Foibe: la storia dal nulla
Enzo Collotti - 04-03-2004
Quali che siano le buone intenzioni dei politici le manipolazioni della storia producono sempre veleno. L'uso politico della storia è così connaturato alla nostra classe politica, di destra e di sinistra, che diventa sempre più difficile districarsi nel groviglio di silenzi, rimozioni, pentimenti, confessioni e riabilitazioni a metà per cui il risultato della memoria e della storia condivisa finisce per essere sempre una verità dimezzata. Si è perduta la capacità di distinguere tra storia e memoria, anche perché questa si impone per l'amplificazione che ne fanno i media sempre sensibili ai gruppi di pressione, a chi grida più forte, e soprattutto la capacità di leggere criticamente la storia, a cominciare dalla propria storia, che viene schiacciata dall'alternativa di essere ritenuta verità assoluta o di essere condannata all'abiura. Un effetto devastante per una cultura politica nella quale si finisce per affermare con cinismo ripugnante che una memoria vale l'altra, continuando così ad eludere ogni serio esame di coscienza sul proprio passato. Purtroppo è una metodologia politica che ha una lunga tradizione e che non ha mai insegnato che il vittimismo paga sempre e soltanto a destra, altro non essendo che uno scampolo di patriottismo nazionalista, una proiezione di provincialismo apparentemente anacronistico nel momento in cui tutti si riempiono la bocca di afflati europeistici.
Siamo andati così avanti nel nostro cammino verso l'Europa che ora, a sessant'anni o poco meno dalla liberazione, ci accorgiamo che è esistito e che esiste un problema del nostro confine orientale. Credo che delle vittime delle foibe e dei dolori e delle sofferenze di coloro che condivisero l'esodo istriano ai politici che ne vogliono monumentalizzare il ricordo in un secondo ambiguo giorno della memoria interessi relativamente poco. Sono in gioco esclusivamente interessi elettorali e riscaldare l'opinione pubblica su questi temi con gli eredi dei fascisti al governo non può che aprire nuovi varchi nelle infinite operazioni di mistificazione della storia con le quali, ad una cultura legata ai valori della Resistenza e dell'antifascismo capace di rinnovarsi e di rivedere criticamente i propri errori, si va sostituendo una cultura diffusa fatta di parole obsolete, di miti duri a morire, di meschino localismo, di preconcetti e pregiudizi e di vere e proprie falsificazioni.
A quasi trent'anni dal processo per la Risiera di S. Sabba non si vuole allargare la cerchia delle conoscenze e della ricerca della verità, ma si vuole rovesciare un paradigma storico e non soltanto storiografico, che dovrebbe rappresentare anche un impegno di comportamento democratico e civile, restituendo all'Italia l'onore dell'innocenza ed elevandola sull'altare della vittima. Ne siano o no consapevoli i protagonisti di questa operazione, questa è la percezione che non si può non avere del loro disinvolto modo di procedere.
E' stato giustamente sottolineato come per i protagonisti di simili operazioni la storia cominci nel 1945. Ma ciò che accadde nel 1945 e non solo in Italia ma su scala continentale europea, non è che un momento di passaggio di qualcosa di molto più complesso che ha un prologo molto più lontano. Per crudeli e spiacevoli che possano essere i fatti del 1945, di cui nessuno può auspicare una ripetizione, essi non sono scaturiti dal nulla, a meno appunto di accettare un criterio di atemporalità che può consentire di riabilitare categorie vetero-antropologiche e di contrapporre all'Italia faro di civiltà la sempiterna barbarie slava. Ma pensavamo che simili metafore appartenessero ormai alla cattiva propaganda di un lontano passato.
Evidentemente così non è se ci troviamo a dover cercare di riportare i fatti alle loro origini e alle loro dimensioni. Foibe ed esodo dall'Istria sono sicuramente due episodi ben distinti accomunati problematicamente dal fatto di rappresentare due fasi del processo storico avviato con la sconfitta del fascismo e con la dissoluzione dello stato italiano nel settembre del 1943; ma l'origine di questi sviluppi risalgono molto più indietro negli anni ed è difficile comprenderne la logica, ci piaccia o no, estrapolandoli dal contesto nel quale presero corpo. E questo contesto non è rappresentato soltanto dall'aggressione alla Jugoslavia nel 1941, ma è costituito dal complesso della politica condotta dall'Italia (purtroppo anche prima dell'avvento del fascismo) nei confronti del nascente stato dei serbi-croati e sloveni e successivamente della rilevante minoranza slava (sloveni e croati) che si trovò inclusa nei confini del regno d'Italia al termine della prima guerra mondiale. E' noto e arcinoto che nell'euforia della guerra l'Italia liberale non fu in grado di arginare il montante nazionalismo imperialista che guardava all'Adriatico come a un mare interno italiano ed osteggiava perciò la creazione di uno stato degli slavi del sud. Una politica che ebbe il suo prolungamento ed il suo culmine nella ostinata avversione con la quale il regime fascista guardò costantemente alla vicina Jugoslavia, considerandola, al di là del gioco delle influenze internazionali, come possibile area da sottomettere alla propria influenza e al limite da disgregare, alimentando in funzione dei propri obiettivi il separatismo croato e l'irredentismo di Pavelic e degli ustaÜa. Peggio ancora, dal punto di vista interno l'avvento del fascismo significò l'esasperazione di una politica di snazionalizzazione violenta delle comunità nazionali slave e mano libera accordata al nazionalismo estremo del cosiddetto «fascismo di frontiera», che è stato fatto oggetto di importanti studi da parte di una generazione di storici critici della tradizione storiografica nazionalista (Apih, Sala, Anna Vinci e altri).
L'equiparazione italiani uguali fascisti non è stata una invenzione degli slavi ma una equazione inventata dal fascismo all'atto di operare una vera e propria «pulizia etnica» nella Venezia Giulia, rendendo la vita impossibile alle popolazioni locali, impedendo l'uso della lingua, sciogliendone le amministrazioni, chi udendone le scuole, perseguitandone il clero e le manifestazioni associative, boicottandone lo sviluppo economico, costringendole all'emigrazione. L'espressione di «genocidio culturale» che è stata adoperata per definire la condizione della minoranza slava alla luce della vastissima documentazione esistente risulta corretta.
Ma neppure la contrapposizione frontale tra italiani e slavi è stata inventata dai titini. Anch'essa fu uno dei cavalli di battaglia del «fascismo di frontiera». Qualche anno fa, ragionando sulle modalità del grande e intimidatorio processo che il Tribunale speciale celebrò a Trieste nel dicembre del 1941 mi ponevo il problema del perché in quella circostanza il regime avesse voluto unificare in un unico processo almeno tre diversi filoni dell'opposizione slovena al regime e concludevo che doveva trattarsi di una circostanza riconducibile non a strategie processuali ma ad una strategia politica «come per il passato rivolta a una contrapposizione frontale nei confronti degli slavi». Ne trovo conferma in una recentissima ricerca appena pubblicata dall'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia dedicata a tre dei processi che il Tribunale speciale per la difesa dello stato celebrò a ridosso del confine orientale (Puppini - Verginella - Verrocchio. Dal processo Zaniboni al processo Tomazic. Il tribunale di Mussolini e il confine orientale 1927-1941 Udine, 2003). Come scrivono gli autori «al Tribunale speciale spetta il compito di ristabilire l'ordine affermando sia il primato della razza e della civiltà italiana, sia il ruolo giocato da un confine che funge da barriera con un mondo barbaro e inferiore».

Nell'aprile del 1941 l'aggressione alla Jugoslavia segnò un'ulteriore escalation del livello di violenze e di sopraffazione, con l'annessione al regno d'Italia della Slovenia, la cosiddetta «provincia di Lubiana».
Ne derivarono da una parte l'esportazione del «fascismo di frontiera» con il suo carico di lutti e di violenze, dall'altra la saldatura delle opposizioni slave nella Venezia Giulia alla ribellione degli sloveni della provincia annessa. La violenza della repressione italiana ebbe poco da invidiare alle spedizioni punitive dei tedeschi in altre parti della Jugoslavia. Esecuzioni in massa, incendi di località, deportazioni in campi di concentramento nel territorio occupato o all'interno dei vecchi confini del regno d'Italia (Gonarsi, Renicci).
Impressionante la documentazione che possediamo, tra la quale spiccano, oltre a pochi studi italiani (Cuzzi, Sala, ora Rodogno), tre volumi documentari dello storico sloveno Tone Ferenc, scomparso da poche settimane, uno dei quali stampato a Lubiana nel 1999 reca per titolo Si ammazza troppo poco, da una frase del generale Mario Robotti, comandante dell'XI Corpo d'armata di stanza in Slovenia. Saremmo curiosi di sapere se i libri di questo compianto amico sloveno entreranno tra i materiali con i quali scuole e istituzioni «culturali» dovrebbero celebrare questo secondo giorno della memoria, che di fatto vuole essere un ambiguo contraltare a quello del 27 gennaio, ne siano o no consapevoli i compiacenti politici. Ai quali dovrebbe essere noto anche che nessuno dei responsabili dei crimini commessi in Jugoslavia è mai stato chiamato a rispondere del suo operato, qualcuno anzi su di essi ha costruito la progressione di una onorata carriera.

La tragedia delle foibe si inserisce in questo contesto. Fu Giovanni Miccoli nel 1976, all'epoca del processo della Risiera, a rigettare energicamente l'accostamento foibe-Risiera e a sottolineare la necessità di considerare il problema delle foibe nel quadro della risposta ai crimini del fascismo prima o dopo il 1941. E' da questa presa di coscienza che sono ripartiti gli studi, resi difficili e complicati dalle interferenze politiche e dall'impossibilità di arrivare a determinazioni statistiche certe, una impossibilità che di fronte allo sforzo più equilibrato di riportare il fenomeno a dimensioni attendibili ha lasciato libero campo a quanti erano interessati a gonfiare le cifre a dismisura, per fare colpo sull'opinione pubblica per ragioni che nulla avevano a che vedere con la ricerca della verità.

Nel corso degli anni successivi la ricerca ha fatto notevoli progressi facendosi strada a fatica tra le ricorrenti polemiche dell'estrema desta, l'unica ad avere come punto di orientamento esclusivamente l'odio antislavo e l'unica anche a non avere mai cambiato nulla nel suo bagaglio politico-culturale. Contrariamente a quanto si continua a ripetere, le foibe non sono mai state un tabùù per la pubblicistica e la storiografia antifascista; nella nuova fase degli studi cessarono di essere un tabù anche per la storiografia slovena, tanto che la commissione mista di storici italo-slovena ha potuto consegnare nel 2000 ai rispettivi ministeri degli esteri un ampio rapporto contenente ipotesi interpretative e ricostruttive dei rapporti tra i due popoli in cui il problema delle foibe è collocato in una corretta contestualizzazione e tenendo conto dei risultati acquisiti dalla storiografia.

Il complesso iter delle conoscenze e del dibattito storiografico è ricostruito in un lavoro recentissimo a cura di due storici di una generazione nuova (anche se non più giovanissima) di studiosi cui spetta il merito di avere rotto lo schema della contrapposizione frontale tra gli opposti nazionalismi (nessuno dei quali è migliore dell'altro) (Raoul Pupo -Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003). Almeno due sono i suggerimenti interpretativi che emergono dalla loro ricognizione; anzitutto la corretta contestualizzazione nel quadro generale del secondo conflitto mondiale: «E' difficile concepire le stragi delle foibe senza l'educazione alla violenza di massa compiuta nell'Europa centro-orientale a partire dal 1941, e il generale imbarbarimento dei costumi che ne seguì». In secondo luogo un generale spostamento dell'ottica dalla quale guardare al problema delle foibe, che rifiuta la tesi del «genocidio» a danno degli italiani per riportare le violenze del 1943 e soprattutto del 1945 nell'alveo della dinamica del processo di conquista del potere da parte del movimento rivoluzionario capeggiato da Tito, in un incrocio di lotta di classe e di lotta nazionale in cui evidentemente l'essere italiani «costituiva un fattore di rischio aggiuntivo tutt'altro che trascurabile».

Lo stesso contesto nel quale, alla luce della situazione internazionale di allora e dei rapporti di forze, si inserisce anche la vicenda dell'esodo dall'Istria, che suggellava la posizione di sconfitta dell'Italia e che ripeteva le modalità di altri coatti movimenti di popolazioni (nei fatti non nelle procedure) che avvennero su larga scala in altre parti d'Europa. Che allora non si fossero trovati strumenti per tutelare i diritti delle minoranze nazionali fu certo una grossa lacuna della nuova sistemazione che le potenze vincitrici si apprestavano al predisporre per l'Europa, ma fu anch'esso un retaggio della devastazione dell'Europa operata dalle potenze fascista e nazista. Diverso sarebbe il discorso sui limiti dell'integrazione degli esuli nella società italiana, che implicherebbe un discorso specifico tutto interno alla politica italiana.

il manifesto - 14 Febbraio 2004

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