Cirio, Parmalat, televisioni, ovvero...
Aldo Ettore Quagliozzi - 08-01-2004
Ad un certo punto scrive Michele Serra nel suo splendido volume “ Cerimonie “ : “ ( … ) Questo paese pullula da sempre di spiriti liberi che praticano nella più facile indisciplina le loro personali secessioni da questo e quel potere, che modificano statuti e convenzioni solo nello scenario platonico del loro “carattere”.

Nella sua esilarante ed essenziale prosa Serra coglie compiutamente il carattere, lo spirito, che domina il “ vivere all’italiana “, e lo coglie molto meglio di tutte le più paludate, scientifiche indagini sociologiche alle quali sfuggono, per così dire, gli spiriti elementari dell’essere italiani oggi e da sempre.
Alla memoria dei pochi che leggeranno questo scritto non farà di certo mancanza una storia tutta italiana risalente all’incirca, ed in questo caso la precisione delle date mi risulta impossibile da rispettare, agli anni settanta-ottanta del passato millennio. In quel tempo, che è meglio lasciare indefinito per avvolgerlo quasi in un alone di magia, di mistero, un attento legislatore pensò bene di decretare per il Paese un obbligo nuovo e di tutto rispetto; si decretò allora l’obbligo di apporre sul posteriore, o dio !, forse sarebbe meglio dire, per evitare evidenti confusioni, sul retro delle automobili del Paese un disco, un semplice disco plastificato, recante il limite massimo di velocità che quel tale o tal’altro automezzo avrebbero dovuto rispettare per la incolumità dei trasportati ma anche, lodevole e socialmente rilevante intenzione questa se ci fosse stata all’atto delle decretazione, l’incolumità di tutti coloro che avrebbero avuto la ventura, o sventura, di intralciare o incrociare in qualche modo il procedere dei mezzi stessi.
Ora non ricordo più su quali basi, sicuramente di alta ed indiscussa scientificità, il decretatore di turno stabilisse il limite massimo di velocità consentita alle automobili del Paese, non ricordo proprio se il limite massimo fosse stabilito per le dimensioni del veicolo, per il colore dello stesso, per le risorse economico-finanziarie del suo proprietario o quant’altro ancora; sta di fatto che tutti gli italiani di allora accorsero pronti nei pubblici esercizi deputati alla bisogna per acquistare il prezioso pezzetto di plastica da apporre sul retro della propria vettura.
Era di certo una scelta epocale e di civiltà, un modo per porsi quelle regole che in tutti i paesi che si rispettano, rispettano senza il bisogno di visualizzazioni di sorta. Ma la cosa più straordinaria, e che al solo ripensarci mi suscita un irrefrenabile riso anche a distanza di tanti lustri, fu che una moltitudine di cittadini italiani non si limitarono ad apporre un solo disco, rispondente alle caratteristiche proprie del mezzo, alle superbe capacità di pilotaggio del conducente o che so io, ma era frequente tallonare automobili con più di un disco, con stampigliate velocità diverse da rispettare, la qualcosa forse spinse i più a non avere in cura quanto il decretatore avesse in animo di conseguire per cui, con tutti i bolli di limitazione apposti i limiti massimi di velocità erano, come da sempre nel Paese, rimessi alla discrezionalità dell’imbattibile conducente-pilota.
E così anche questa storia tutta italiana di malgoverno di chi è preposto allo scopo e di malcostume di un intero Paese si perde nella memoria dei tempi, poiché ancora oggi non mi sovviene con quale decretazione successiva si sia eliminato quello sciocco obbligo, che obbligo non fu, in quanto disatteso bellamente da tutta la generalità dei piloti di automobili del bel Paese.
E venendo all’oggi ed alle sventure di questo stralunato Paese che detesta e persegue sempre le persone sbagliate, lasciando invece in assoluta libertà e tranquillità i furbi di qualsiasi risma, ceto, fortune, responsabilità sociali e politiche, escogitando leggi e regolamenti delle quali il contorto contenuto consente sempre ai furbi di farla franca, torna comodo ritornare alla prosa meravigliosa di Michele Serra che da acuto ed attento osservatore dei vizi incontrollabili, immodificabili ed incancellabili del Paese continua a scrivere :


“ Di questi caratteristi è pieno ogni bar e ogni rione d’Italia, dove da sempre nessuno è disposto a “farsi fregare” da una qualsiasi costruzione normativa o culturale o ideale, e pare vile e debole acconciarsi a un qualche ordine.

Gli italiani hanno quasi tutti facce da fuggiaschi. I loro sguardi intelligenti, la loro complice mimica paiono vibrare di un lunghissimo scampato pericolo, braccati per generazioni da ogni sorta di autorità e sempre imboscati.”

Logico che questa sola qualità largamente nazionale – sottrarsi a tutto – sia divenuta ragione di ostinata identità. E il peggio è che questo vizio atavico è in odore di virtù: lo si capisce dai sorrisi che si scambiano, gli italiani, quando si riconoscono nelle rispettive incapacità di compromettersi fino in fondo con un sistema di pensiero appena più complicato e arduo del loro così spontaneo adeguarsi alla vita.

Sempre pronti a promuovere questa speciale inettitudine al rango nobile della ribellione come se avessero sperimentato fino in fondo, e quindi ripudiato, quei rischi intellettuali che invece non si sono mai sognati di affrontare. ( … )”


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