Il Peacekeeping
La Redazione - 29-01-2003
DI CHE SI TRATTA?


Una proposta interessante

Il Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace - Università di Pisa



La pace si studia a Pisa


"... itinerari di studio possono essere avviati nella società civile in modo almeno complementare (se non contrapposto) con le esperienze in corso all’interno della «società militare». A questo riguardo desidero svolgere qualche osservazione schematica che aiuti a chiarire l’importanza (che, con un po’ di enfasi, definirei «storica») della creazione in Italia di centri civili – a livello universitario e di carattere pubblico– di studi per la pace, limitandomi a segnalare solo alcuni aspetti macroscopici della differenza fra l’approccio culturale civile e quello militare.
E’ noto che l’ambiente militare si sostanzia in stili di vita e riferimenti culturali ben determinati. Ad esempio è evidente che esso considera l’uso delle armi, e della forza in genere, come uno strumento assolutamente idoneo sia alla prevenzione dei conflitti sia alla gestione «pacifica» delle crisi. Questa impostazione, addirittura ovvia, appare molto lontana dalle parallele dinamiche «civili», che invece sono (o almeno, dovrebbero essere) portate a rigettare l’uso della forza in genere, e della forza armata in specie, come strumento ordinario sia di prassi sia di ricerca.
Sembra poi utile accennare ad una seconda ovvietà. Nell’ambiente militare è opinione consolidata – che peraltro trova largo consenso anche altrove - che la potenza armata sia il fondamento della sicurezza, e dunque della pace. Questa tesi muove dall’assunto che solo la vis è in grado di determinare l’equilibrio delle «forze in gioco», secondo un sapiente uso della «strategia». Niente di più lontano dall’idea che la pace sia un prodotto della giustizia sociale e di uno sviluppo equo, perciò conseguenza di ben altre «strategie». Infine, mentre un corretto approccio culturale dovrebbe abituare ad articolare i problemi nella loro massima complessità così da trovarne le radici profonde, la mentalità militare è portata a semplificare le questioni per consentire una «reazione rapida» che non guarda alla soluzione dei problemi, ma ad un loro momentaneo accantonamento (come purtroppo impariamo da tutte le guerre, comprese quelle in atto).
Non è però questa la sede per dimostrare le differenze – nemmeno quelle più evidenti - fra l’approccio «militare» e quello «civile» ai problemi della pace e della guerra. Questa piccola premessa serve solo per spiegare una volta di più che non si può continuare ad affrontare il problema della pace secondo la prevalente logica della difesa contro un’aggressione esterna (tipica di uno scenario interstatuale che non regge il confronto con l’attualità), ma deve essere «aggredito» con strumenti molto più complessi, attraverso un metodo transdisciplinare che si ponga nella logica della prevenzione dei conflitti in genere, e di quelli armati in particolare..."

Pierluigi Consorti - Docente garante del Corso di laurea in Scienze per la pace – Università di Pisa

Continua in Nuovi studi per la pace e servizio civile



Un ulteriore approfondimento :

in Archivio Disarmo

Peacekeeping: dall’ambiente in bianco-e-nero all’ambiente fuzzy

Le operazioni di peacekeeping avvengono in un ambiente strutturalmente differente rispetto a quello nel quale operava il soldato tradizionalmente (Battistelli, 1996; Maniscalco, 1993). Dall’ambiente bellico, dominato dalla logica binaria amico/nemico si passa all’ambiente proprio di un processo di pacificazione, ispirato alla nuova logica (polivalente, "sfumata") amico/nemico/non nemico. Parallelamente, cambia la funzione del soldato: da parte in causa a parte al di sopra delle parti, da antagonista a terzo, da giocatore ad arbitro. Che cosa significa passare da un ruolo che comporta il (massimo del) coinvolgimento diretto a un ruolo che implica l’astensione dal coinvolgimento diretto e, al contrario, la formulazione della valutazione e la gestione della mediazione? Che ne è di un attore istituzionalmente e culturalmente preparato a "giocare" quando, contrariamente all’addestramento ricevuto e alla cultura sedimentata per anni e per generazioni, si trova ad "arbitrare"? E, infine, che cosa vuol dire "arbitrare" una partita che, come nella descrizione di Karl Weick (1988), non presenta le regole certe e i colori stagliati del combattimento classico, bensì le contingenze polivalenti, ambigue e talvolta sfocate del peacekeeping? Questi sono gli interrogativi cui questo saggio si propone di offrire spunti di riflessione teorica e alcune evidenze empiriche.


Fabrizio Battistelli, Teresa Ammendola, Maria Grazia Galantino

Continua su: Centro Studi e Documentazione sulla pace e sul controllo degli armamenti




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