"A prescindere"
Roberto Colombo - 20-06-2003
PENSIERI SUGLI ESAMI, SULLA SCUOLA, SULL'ITALIA

In questi giorni chi vive, da insegnante, il sempre più esausto e inutile rito degli Esami di Stato, può avere sensazioni che è forse bene cercare di nominare, senza ricorrere a riduttive letture ideologiche, ma vedendo in esse, con scettica prudenza, un piccolo e triste segno dello "spirito dei tempi".
Spesso la scuola - e non da oggi o da ieri e neppure dall'altro ieri - è stata dipinta con i colori del grottesco, che in effetti le si addicono, sia che resista in un'insensata, lunare autoreferenzialità, sia che insegua, codarda e corriva, le mode pedagogiche o politiche del momento, o gli squallidi malcostumi della Gente, o le proterve Esigenze dei Giovani... da ultimo, che cerchi, per essere legittimata e continuare ad esistere, la Soddisfazione del Cliente (sic!).
Sorvoliamo sugli "Esami di Governo", che si esprimono in tracce di temi cortigianesche, che saranno anche dovute allo zelo di qualche servo scemo, ma che esprimono più subdolamente e perversamente una nuova volgare vulgata "storiografica", in cui il fascismo è al massimo un peccatuccio veniale mentre il comunismo è ipostatizzato a male assoluto, e in cui la complessità dei fattori storici è degradata a formuletta catechistico-propagandistica, buona per menti semplificate dalla quotidiana droga televisiva...
Sorvoliamo anche sulla coerenza con cui questo squallido episodio (prova tecnica della costruzione di un regime italicamente operettistico) si inserisce in una politica di sistematica liquidazione della scuola pubblica e di vergognosi regali alla scuola privata...
Sorvoliamo perfino sulle pratiche immonde dei diplomifici a pagamento, uno scandalo che dura da troppo tempo, e che nessuna persona onesta potrebbe tollerare in un Paese serio (e che genera talvolta il sospetto che ci sia, nel "carattere nazionale" qualche robusta traccia di "spirito mafioso", oltre che di conformismo "fascista")...
E sorvoliamo anche, infine, sugli effetti perversi della tanto decantata "autonomia" delle scuole, che si è tradotta, paradossalmente, in un aumento del dirigismo dell'amministrazione, nella creazione di tanti tirannelli di campagna fuori controllo (si chiamano "dirigenti"!), in una mortificante e spesso delirante proliferazione di "progetti" escogitati solo per spillare quattrini, nella riduzione a periferico accidente (non riconosciuto, sottopagato) della vera qualità, artigianale, del fare scuola, dell'insegnare, dell'educare...

Ma è sulle "piccole" cose, sulle concrete pratiche quotidiane, che bisognerebbe esercitare un'osservazione sincera, una descrizione onesta.
Sugli "insegnanti" che non insegnano, e poi all'esame "aiutano" sfacciatamente i ragazzi (ho visto prove in cui gli insegnanti dettavano letteralmente le soluzioni, e tutti quanti facevano finta di non vedere; e questo accadeva non nelle province ex-borboniche o ex-papaline della Patria, ma nella "modernissima" Lombardia); sugli "insegnanti" che gettano solo una svogliata occhiata sugli elaborati, e poi mettono i voti (perlopiù altissimi) a casaccio (perché devono correre a fare il loro "vero" mestiere di "professionisti", e non hanno tempo da perdere in questa comoda sinecura che è la scuola); sugli "insegnanti" che danno l'"otto politico" (!); sugli aggiustamenti, sui trucchetti, sulle combines, sulle pastette...
(Chiedo naturalmente scusa ai tanti colleghi perbene, che non si sentano coinvolti da questa generalizzazione che vuole esprimere la mia rabbia per le tendenze montanti...).
Ma è sull'effetto più spaventoso di queste tendenze che occorre dire, anzi gridare la verità.
Sul fatto che sempre più i ragazzi ci guardano con compatimento e disprezzo, perché sanno benissimo come vanno le cose: che chi fa il furbo è premiato, e chi si impegna è un fesso, perché tanto chi sa, chi ha imparato, è equiparato d'ufficio a chi non sa niente, a chi non ha mai - alla lettera! - aperto un libro...
Sul principio dilagante (ed eticamente devastante) che "tanto è uguale...", che tutto è uguale, che tutto è dovuto "a prescindere", come direbbe Totò.
Sì, forse non è peculiare dell'epoca o del Paese questo trionfo dei furbi, anche se bisogna pur riconoscere che mai come nell'Italia berlusconia c'è stata una tale simpatia sociale per i furbi e per gli arroganti (e poi con un tocco di classe e di derisione - vertiginoso pirandellismo - viene propinata l'analisi di un passo de Il piacere dell'onestà...).
"Da che mondo è mondo...", ci si consola con generico moralismo.
Ma quel che è forse nuovo è il disprezzo sociale per il sapere, il ludibrio cui è esposto chi fa con serietà e passione il proprio lavoro, l'ironia per chi continua a pensare con la propria testa, o tout court a pensare...
Quel che è forse nuovo è il cinismo di massa in cui sta crescendo la nuova generazione, che sembra realizzare compiutamente la profezia pasoliniana del Fascismo Totale: consumista in modo coatto, ferocemente intollerante nell'apparente tolleranza e perfino nell'anomia, culturalmente desertificata, immemore, buona solo a consumare ed obbedire, insofferente di ogni lavoro e fatica, opulenta plebe da circo, suddita massa dell'Impresario...

Roberto Colombo
Pavia, 20 giugno 2003


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Erica Monesi    - 23-06-2003
Su tutto sono d'accordo, in tutto e di più. Tranne che sul giudizio finale riservato ai ragazzi che mi paiono migliori (in pectore) della media dei loro genitori, dei loro insegnanti e dei loro governanti. Continuare a tener duro, a Resistere! Resistere! Resistere! significa riuscire a strappare, ogni anno scolastico, una piccolissima minoranza all'anomia e alla bovinità. Ma non è sempre stato così? La scuola del passato, a cominciare da quella deamicisiana dalla quale i Franti venivano eliminati, formava élites dirigenziali e le masse venivano tutt'al più alfabetizzate. La scuola attuale resiste per sfornare élites culturali democratiche estratte da masse "demagogicizzate". Niente di nuovo sotto il sole ma, forse forse, invece sì: sono questi i giovani che riempiono la piazza nel concerto del Primo Maggio cantando insieme con la Marini e De Gregori, sono questi che fanno la fila per assistere all'ultima fatica di Marco Tullio Giordana: "La meglio gioventù". Non cadiamo anche noi nella subdola ed efficacissima trappola televisiva che ci mostra i ragazzi come se fossero tutti personaggi da "Grande Fratello".