breve di cronaca
Le scuole minime di Bossi & Moratti
Il Manifesto - 30-12-2002
La legge sulla devolution è stata approvata al senato in un clima preoccupante di attacco della Lega alle istituzioni dello stato e in particolare alle funzioni di garanzia della presidenza della repubblica. Normale aggressività della Lega o gioco della parti tra Lega che va avanti a «picconare» lo stato centralista- ricreando, però, nuovi centralismi a livello regionale- e chi propone come necessario riequilibrio per l'aumento dei poteri locali un rafforzamento un po' peronista dei poteri del Capo, Presidente o premier che sia? O tutte e due queste cose messe insieme?
«Devolution» è una parola presa a prestito dall'inglese per indicare quel processo per cui un organismo, un livello istituzionale, cede volontariamente parte dei propri poteri e delle proprie competenze ad altri organismi o livelli istituzionali. Ma con la proposta Bossi si vanno ad aumentare i poteri dei governatori regionali, esautorando poi la capacità amministrativa di altri enti locali e di soggetti sul territorio.

Lo si può vedere con chiarezza sul terreno della scuola, una delle questioni poste da Ciampi. Con la devolution di Bossi si torna indietro rispetto all'autonomia delle scuole, costituzionalmente sancita dalla modifica del Titolo V: l'organizzazione e gestione del sistema viene affidata direttamente alle regioni sottraendo tali competenze alle scuole autonome che le avevano acquisite in base a un processo di dislocazione e decentramento di funzioni, appunto, con la modifica costituzionale. Quanto poi alle norme generali che restano allo stato, non risulta chiaro quale sia il loro ambito. Garantiscono l'universalità degli accessi, un sistema di reclutamento omogeneo su tutto il territorio nazionale, un profilo culturale unitario del sistema su tutto il territorio nazionale? Se non si arriva a chiarezza su questo punto, davvero lo scenario rischia di essere quello di uno spezzettamento del sistema scolastico nazionale in sistemi regionali, profondamente diseguali, e per di più fortemente accentrati. A questo occorre aggiungere che la competenza su una parte del curricolo obbligatorio, quello affidato alle scuole, viene devoluta direttamente alle regioni; insomma non sono le scuole ad arricchire il curricolo nel confronto con la cultura locale, ma è il potere politico locale che decide quote di sapere della scuola.

Allora non sono solo chiacchiere quelle di Bossi per tenere contento il suo elettorato, si tratta di una modifica profonda della fisionomia dello stato, che come in tutte le riforme proposte dalla Lega sdogana pessimi sentimenti -la difesa egoista del proprio particolare interesse, la caduta di ogni idea di solidarietà- e induce a comportamenti aggressivi, individualisti e razzisti. E' la riproposizione della cultura delle piccole patrie. L'egoismo sociale porta a scuole separate, scuole separate moltiplicano gli egoismi individuali. Un separazione che rischia di impoverire ulteriormente il Paese. La minaccia, il pericolo reale, è che si stabilizzino e si cristallizzino divisioni economiche e sociali fra regioni di serie A e di serie B, e tra sistemi scolastici o servizi sanitari di serie A e di serie B.

E nel dire un no deciso a questo progetto, che non lascia alcun margine di dialogo, si tratta anche di riprendere un dibattito sincero e per certi versi autocritico sull'ipotesi di un «federalismo solidale». Un federalismo che miri a favorire un modello equilibrato e complessivo di sviluppo ma in una grande chiarezza su ruoli, competenze e rapporti tra centro e periferie.

Questo dibattito è stato lasciato in sospeso dalla fretta con cui a conclusione della scorsa legislatura si approvarono le modifiche del titolo V della Costituzione. Norme che, purtroppo, presentano molte difficoltà di interpretazione e di applicazione proprio sul difficile terreno della divisione di poteri tra centro e periferie.

La devolution e la proposta Moratti

La scelta del disegno di legge Bossi altera la cornice del disegno di legge Moratti e la possibilità stessa della sua attuazione nel momento in cui modifica l'allocazione di poteri e competenze tra stato ed enti locali e, di conseguenza, il rapporto centro/periferia nel governo del sistema. Non è del tutto chiaro perché il ministro Moratti, il ministro della scuola italiana e non della scuola regionale, non si ribelli.

Resta però il fatto che anche la sua azione legislativa e la sua azione politica sono andate nella direzione di riaccentrare poteri, di ricreare gerarchie, di togliere fiato all'autonomia scolastica, e tutto questo per poi riproporre la vecchissima idea di una scuola terminale ultimo di decisioni prese altrove, stato o regione che sia. Dobbiamo ricordare i dirigenti regionali scelti con la logica della «fedeltà alle scelte amministrative», la modifica del contratto per i dirigenti scolastici, la riduzione di risorse finanziarie per l'autonomia, l'eliminazione dell'organico funzionale, quel numero di docenti che permette alla scuola di ampliare l'offerta formativa per intercettare intelligenze e attitudini, fare progetti di integrazione, combattere la selezione , occuparsi dell'eccellenza?

C'è, inoltre, consonanza con le idee separatiste e selettive di Bossi , perché alla fine anche la scuola di Moratti è una scuola che vuole eliminare pesi e fastidi, dalle esperienze di integrazione all'ampliamento dell'offerta formativa, che ripropone percorsi separati e gerarchicamente organizzati, che seleziona e divide. E c'è condivisione nella scelta (da parte della proposta Moratti e della proposta Bossi) di affidare la decisione su una parte dei programmi (si ritorna al vecchio termine) all'autorità regionale, sottraendo tale decisione alle scuole autonome.

Moratti ha già scelto un modello di scuola accentrato, gerarchico e selettivo. Bossi lo moltiplica per venti. La scuola minima di Moratti, la scuola separata di Bossi mettono in discussione il valore non solo fondativo, ma generativo di democrazia della scuola come luogo pubblico e laico dove si costruisce l'identità culturale del paese,che è identità plurale, dove si avviano, rispettando l'uguaglianza di un diritto primario, percorsi di vita e di futuro delle nuove generazioni. Eppure, come ci dice la ricerca Ocse/Pisa la scuola che funziona, per la crescita complessiva del Paese, non è quella che seleziona, ma quella che promuove, non è quella dei percorsi spezzettati e separati, ma quella dei cicli lunghi, non è quella delle scelte precoci e irreversibili, ma quella dove cresce la quota di sapere comune, l'obbligo scolastico, quella infine dove si cresce e si impara non separando ma facendo convivere diversità e differenze.

Non solo crocifissi

In epoca complessa come la nostra ci si interroga, e non solo in Italia, su come debba cambiare il sapere della scuola rispetto all'ampliarsi continuo delle conoscenze, alla messa in discussione di distanze puramente geografiche tra paesi e popoli, alla sempre maggiore integrazione di campi di ricerca, linguaggi, concetti, metodologie. E ci si interroga su come debba cambiare il sapere della scuola per poter garantire accesso al sistema delle conoscenze, moltiplicare le prospettive conoscitive e fornire chiavi di interpretazioni della realtà .

E invece l'oscurantismo culturale del centro destra ignora tutto il dibattito e, soprattutto, quanto è stato già realizzato dalla scuola su questo terreno e ripropone una scuola povera culturalmente, che ignora la sfida della complessità e della multiculturalità. Rispolvera a ogni piè sospinto, educazione spirituale e morale, crocifissi e luoghi di culto separati nella scuola - con un integralismo culturale, conservatore e bigotto da far impallidire Don Giussani -, riattizza, solo con un certo imbarazzo tra i più colti, vecchie fobie anticomuniste (vedi la risoluzione Garagnani sulla storia), che nascondono in realtà la pervicace volontà di attaccare il pluralismo culturale della scuola pubblica.

E confonde scelte individuali con etica pubblica, proponendo il tema dei valori come questione separata dal sapere, proponendo la scorciatoia dell'imposizione della morale di una parte al posto della difficile costruzione, attraverso la cultura e il sapere, di un'etica pubblica condivisa che rispetti le scelte, le storie, la cultura di ognuno. «Sogno un mondo - dice Howard Gardner - abitato da persone che abbiano un grado elevato di istruzione e una disciplina mentale sicura: che siano capaci di pensiero critico e creativo, nonché di partecipazione attiva ai dibattiti su scoperte e scelte nuove, disposte ad affrontare rischi per ciò in cui credono».

Scuola bipartisan

Vecchie storie, ci dice la vocazione bipartisan: in epoca di mercato affidiamoci alla competitività di mercato. Tra pubblico e privato in primo luogo. Sarà per questo che il governo tenta di riequilibrare il rapporto pubblico privato sul terreno dell'istruzione (93% di frequenza nel pubblico e 7% di frequenza nel privato) togliendo risorse al sistema pubblico e aumentando risorse per il privato- dalla politica del buono scuola regionale alla defiscalizzazione per chi manda i figli alla scuola privata. Sarà per questo che mentre si sottraggono fondi persino per la gestione ordinaria delle università si avvia una politica di sostegno alle fondazioni e delle università private. Sarà per questo che si tagliano i fondi per la ricerca e allo stesso tempo si denuncia un eccessivo ruolo in Italia, a differenza di altri paesi europei, dello stato rispetto ai privati.

Ma come si possono cercare soluzioni salvifiche, invocando intese bipartisan, in sistemi, tutti da inventare peraltro, in cui sia solo il mercato a governare strategie e politiche anche su terreni delicati come quello dell'istruzione, dove non è certo il mercato ma la responsabilità pubblica che può garantire l'uguaglianza delle opportunità per tutti ? Come si può ignorare che i paesi che hanno imboccato in anni passati la strada del liberismo assoluto sul terreno dell'istruzione, come gli Stati uniti, stanno tornando indietro perché quei sistemi non hanno funzionato?

La logica del mercato che è logica della Casa delle libertà, la logica della competitività tra scuole autonome fino al punto di assumere e licenziare gli insegnanti, che è logica della Compagnia delle Opere e di un disegno di legge in questo senso, presentato nella scorsa legislatura a prima firma Silvio Berlusconi, è diventata inspiegabilmente logica bipartisan. E così lo stesso accanimento bipartisan porta a dimenticare che tra i primi atti di questo governo ci fu oltre al blocco puntiglioso e sistematico di leggi emanate dal centro sinistra, elaborate da una assai ampia commissione, di cui facevano parte non pochi dei promotori del bipartisan, sulle quali si poteva avviare discussione e confronto.

Certo la scuola appartiene al paese tutto e ha oggi un disperato bisogno di cambiare, di combattere selezione e dispersione, di garantire apprendimento di qualità per tutti, di aprirsi al mondo, di rimotivare all'insegnamento. Ma io dubito davvero che l'ostinata volontà di questo governo, testimoniata da fatti e cifre di destrutturare il sistema pubblico dell'istruzione possa essere contrastata da buone volontà o da incontri al bar. Si rischia di cadere , inevitabilmente in un errore di prospettiva: chiamare bipartisan quello che è un vero e proprio trasloco mentale e, nell'ossessione di non dire mai dei no, finire col dire sempre e solo dei sì alle posizioni degli altri.

Alba Sasso

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