breve di cronaca
Piazze d'Europa
Liberazione - 13-03-2004

  • Parla Ruben Fernandez, dirigente di Izquierda Unida che chiama i cittadini alla mobilitazione dal basso contro «la strategia di disinformazione del governo Aznar»

    Tutta la verità, subito

    «Aznar sta coprendo la Spagna di menzogne. La disinformazione è la sua arma per lasciare il governo nelle mani del partito popolare. A poche ore dagli attentati il ministro degli Interni ha attribuito le stragi all'Eta mentendo ai cittadini. Non avevano elementi per affermare con certezza che fosse quella la matrice. Avevano soltanto l'urgenza di cancellare la possibilità che gli attentati avessero a che fare con la guerra in Iraq. Negarla anche come ipotesi».

    Ha la voce rotta Ruben Fernandez, dirigente di Izquierda Unida. Emozionato e furente.
    «Hanno mentito a tutti. Hanno sperato fino all'ultimo di poter tenere in piedi l'accusa all'Eta almeno fino alle elezioni di domenica».
    Non ce l'hanno fatta. Le perplessità di molti sono state dissipate da quella frase secca arrivata nel pomeriggio dall'Eta: non c'entriamo nulla con gli attentati di Madrid.

    Il comunicato è una bomba politica a due giorni dalle elezioni generali. Lascia Aznar senza maschera di fronte ai 199 morti e toglie dall'angolo Zapatero, il candidato socialista, che gioca buona parte della sua partita politica di domenica anche nella scommessa del tandem rosso-indipendentista al governo della Catalogna in cui la Sinistra repubblicana di Josep Carod Rovira è riuscita a trattare una tregua con l'organizzazione terrorista indipendentista.

    Su di lui, per tutta la lunghissima giornata di ieri, è pesata la pressione di chi, da mesi, gli chiede di disfarsi della Sinistra indipendentista. Il suo nome l'11marzo stava stampato nell'edizione straordinaria di uno dei principali giornali spagnoli che gli urlava addosso: «Zapatero, chiedi immediatamente la rottura del patto di governo di Catalogna. Non è possibile che i socialisti siano un'alternativa credibile se mantengono rapporti politici con chi negozia con l'Eta».

    Zapatero ora accusa il governo di aver tessuto una mostruosa teoria di menzogne, proprio mentre
    Izquierda unida diffonde un documento durissimo in cui chiede ad Aznar «la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità». Esplicita l'accusa al partito popolare di occultare e ritardare le informazioni in suo possesso a esclusivi fini elettorali.

    «Davanti alla situazione creata di cui indichiamo la responsabilità direttamente nel governo - chiede Iu - sollecitiamo tutte le nostre organizzazioni, federazioni, militanti, simpatizzanti e la gente di sinistra in generale affiché partecipino a tutte le mobilitazioni convocate e portino dal basso il messaggio di striscioni e pettorine che gridino con noi: No alla guerra».

    Quale ritiene possa essere, ora, l'impatto delle stragi dell'11 marzo sul voto di domenica?

    Questo Paese è sconvolto dal massacro di Madrid. L'Eta ha seminato terrore in questo Paese. Ma sull'11 marzo tutta la Spagna esige ora la verità. E' essenziale affinché il Paese possa votare in libertà. Una strategia di disinformazione sugli elementi in possesso degli inquirenti è gravissima. La possibilità che la matrice delle stragi abbia a che fare con la guerra d'Iraq disegna uno scenario complesso. Se quell'atto criminale chiama in causa la partecipazione del governo Aznar alla guerra d'Iraq e la sua collaborazione all'occupazione militare il partito popolare non potrà non risentirne. Il governo ha portato in guerra un Paese contro il volere dell'80% dei cittadini. Noi chiediamo un atto di responsabilità: la verità, subito. Non si può impedire a un Paese democratico di votare liberamente.


    C'era bisogno di aspettare il comunicato dell'Eta? Perché non prendere in considerazione da subito il messaggio di Batasuna?

    Si poteva credere da subito a quanto detto da Batasuna. Il governo l'avrebbe dovuto fare. Mai Batasuna è stata così chiara. Era chiaro anche che, se fosse stata l'Eta ad aver compiuto quell'orrore, quello sarebbe stato il suo ultimo atto.


    Eppure il comunicato diffuso dal partito comunista spagnolo la sera dell'11 nominava esplicitamente l'Eta. Sembrava credere alle parole del ministro dell'Interno che accreditava la pista Eta escludendo di fatto quella islamica.

    Come era possibile fare altrimenti? Di fronte a un attentato così grave, come non credere alle informazioni diffuse dal governo?

    La campagna eleltorale è ufficialmente sospesa. Come pensate di tutelare il Paese dalle conseguenze della propaganda del partito popolare?

    Dando la parola alla piazza. Quelle menzogne irresponsabili saranno un boomerang per Aznar. In mano lui ha lo strumento prezioso dei media. Li controlla. Quelli pubblici e quelli privati. Ne ha abusato in queste ore. Le piazze di Spagna non glielo perdoneranno.

    Angela Nocioni



  • Tutti assolti al processo d'appello per la bomba del 12 dicembre '69: 17 morti e 84 feriti. Dopo 35 anni il fallimento completo della giustizia

    Piazza Fontana, strage senza colpevoli?

    «La verità è scritta. Fu una strage di Stato»



    «Prendo atto, con stupore e sconcerto, della sentenza della corte d'appello che ribalta completamente quella di primo grado che aveva condannato gli imputati all'ergastolo». Questo il commento di Giovanni Russo Spena, vicepresidente del Gruppo di Rifondazione Comunista alla Camera, alla notizia della sentenza di assoluzione per gli imputati della strage di piazza Fontana. «Ricordo anche gli infiniti ostacoli frapposti, dal '69 ad oggi, al raggiungimento della verità processuale. Quanto alla verità storica, che non riguarda le singole persone imputate, essa è già scritta: la strage fu di Stato e fu l'inizio della strategia della tensione. Lo scrivemmo nella nostra controinchiesta immediata: "la strage è di Stato"; ne siamo tanto più convinti oggi».



  • A Trevi 190 delegati e altrettanti ospiti per l'istruzione pubblica e inclusiva

    Uds a congresso, la scuola
    e il mondo riletti dagli studenti


    Trevi (Perugia)

    Il messaggio dei loro colleghi spagnoli, sconvolti dalle bombe di Madrid, ad aprire il quinto congresso dell'Unione degli studenti. Vi si dice del dolore ma anche della voglia di reagire: «Il loro grido è il nostro grido, non ci terrorizzerete». E' la risposta dei 190 delegati e di altrettanti ospiti della sigla studentesca ispirata dalla Cgil. L'atmosfera festosa, che fa un po' gita scolastica, si trasforma in pochi istanti in attenzione per ogni passaggio tipico di una scadenza congressuale: elezione degli organismi, saluti, la relazione introduttiva e gli interventi interrotti spesso da applausi scroscianti. La scenografia è monopolizzata da foto di piazze piene di gente a Genova, Porto Alegre, Mumbay e il logo del congresso è scritto su una bandiera arcobaleno. Perché l'Uds è una delle anime del movimento di movimenti, fin dal principio, «dalle mazzate di Napoli», come ricorda Giuseppe Beccia, ventenne foggiano, ora studente di storia a Roma. Nella sua relazione introduttiva, la coordinatrice nazionale Claudia Pratelli, 23 anni di Siena e studentessa di Sociologia, citerà più volte Genova e le sue strade così come annuncerà l'intenzione di tornare in piazza il 20 marzo a un anno dalle prime bombe su Baghdad quando proprio loro, gli studenti, furono i primi a manifestare l'orrore per la guerra preventiva. Per la gente dell'Uds l'occasione è storica. L'evento di Trevi giunge al termine dei primi dieci anni di vita di un'associazione nata, negli anni della crisi della politica, dall'impulso delle reti antimafia meridionali (non è un caso che oggi l'ospite d'onore, accanto a Epifani, sia proprio don Ciotti di Libera) che raccolsero molte energie della diaspora della Fgci, in libera uscita dopo la Bolognina.
    Ora l'Uds è una realtà di 30mila giovani iscritti "pesanti" o "tematici", ossia che hanno aderito in occasione delle campagne su tematiche scolastiche o contro razzismo, proibizionismo, omofobia, mafie, Wto, su progetti di consumo critico, cooperazione internazionale (come quello in corso per raccogliere fondi e materiali per due scuole di Baghdad). Punti di forza soprattutto Napoli, il sud, il Veneto. Nel '98, la guerra in Kossovo e la riforma Berlinguer spingeranno l'Uds fuori dall'orbita della Quercia e, dopo alcuni anni, sulla base di un protocollo d'intesa, la Cgil metterà a disposizione sedi e un po' di soldi, la metà del bilancio. Il resto è autofinanziato dalle iniziative. Per esempio dall'attività dei "centri servizi" che sono anche luoghi di aggregazione, già sorti in otto città e gestiti dalla Mutua studentesca. Questa, in rete con Uds e Udu (gli universitari) ha in testa l'ambizioso progetto di un sindacato di tutti i soggetti in formazione. Lo ha anticipato Pratelli: le riforme hanno visto il moltiplicarsi delle agenzie formative e hanno fatto sorgere l'esigenza di nuove tutele, diritti e rappresentanza. «La scuola è l'ultimo dei grandi luoghi collettivi - dice la coordinatrice - dove poter sviluppare vertenzialità, aggregazione e altra cultura. Il sapere è la principale materia prima sia per la formazione della cittadinanza sia per la produzione. Ma ora stanno vincendo i processi di privatizzazione e di esclusione». Primo passo per un nuovo diritto al sapere, la scrittura di uno statuto dei diritti degli studenti (il 60% dei ragazzi sceglie percorsi professionalizzanti) in stage nelle aziende. La ministra Moratti (unica titolare della pubblica istruzione a non averli mai voluti incontrare) qui incassa una ulteriore solenne bocciatura della sua "riforma".

    La scuola che chiedono i giovanissimi congressisti di Trevi dovrà essere inclusiva e pubblica. Per realizzarla, Pratelli sarà chiarissima, si dovrà «ripartire da zero», senza nostalgie per Berlinguer e De Mauro. Gli interventi racconteranno le esperienze di lotta in città grandi e piccole, denunceranno repressione e autoritarismo, diranno di come la crisi economica colpisca anche gli studenti. Che la scuola costi troppo e che il diritto allo studio non sia esigibile, lo hanno scoperto in prima persona con un'indagine autogestita che ha coinvolto decine di migliaia di colleghi. «Questo ci ha reso tutti più consapevoli», aggiunge Pratelli rivendicando «la piccola lunga marcia, orgogliosamente ingenua, compiuta in questi dieci anni». In platea, tra gli invitati, la delegazione dei giovani comunisti con il coordinatore Nicola Fratoianni che racconta i dubbi sulla scelta di sindacalizzare gli studenti, «c'è il rischio di separarli dal mondo che li circonda e anche quello di essere subalterni al "fratello" più grande. Per questo noi abbiamo imboccato una strada diversa, quella di forme dinamiche, come i collettivi, che cercassero subito una politicizzazione. Detto ciò, c'è invece, un grande motivo di interesse per un soggetto che ha avuto grandi capacità di iniziativa e ha saputo cogliere la novità del movimento contro la globalizzazione. Tra loro e noi, oltre i punti di convergenza, c'è una relazione per nulla scontata e resa possibile dalla comune esperienza di movimento».

    Checchino Antonini



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