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Strategie politiche e ordinaria disperazione
Il Nuovo - 10-02-2003
Un Presidente in pole position e un'afgana qualsiasi destinata a scappare per decenni. Due realtà meno distanti di quanto sembrino. A dimostrarlo due nuovi casi editoriali che analizzano le strategia politico-militari.

di Luisella Colombo

MILANO - Un Presidente in pole position, una donna in fuga, l'uomo più potente del mondo ansioso di un effetto che faccia risalire i consensi, un'afgana qualsiasi destinata a scappare per decenni. Esiste qualcosa di apparentemente più distante? No, cioè si: perché è solo geografica la distanza fra le strategie politico-militari e la disperazione della quotidianità che provocano.




L'esercizio del potere da un lato e l'umanità insita in ciò che viene definito "effetti collaterali" sono i temi dei due titoli apparsi sugli scaffali nelle ultime settimane. "Guerra all'Iraq. Tutto quello che Bush non vuole far sapere al mondo svelato dall'ispettore Onu Scott Ritter" (Fazi Editore, costo 10 euro) è un illuminante libricino di 114 pagine, riassumibile così: "Se dovessi quantificare la minaccia rappresentata dall'Iraq in termini di armi di distruzioni di massa, essa equivale a zero". L'affermazione non sarebbe così interessante se a pronunciarla non fosse l'autorevole Scott Ritter, repubblicano doc, elettore di G. W. Bush, che ha ricoperto l'incarico in ispettore Onu in Iraq per qualcosa come sette anni. Ritter ha rilasciato un'intervista al giornalista William Rivers Pitt, che nel libro la fa precedere alla ricostruzione storica del Novecento iracheno e dei rapporti internazionali.


Ritter smantella in maniera estremamente comprensibile i cinque punti su cui il governo statunitense focalizza la campagna per attaccare l'Iraq: il potenziale nucleare, quello chimico, quello biologico, quello missilistico e infine le connessioni fra Saddam Hussein e Al Qaeda.


Quanto agli armamenti, l'ex ispettore spiega che nel 1998, alla fine della missione, erano state eliminate anche le infrastrutture per la creazione del nucleare; le armi chimiche hanno una scadenza e se anche non fossero state eliminate al 100%, le ipotetiche scorte nascoste, oggi sarebbero una melma inutilizzabile, così come quelle delle armi biologiche, ovvero l'antrace liquido e la tossina del botulino. Gli eventuali esperimenti missilistici negli anni successivi al '98 sarebbero stati rilevati dai radar, perché non si possono certo compiere al chiuso. L'Iraq è "tecnicamente in grado" di ricostituire la propria produzione bellica ma è stato privato completamente, dalle ispezioni del '91-'98 e dal successivo embargo, di tutta l'apparecchiatura, degli stabilimenti e della capacità di ricerca.


Emerge che l'elemento petrolio non è motivo del contendere perché l'Iraq si è già espresso dicendo che, una volta tolte le sanzioni, non lo negherà nemmeno a Usa e Gran Bretagna. Infine la questione del legame con Al Qaeda, che Ritter definisce "palesemente assurda" poiché Hussein "ha passato gli ultimi trent'anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico" e i più perseguitati sono i wanabiti, i seguaci della religione di Osama Bin Laden. Colpo inferto anche al tema "portare la democrazia in Iraq": il modello occidentale si basa sul concetto di maggioranza ma in Iraq il 60% della popolazione è musulmana, il 23% curda e il 17% sunnita, ceppo a cui appartiene Hussein e le cui tribù hanno da sempre dominato la politica irachena. E, ricorda Ritter, la democrazia non può essere imposta dall'esterno.

Come dimostra quanto sta accadendo in Afghanistan. In questo lembo di terra è ambientato il secondo titolo, "Afganistan dove Dio viene solo per piangere" (ed. Piemme, costo 18,90 euro), della regista e documentarista iraniana Siba Shakib. Il romanzo raccoglie la lacerante esperienza biografica di Shirin-Gol, una donna che l'autrice ha incontrato in un campo profughi; una storia in cui l'elemento dominante è la necessità di fuggire dalle guerre e dalle violenze.


Dopo una durissima infanzia in un villaggio rupestre, Shirin-Gol si reca con la famiglia a Kabul, negli anni in cui è di scena l'Armata Rossa; i russi arruolano a forza gli afgani per metterli contro altri afgani e l'unico vantaggio per lei è poter frequentare una scuola. Dieci anni dopo, quando la protagonista è venticinquenne, è l'ora della guerra fratricida fra i mujahedin - fra Massoud e Dostum, per intenderci - per il controllo dell'oppio. Tempo di violenze, soprusi e nuovi veli. Con l'arrivo dei talebani Shrin-Gol ripara provvisoriamente in Pakistan, quindi in uno sperduto villaggio montano, sempre fuggendo dalle battaglie. Arriverà poi in un altro villaggio, oasi serena sino all'arrivo dei talebani del mullah Omar. Una nuova fuga, questa volta verso l'Iran, a Isfahan, fino a quando anche questa nazione non accetterà più i profughi. Il ritorno in patria comporta la consapevolezza che i famigliari sopravvissuti sono impazziti, che a Kabul le persone sono vive a metà, fra cui 40000 vedove a 5000 bambini di strada. La cosa atroce è che cronologicamente, il romanzo termina prima della guerra sferrata nel 2001 dagli Stati Uniti lasciando presagire al lettore altre fughe e altri stenti, semmai fossero sopportabili.

Il romanzo si snoda su due piani, uno storico, imprescindibile rispetto alla formazione dell'autrice, il secondo squisitamente umano, anzi, femminile. La protagonista vive di una forza straordinaria, ai limiti del credibile, in un contesto in cui "le scarpe delle donne sono l'unico dettaglio che permette di riconoscerle". Shririn-Gol, che ha cresciuto sei figli - alcuni dei quali frutto di stupri - e ha gestito un marito debole e incline alla droga, è l'emblema di una condizione femminile assolutamente rilevante. Si inserisce in un quadro in cui donne diverse trovano il coraggio e la tenacia di sfidare il regime, ritrovarsi, istruirsi, lavorare, confrontarsi, organizzarsi e pensare non solo alla quotidianità ma anche al futuro.


Una frase che ricorre sulle loro bocche e "questa è resistenza"; queste donne devono già lottare contro il fanatismo religioso, contro l'ignoranza intestina, come possono lottare anche contro le operazioni degli eserciti occidentali? Rivendicano diritti, alla dignità, alla pace, alla vita; le loro fughe, le loro tragedie non sono nemmeno numeri nel computo dei "danni collaterali", ma vibrano e urlano alle coscienze per reclamare l'attenzione dell'opinione



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