breve di cronaca
Terni per il 10 febbraio
Giocondo Talamonti - 07-02-2013
10 febbraio il "giorno del ricordo"

Il 10 febbraio è il "giorno del ricordo", fissato dalla legge 92 del 30 marzo 2004, in contrapposizione al "giorno della memoria" di evocazione nazi-fascista, per ricordare le stragi delle foibe e l'esodo degli italiani dalle regioni orientali (Istria e Dalmazia) annesse alla Jugoslavia di Tito.
Premesso che è da immaturi disquisire sui principi ispiratori di un olocausto, se questi dovessero servire a giustificare in qualche modo, l'ignominia di una tragedia che pesa sulle coscienze dell'intero genere umano, la storia non ha ancora elaborato il processo di ricostruzione circa gli autori e le fasi che determinarono quella pagina vergognosa per la dignità degli uomini.
La legge 92 invita, oltre che a ricordare, a "conoscere" e riflettere sugli avvenimenti che determinarono le folli scelte, scaturite e maturate in una Dalmazia all'epoca interamente occupata dai nazi-fascisti. Le circostanze che segnarono una barbarie certa, devono suonare da monito nella comune condanna dell'odio razziale, della brutalità delle guerre, della propaganda ideologica e unire le attuali generazioni nell'unanime disprezzo per la violenza collettiva.
Prima dei distinguo sugli autori o sulle ragioni (ammesso che ve ne possa essere una nel compiere una strage), è necessario tener desto nello spirito dei giovani la condanna della forza come strumento di confronto fra ideologie diverse e ribadire che commemorare momenti storici così penosi non è solo un gesto di pentimento ma di speranza nella pacifica convivenza fra i popoli. Con questa consapevolezza, il 4 febbraio si è presentato al Sindaco di Terni un ordine del giorno teso a impegnarlo a:
coinvolgere la Direzione Scolastica Regionale affinché le scuole del territorio affrontino il tema delle "foibe", con l'organizzazione di iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi, senza alimentare forme di revisionismo storico, con l'obbiettivo di evitare che simili, pericolosi atteggiamenti ideologici si ripetano;
favorire ogni iniziativa culturale che miri alla convivenza pacifica, alla tolleranza di etnie e culture;
impegnare i giovani delle istituzioni scolastiche in ricerche e approfondimenti sull'argomento (anche con il coinvolgimento degli Istituti di storia, delle Associazioni degli esuli, dell'ANPI e dell'ANPPIA), attraverso gemellaggi e scambi con i giovani dei territori dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia in memoria di "tutte le vittime", comunque cadute nella difesa della tolleranza e della pace.

Terni, 7 febbraio 2013
Ing. Giocondo Talamonti
(consigliere G.M. Associazione Politico Culturale "E. Berlinguer"

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 Giuseppe Aragno    - 10-02-2013
Il giorno del ricordo nelle lettere dei combattenti

C'è chi si interessa molto di memoria storica, benché talora sia proprio la memoria a fargli difetto. Il presidente dell'«Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia», solo pochi mesi fa aveva dichiarato di voler «dialogare pazientemente con tutti» e di non aver «paura di confrontarsi con nessuno», ma se l'è poi dimenticato e giorni fa, in una lettera diretta a Rai, Mediaset, Telecom e Sky, non ha esitato a scrivere: «il 10 febbraio verrà celebrato il giorno il 'giorno del ricordo' in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano dalmata [...]. Si eviti di dar voce a coloro i quali, in qualsiasi modo, leniscono lo spirito commemorativo espresso dalla legge dello Stato, perché ciò equivarrebbe a porre sullo stesso piano offensivamente vittime e aguzzini di una tragedia storica». A dirla in maniera spiccia, la richiesta è a dir poco brutale: quando si tratta di Foibe, mettete a tacere storici e docenti che non la pensano come noi.
Sono in molti ormai a credere che la Storia sia una sorta di Bibbia e che, di conseguenza, storici e docenti siano tenuti a raccontare una serie di verità di fede che poco hanno da spartire con la "lettura" e l'interpretazione di documenti che riguardano fatti. A dar retta a questa visione teologica della ricerca storiografica e soprattutto dell'insegnamento della storia, docenti e storici, nelle scuole e nelle università, sono tenuti a spiegare agli studenti che la lotta armata di un popolo contro una forza di occupazione è solo terrorismo, che Bruto e Cassio furono antesignani delle Brigate Rosse e che un moto di piazza è figlio benedetto dei ciclamini o ignobile teppismo sovversivo a seconda degli interessi che mette in discussione.
Spiacerà ai cultori della "scienza nuova" e ai politici che gli fanno da sponda coi loro fatidici giorni del ricordo e della memoria di Stato, ma in tema di "cuore conteso" sul confine occidentale tra l'Italia e i Balcani, un docente serio non giungerà alle foibe se non per inciso e inevitabilmente prima dovrà occuparsi della politica estera a sfondo nazionalista e razzista dell'Italia di quegli anni. Parlerà di snazionalizzazione e di repressione e ricorderà i patrioti slavi condannati a morte e uccisi in seguito alle sentenze del Tribunale Speciale fascista. Giunto al 6 aprile del 1941, il docente dovrà dire della Jugoslavia invasa da italiani e tedeschi senza dichiarazione di guerra e di Belgrado, "città aperta", investita senza preavviso dai bombardamenti terroristici delle forze dell'Asse. Scosso da brividi, l'insegnante accennerà alle lettere dei nostri soldati, puntualmente censurate, in cui si raccontava la «squallida miseria» dei popoli conquistati e citerà lo stupore dei militari più intelligenti: «pensavamo che fosse la guerra delle nazioni povere contro il popolo dei cinque pasti al giorno» al quale insegnare «a conoscere come vivere con un solo pasto». Da quelle lettere il docente ricaverà la tragedia di giovani indottrinati da un regime feroce e mandati al macello; sono giovani che soffrono per il gelo e per i tanti commilitoni «rimasti congelati ai piedi e alle mani», ma sono pronti però, per reazione, a punire un nemico aggredito che resiste oltre ogni attesa in una guerra partigiana che sorprende, intimorisce e risveglia dentro naturalmente il germe del razzismo e dell'odio, sistematicamente inoculato dalle scuole e dalle caserme: «in questo paese sono peggio degli africani, la maggior parte sono comunisti, sembrano briganti». Paura e odio - spiegheranno gli insegnati - sentimenti che conducono fatalmente a un bivio disperato. Qualche militare, infatti, racconta imprese atroci, che l’assenza di senso morale rende accettabili e l’effetto della propaganda induce ad addebitare addirittura alla ferocia del nemico che non s’arrende: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari. Siamo costretti a prendere d'assalto le case [...] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c'era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata». Qualcuno c'è, però, che ricava dall'esperienza una nauseata presa di distanza. «Qualche volta ci capita leggere articoli. La santa fanteria, l'eroico fante italiano e tanti altri ancora che esaltano le nostre gesta. Ma rimangono solo teorie. Già si vede come saremo trattati...». E' l'annuncio della Resistenza ma anche l'intuizione della bufera che si annuncia.
Piaccia o no, ricordare le foibe, tacendo questo contesto, non è mestiere di docenti. Il problema evidentemete è che, In questo contesto, quella delle foibe diventa inevitabilmente un'altra storia.