Scuola e Costituzione
Giuseppe Aragno - 18-05-2013
Per giustificare le dissennate e arbitrarie scelte dei più recenti governi in tema di finanziamenti statali alle scuole private, si è adottato un metodo nuovo e peregrino: un principio costituzionale si interpreta in relazione alle discussioni avvenute in sede di formulazione, avendo presente il contesto storico, culturale e politico in cui fu sancito. Ne consegue che il testo definitivo, il suo contenuto, il suo stesso significato linguistico, cedono il passo alle interpretazioni di parte e non c'è più nessuna certezza. Per quanto riguarda il terzo comma dell'articolo 33, che qui c'interessa, la sua formulazione è lapidaria: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Si condivida o no, la prescrizione è inequivocabile: fatevi tutte le scuole private che volete, soldi lo Stato non ve darà. Non può darvene, perché finanziare le scuole private coi soldi ricavati dalle tasse pagate dai cittadini è incostituzionale.
Applicando, però, il metodo nuovo degli scienziati cattolici e di una imprenditoria che fiuta l'affare e vede nella formazione privata la gallina dalle uova d'oro, è facile puntare il dito: chi si ferma al senso letterale dell'articolo, non tiene nel debito conto il contesto e la discussione da cui scaturì l'articolo. Se lo facesse, l'inviolabile posto di blocco, guardato a vista da quattro inequivocabili parole dei padri costituenti - "senza oneri per lo Stato" - sarebbe finalmente aggirato e l'altolà non avrebbe più senso. A piazzarle lì, come un macigno sulla strada del business, infatti, sostengono i cattoliberoaffaristi in veste di esegeti, fu la banda malandrina dei laici: il repubblicano Pacciardi, il comunista Marchesi, l'azionista Codignola e quell'anima persa di Corbino, liberale che ancora non s'era pentito di Porta Pia e del papa, costretto a rinunciare al potere temporale. Basta leggere gli atti della Costituente per capire come stanno le cose. Quando il dibattito giunse al dunque e fu chiaro che c'era chi puntava ai quattrini e chi alle coscienze da manipolare, il Paese nuovo, quello che aveva fatto la Resistenza armata contro il fascismo, decise per una volta di tener testa fino in fondo alla conservazione e non capitolò. Certo, se oggi si desse peso prevalente alle strumentali proteste del democristiano Gronchi, ex Sottosegretario all'Industria nel primo governo Mussolini, la lettura sarebbe diversa. E' un fatto, però: i loschi figuri che s'erano levati in armi contro il duce non stettero al gioco di questo "antifascista" che, nel fuoco della guerra di liberazione, s'era limitato a qualche abboccamento clandestino con De Gasperi sotto il manto protettivo del Vaticano. Si lasciò spazio a ogni tesi, ma la discussione non poteva durare in eterno e, senza sottoscrivere impegni, Codignola tagliò corto: "si stabilisce solo che non esiste alcun diritto costituzionale a chiedere tale aiuto". Fate, se volete, ma solo se potete.
Se si volesse leggere la Costituzione in base al contesto storico e a questo metodo da sofisti, d'altra parte, non sarebbe difficile per i laici ricavarne vantaggi. Una prova? Non occorre sforzarsi. Basta partire dall'articolo uno. Sarà pur vero, infatti, che "l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" ma, nell'accesa discussione, Basso e Amendola, a nome di socialisti e comunisti, s'erano pronunciati per una definizione molto più classista: "repubblica dei lavoratori": Che si fa dei padroni se passa il principio del contesto storico? E che si fa con la costituzionalizzazione dei Patti del Laterano? I fautori del "nuovo" sanno che nella discussione sull'articolo 7 Labriola fu davvero durissimo, come attestano gli atti dell'Assemblea: "Non esiste realtà di equivoco", dichiarò. "Con queste parole si affermano due cose: che lo Stato deve avere, e quindi ha, una religione; che questa religione è appunto la cattolica". In quanto a Calamandrei, fu, se possibile, ancora più pesante: "Il principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della libertà di coscienza, della libertà di insegnamento, il principio della attribuzione esclusiva allo Stato della funzione giurisdizionale, tutti questi principi costituzionali sono menomati e smentiti da norme contenute nei Patti Lateranensi". Così stando le cose, che si fa con la Chiesa? Si dice a papa Francesco che il Laterano non entra nella Costituzione?
Chi mira a rendere legale il finanziamento illegalmente assicurato dallo Stato alle scuole private si provi pure a dimostrare che il contesto prevale sul testo nell'interpretazione della legge; la conseguenza però deve esser chiara a tutti: in base allo stesso principio, la Chiesa dovrà rinunciare alla sua invadente presenza nella nostra vita politica.

Uscito sul "Manifesto" il 25 maggio 2013 col titolo "Articolo 33. Il trucco per aggirare la Carta".
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