Scuola: autobiografia d'un no
Giuseppe Aragno - 28-07-2012
Il peggio lo temo da tempo ma, quando mi sono capitati tra le mani i celebrati quiz dell'Invalsi, mi sono limitato a un sorriso amaro: "Fu sconfitto nella battaglia della foresta di Teutoburgo (9 d.c)..."
Nel quadro delle guerre napoleoniche la battaglia di Ulm fu combattuta nel... In che anno ci fu il Trattato di Octroyeés...
.Discutiamo di valutazione, mi sono detto, e abbiamo un ministro incompetente, un tecnico di "scienze esatte" per il quale la storia è ancora quella dei positivisti, preoccupati, per dirla con Vilar, "di fare un resoconto esatto degli avvenimenti essenzialmente politici, diplomatici, militari"; lo "storico esperto di fatti", insomma, "non un fisico", non uno studioso che "non cerca la causa dell'esplosione nella forza espansiva dei gas ma nel fiammifero del fumatore". Un ministro al quale sfugge che l'indagine dello storico e, di conseguenza, l'insegnamento della storia, mirano soprattutto a delineare i tratti di un grande disegno che restituisce al passato il ventaglio delle possibilità e l'incertezza dell'avvenire. Profumo, mi sono detto finora con sconsolata rassegnazione, non capisce che "la scienza storica, resurrezione della politica, si fa contemporanea dei suoi eroi". E m'ha colto un brivido che pareva febbre: la scuola è un guscio di noce sul mare in tempesta e non ha timoniere.
La misura dell'abisso in cui siamo me l'ha data, però, giorni fa, alla Sette, non so quale sconosciuto sottosegretario del governo Monti, mentre scalpellinava su tavole di pietra sconcertata la versione globalizzata dell'Antico Testamento - "io sono il liberismo tuo signore, non avrai altro Dio all'infuori di me". Colto da un lampo d'apparente umanità, il gioiello di sapienza tecnica s'è avviato, infatti, senza scorta sui sentieri del passato e ha osservato sorridendo che, ai suoi tempi, a trent'anni cominciava la vecchiaia. Oggi non è così, noi viviamo di più, ha proseguito in una sorta di delirio il professore prestato alla politica, oggi noi siamo giovani più a lungo.
Non so quale rozza visione della vita, quale scuola di pensiero malato abbia prodotto una simile follia pericolosa, ma ho capito che di queste vuote e strumentali astrazioni si nutre la scuola di Profumo e Rossi Doria. Non si tratta d'ignoranza, ma di un vero e proprio integralismo neoliberista e classista: merito, eccellenza, valutazione, sono foglie di fico sulla selezione di classe e la diseguaglianza nei punti di partenza.
La scuola ormai non muove un passo, non fa una scelta, non fissa un principio, se non mette a tacere ogni scienza umana e non s'inchina alla nuova stella polare: un feticcio chiamato mercato, di fronte al quale contano poco non solo la storia e la filosofia, ma l'uomo stesso e il senso della vita. Questa scuola, però, non è la mia scuola: ignora sprezzante il Poeta che ammonisce: "Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza". Non è tempo d'amare, pensare, sognare, conoscere o criticare, ci dice il Ministero. Vivere come uomini ormai costa troppo e quello che importa è far quadrare i conti.
Le verità di fede non mi riguardano. Ho vissuto in un tempo nel quale persino gli anglo-americani vittoriosi istituivano Commissioni per creare una scuola democratica, ispirata a un principio solenne: non c'è investimento più produttivo di quello mirato alla formazione del popolo. Il mio no a Profumo è perciò autobiografico. La sua scuola, infatti, sottrae ai giovani quel tanto di civiltà che l'Italia partigiana, antifascista e repubblicana ha regalato alla mia generazione.
Ho vissuto in un tempo che ha cancellato l'avviamento professionale, prigione dei figli dei lavoratori, e ha fatto della formazione di massa il motore della scala sociale e della crescita civile. Ho vissuto in un tempo nel quale un ragazzino che la guerra aveva ridotto a sciuscià all'angolo d'un vicolo di contrabbandieri, poté andare a scuola, ultimo nella gerarchia delle classi, ma pari tra pari, e non sentì nessuno lamentarsi dei costi. Tutti pagarono la scuola che lo strappò all'economia del vicolo, alle sigarette di contrabbando, alla facile presa della malavita organizzata. Quel ragazzo salì mille gradini in un Paese che scalava una dietro l'altra vette di civiltà: l'esame d'ammissione abolito, la nascita della scuola media unificata, la polemica di Don Milani, vittoriosa in una Chiesa che invano minacciava.
Ho vissuto un tempo nel quale il "figlio del signorino" sedette al liceo col figlio del popolo che gli contese la carriera, mentre in fabbrica passava la linea dei diritti, la moglie in casa levava la testa di fronte al marito, le figlie scendevano in piazza, i genitori entravano nelle scuole per governarle e all'università chi era destinato alla fabbrica saliva in cattedra, spiegava la storia dei vinti e mostrava ai padroni che esiste un ethos politico delle classi subalterne. Quel ragazzo ha poi fatto lezione ai figli di Profumo e Monti e li ha mandati a casa quando sono venuti all'esame pensando che bastasse un cognome per ottenere la lode. Nel Paese in cui ho vissuto il lavoro guardava negli occhi il capitale e la scuola ti dava quanta logica basta a capire che chi vive più a lungo è più vecchio per più tempo e che l'eterna giovinezza dei poveri serve solo a pagare l'oscena vecchiaia della ricchezza.
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