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Kamikaze, sotto la cenere
Ida Domninijanni - 20-01-2004
Mezza tonnellata di esplosivo, ventiquattro morti, cento feriti, un kamikaze iracheno, uno stratagemma consistente nell'uso di otto lavoratori inconsapevoli messi sull'autobomba per farla sembrare un furgone innocuo. Una cintura esplosiva, quattro morti, una kamikaze palestinese di ventidue anni madre di due figli e incinta di un terzo, uno stratagemma consistente nel fingere di avere una placca metallica in un ginocchio per ingannare il metal detector. Un corpetto esplosivo, nessun morto, un kamikaze palestinese di diciassette anni, ogni stratagemma saltato di fronte all'apparizione di di una pattuglia israeliana. Cronache di ordinario stillicidio da Baghdad, Gaza, Cisgiordania. La verità è che ci siamo assuefatti al macabro ritornello del terrorismo suicida. La verità è che la logica implacabile della guerra, che tutto omologa nell'indistinzione del colpo su colpo, ci ha fatto perdere di vista rapidamente la tragica asimmetria del confronto fra gli eserciti che ammazzano e i «martiri» che si ammazzano per ammazzare. E tutti ci stiamo abituando a considerare quei corpi-bomba come delle bombe e basta, armi di guerra come altre. Tant'è che nel computo dei morti i terroristi non rientrano: quattro morti più la kamikaze, nessun morto oltre il kamikaze, leggiamo e scriviamo. Ma si sa che la lingua non mente: quel più e quell'oltre, messi lì per bypassare il problema, stanno invece a indicare implacabilmente un'eccedenza, la differenza inassimilabile alla nostra logica, e alla «normale» logica di guerra, del terrorismo sacrificale.

Michele Giorgio ha raccontato, sul manifesto del 17 gennaio, di un sondaggio condotto fra gli adolescenti della Striscia di Gaza dal locale e prestigioso centro di igiene mentale, poi commentato su Al-Hayat Al-Jadida, organo semiufficiale dell'Autorità nazionale palestinese. I sondaggi valgono quello che valgono a Gaza come in Italia, ma per quello che valgono i dati sono allarmanti: fra gli intervistati, il 35% dei ragazzi e il 14% delle ragazze aspira a diventare martire. Il direttore del giornale usa toni molto preoccupati, invita i palestinesi a interrogarsi sul senso e sull'utilità degli attentati, ammonisce a non rispondere alla barbarie israeliana con pratiche di lotta altrettanto barbare. Ma quei dati non sono fatti dei palestinesi: sono fatti di tutti. Il minimo che dovremmo fare, invece che contare i morti ogni giorno col più e l'oltre, è cercare di capire che cosa può spingere un o una adolescente, in un angolo del mondo globale, a depositare sul martirio un investimento di senso, e cercare di convincerlo o convincerla che si tratta di un investimento insensato, perché farsi martire significa esercitare il massimo della violenza verso se stessi prima che verso altri, e la promessa dell'aldilà non può appannare fino questo punto la vista sull'aldiqua.

Ma c'entra poi davvero, e fino a che punto, la promessa dell'aldilà? Alcune reazioni al martirio della ventiduenne di Gaza, prima donna a essere «prescelta» da Hamas, e del diciassettenne «inutilmente» esploso senza ammazzare nessuno, lasciano sperare in una lenta ma progressiva secolarizzazione del problema. Né il marito di lei né i genitori di lui coprono con la fede il cinismo delle organizzazioni che li hanno reclutati, e le accusano di avere approfittato del lutto familiare per la morte del fratello ammazzato dagli israeliani nel caso di lui, dei sensi di colpa per l'onore perduto nel caso di lei, rea - forse - di essere incinta non del marito ma di un altro. In tutti e due i casi, la promessa del paradiso coprirebbe dunque la più bieca, laicissima strumentalità della logica di reclutamento. Che, ha comunicato Hamas, riguarderà d'ora in poi le donne come gli uomini: paritariamente, come fossimo in occidente.

Ci stiamo abituando a pronunciare quella parola, kamikaze, come un nome comune e seriale, autoevidente come vorrebbe essere essere il gesto a cui corrisponde. Invece non c'è niente di evidente, e nemmeno di seriale. Come in ogni corpo, in ogni corpo bomba c'è una singolarità, una storia, impronte di dominio, tracce, convinte o manipolate, di soggettività. Sacrificare se stessi non è una risposta ammissibile alla guerra: neanche alla guerra del dominio biopolitico, che pretende di disporre dei corpi uno a uno riducendoli a cose, si può rispondere - anzi: corrispondere - rivendicando per sé la stessa disponibilità e facendosi saltare in aria come una cosa. C'è un solo modo forse per spezzare questa funesta corrispondenza, guardare una per una le storie singolari di ogni preteso martirio, e restituire a ciascuna la voce e le parole che di quel gesto muto sono la prima cenere dispersa.

Il Manifesto
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