire? Niente. Solo un rispettoso silenzio per il dolore di una famiglia, che invece della vendetta ha offerto gli organi del proprio figlio.
Certo noi, in Italia, non abbiamo problemi come questo, non c'è una guerra in corso, almeno sul nostro territorio.
Tuttavia, dopo aver parlato dei bambini che vedo tutti i giorni, mi sembrava giusto ricordarsi di Ahmed che abitava in un paese, Israele, che, come il nostro, ha sottoscritto la Convenzione Internazionale dei Diritti dei Bambini, approvata dall'ONU.
Mi sembra ancor più giusto invitare gli insegnanti a raccontare la storia di Ahmed domani ai propri studenti a scuola, perché si tratta di una storia significativamente educativa anche per i nostri ragazzi.

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