breve di cronaca
La scomparsa dell'infanzia
Il Centro - 17-03-2003

La caduta degli standard educativi infantili: sulla recente riforma della scuola, varata dal ministro Letizia Moratti, Gaetano Bonetta, preside della facoltà di Lettere dell'università Gabriele D'Annunzio di Chieti-Pescara ha inviato al Centro l'intervento che segue.

Uno spettro si aggira per l'Italia: la "scomparsa dell'infanzia". Molto concreto è, infatti, il pericolo che nel nostro Paese si venga presto ad avere la caduta degli alti standard di educazione infantile che si è verificata nel mondo anglo-americano nell'ultimo ventennio del secolo ventesimo.
Lì, in Usa e nel Regno Unito, negli anni del Reaganismo e del Thatcherismo, con la deregulation e l'accentuazione della privatizzazione della scuola infantile è stato azzerato l'intervento pubblico a sostegno dell'educazione culturale e psicologica dell'infanzia e, così, creato uno spietato mercato della formazione, oggettivamente inaccessibile a un numero sempre maggiore di classi sociali. Di tale processo, i risultati più tangibili sono stati l'adultizzazione e la merceficazione dell'infanzia, come superamento dell'investimento sociale e politico dello Stato nella cura universale dell'infanzia, da sempre età protetta e rappresentazione utopica di nuova umanità.
Alla luce di tale drammatico riferimento, è forse opportuno che oggi il nostro riformatore scolastico ponga la giusta attenzione allo sviluppo degli istituti privati di educazione, alla liberalizzazione economica dell'istruzione e al suo più naturale corollario, la depubblicizzazione della cultura educativa. In un libero mercato della formazione dei bambini, in tempi in cui regna una grave congiuntura economica, in cui si afferma la flessibilità del lavoro, in cui lievitano le nuove povertà, si corre il rischio che fette crescenti di popolazione rimangano senza una "buona educazione", se non del tutto senza educazione.
A fronteggiare simile deriva non può bastare il ricorso ideale alla restaurazione del primato educativo della famiglia. Oggi è proprio difficile che la famiglia possa al meglio esercitare il ruolo educativo. Il tempo di contatto fra genitori e figli diminuisce velocemente (in America è valutato intorno a dieci-dodici ore settimanali), così come "il tempo d'alta qualità" dedicato agli obiettivi esistenziali, quali per esempio la coesione e l'identità famigliari. Di converso, aumentano i "bambini soli", quelli che hanno le "chiavi di casa al collo", che hanno una esposizione alla televisione di molte ore. E proprio qui, nella "vacanza educativa" delle famiglie si afferma il trionfo formativo del medium televisivo.
Senza una educazione a vivere se stessi come infanzia, aggrediti dalla televisione "cattiva maestra" (come la definì Popper), i bambini sono diventati, o stanno per farlo, piccoli adulti. Così l'educazione infantile di base, caposaldo della nostra civiltà, non è diritto di tutti.
Come perfetti adulti, i bambini hanno tutti allo stesso modo il diritto di accedere al mercato dell'educazione: potranno avere successo, come patire sconfitte; essere educati, come non essere educati. In tal modo, forse, si dice addio al diritto all'educazione, sancito dall'articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Gaetano Bonetta

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