Un altro settembre
Giuseppe Aragno - 27-09-2003
Ho incontrato Emilia Buonacosa due anni fa e ne ho ricevuto un'impressione fortissima. Mi torna in mente in questo settembre così denso di rievocazioni ed ombre cupe e mi pare un porto nel quale trovare rifugio in una notte di tempesta. Questo settembre è così: il mare sovrasta, incombe, minaccia, il vento ghiaccia i panni e porta via parole concitate.
Forse la barca affonda - mi dico - e ci vorrà il coraggio delle ore estreme.

E' per questo che mi ricordo di Emilia Buonacosa: per l'animo ch'ebbe nelle ore risolutive, che non concedono alternative, per quel suo esser donna moderna, progressista. Donna d'oggi.
Si legge qua e là di Angelica Balabanoff e di Maria Rygier, si incontrano sull'antica stampa socialista gli articoli di Emilia Marabini e rimane nitida, sbalzata, a tutto tondo, l'immagine severa di Anna Kuliscioff.. Poco o nulla si sa di figure come la Buonacosa: militanti e donne. Sarà per questo che se la incontri ti sorprende, ti scuote dentro e ti induce a pensare, portandoti con sé ad un altro settembre, più tempestoso e scuro, che intreccia la speranza all'illusione, scrive la storia col sangue e taglia netto.








Settembre 1943. Sette settembre, per la precisione: la vita d'un paese legata ai fili sottili delle scelte fatali - quelle che di cui ci parlerà la storia e gli oratori ricorderanno nei comizi. Nel campo di concentramento di Fraschette d'Alatri, Emilia Buonacosa, reduce da Ventotene dove l'ha cacciata il fascismo cui si è opposta per vent'anni, attende la liberazione che per lei ritarda.


Ha quarantotto anni ed è confinata dal dicembre del 1940: "pericolosa alla sicurezza pubblica, agli ordinamenti politici, economici e sociali dello Stato" scrive la Commissione Provinciale per il confino politico. Antifascista, quindi, e anarchica per sovrappiù, ma null'altro. Nessun reato.
Alle spalle un passato di lotte per la libertà e la democrazia: la militanza sindacale alla Camera del lavoro di Nocera Inferiore e la partecipazione alle grandi lotte operaie del primo dopoguerra, che le costano la fama di "sovversiva", un terribile incidente sul lavoro in una fabbrica di conserve alimentari - ne porterà i segni e le sofferenze per il resto dei suoi giorni - la tenace e coraggiosa opposizione al fascismo che dilaga, la fuga in Francia tra i fuorusciti, i rapporti con "Giustizia e Libertà", Barcellona, dove la democrazia fa le prove generali della lotta decisiva al nazifascismo - e lo stalinismo prova inutilmente a spegnere la voce dei libertari - il ritorno nella Francia travolta dalla furia nazista, l'arresto e la consegna ai fascisti, il calvario di Ventotene, con la salute che si deteriora progressivamente, senza che le sofferenze consiglino la resa.
Un soldato. In quel fatidico sette settembre del '43, la Buonacosa è un soldato come i tanti che resistono e pagano prezzi altissimi alla scelta di non passare al nemico: la scelta di non tradire. A Badoglio, il vecchio fascista della continuità, all'antico nemico che già medita la fuga, mentre patteggia con tutti e chiude nella vergogna una vita spesa male, l'ha scritto, a nome delle compagne presenti nel campo con lei - otto slave ed un'italiana - con la chiarezza senza fronzoli di chi ha vissuto senza ambiguità: "noi tutte [...] chiediamo la nostra immediata liberazione, come confinate politiche, il nostro immediato trasferimento nei comuni liberi".


Il generale indugia sino alla fine e decide mentre fugge: " Si prega di voler liberare e rimpatriare le confinate in oggetto recentemente trasferite da Ventotene in codesto campo" . Un indugio fatale, lo stesso che decide della sorte dei soldati sorpresi fuori confine, di quella parte d'Italia che cade in mano ai nazisti: l'indugio che sprofonda il paese in un abisso.
La furia della guerra, che l'armistizio riaccende invece di fermare, trova Emilia prigioniera, coi problemi di sempre: "l'alimentazione di fame" anzitutto. "Non si riceve la metà di roba che ci spetta secondo le regole dell'alimentazione in tempo di guerra" - denuncia con fermezza - e le condizioni fisiche penose: "fra di noi - scrive - ci sono delle ammalate di TBC, ammalate di stomaco, di reni, di cuore e quelle che hanno subito delle operazioni molto gravi". Lei stessa è allo stremo.
L'ordine di liberarla attraversa l'Italia che si divide e si incendia. Napoli è in armi contro fascisti e tedeschi e si accinge a conquistare la sua medaglia d'oro al valor militare. La città brucia e vede i suoi ragazzi cadere: Pansini, che ha conosciuto il carcere fascista, Varriale, Capuozzo. Un lungo elenco di morti, una scia di sangue: il prezzo pagato per schiacciare il rettile nazifascista. A Fraschette d'Alatri, il 4 novembre del '43, Emilia Buonacosa è ancora in campo di concentramento: non può, "per il momento raggiungere il proprio paese nativo, Pagani di Salerno, a causa degli eventi bellici", scrive il direttore del campo, per il quale è ancora "una confinata politica". Ed è un paradosso solo apparente, perché tale nella sostanza ella è ancora nel luglio 1959, quando un funzionario di PS ne racconta la storia ad un collega del Ministero del Tesoro, per confermarne il passato di perseguitata politica cui spetta la pensione. Racconta, il funzionario, riprendendo passo passo, parola per parola, i rapporti della polizia fascista: "Emilia è di sentimenti politici estremisti" , un'anarchica, il cui fascicolo "vive" ancora negli schedari della polizia. E lì, in quegli schedari l'ho incontrata due anni fa, chiusa ancora, stavolta in un faldone, da cui proviene un urlo: je accuse! mi è sembrato si sentire.
E' uno schedario sconcertante, di quelli che se ci pensi conduce difilato a Valpreda, a Pinelli, alle indagini oscure sulla strage di Piazza Fontana, a quella che Sergio Zavoli anni fa volle chiamare la "notte della repubblica". Una notte che, più scavo, più cerco, più studio e più mi pare nata con la Repubblica stessa, nei cui gangli vitali rimasero operanti le strutture repressive solo apparentemente liquidate a Salò.
E' un'altra storia, questa, e nessun oratore se ne ricorda in questo ambiguo e tempestoso settembre che trascorre. Una storia che abbiamo ricostruito male ed insegnato peggio, una storia che ci chiama in causa direttamente, oggi che un Presidente del Consiglio vaneggia di confino-villeggiatura e un ministro della Repubblica, nato evidentemente da quella notte buia, fa riti celtici e ciancia di capitali federali a Milano e secessioni padane.
Se l'avessimo ricostruita e insegnata come si sarebbe potuto e dovuto, il Presidente e il Ministro sarebbero caduti alla Camera per mano della loro stessa maggioranza. Si sarebbero levati a parlare i rappresentanti dei loro gruppi parlamentari e glielo avrebbero detto con fermezza ciò che dovrebbe essere chiaro a tutti ed invece sanno in pochi: voi, signori, vi siete messi fuori dalla storia e non avete più cittadinanza in questo Parlamento.









NOTA: I documenti sono ricavati dall'Archivio Centrale dello Stato di Roma, Fondo Ministero dell'Interno, Affari Generali e Riservati, Confinati Politici, Busta 146.Rapidi cenni sulla vita di Emilia Buonacosa si possono trovare in G. Galzerano, Vincenzo Perrone, Casalvelino Scalo, 1999 e R. Spadafora, Un popolo al confino, Napoli, 1989. Più ampia l'attenzione in A, Anziano, G. Aragno e L. Blasi, Gino Alfani ed altre storie, La Città del Sole, Napoli 2003 e nella voce curata da G. Aragno per il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, Biblioteca Serantini, Pisa 2003 (in corso di stampa).

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 Redazione    - 21-06-2004
Per un disguido tecnico abbiamo perso un commento giunto qualche giorno fa a questo articolo. Ci scusiamo con chi lo aveva scritto e chiediamo di reinviarcelo. Grazie!