Lieto fine infinito
Paolo Franchi - 16-11-2002
Chiediamo venia per l’autocitazione. Ma su queste colonne (Corriere della Sera ndr.), martedì scorso, avevamo espresso, incrociando le dita e sfidando il rischio della retorica, una ragionata speranza. La speranza di poter scrivere, a conclusione del Social Forum fiorentino, che un evento (comprensibilmente) tanto temuto si era trasformato in un’occasione di crescita della nostra democrazia. A dispetto anche di tanti profeti di sciagure che hanno vaticinato scempi e devastazioni, versando non acqua, ma benzina sul fuoco, questa speranza si è realizzata. Nei giorni delle assemblee e delle discussioni, così come ieri, nel giorno della gigantesca manifestazione (soprattutto, ma non soltanto giovanile) contro la guerra, Firenze non è stata profanata e non ha subìto alcun oltraggio. Non solo. Chiunque sia stato ieri per le sue strade, così come chiunque abbia seguito la manifestazione incollato davanti alla tv, può testimoniare quanto il clima che vi si respirava fosse diverso da quello, terribile, che regnò a Genova poco più di un anno fa. E fortissimi erano l’autocontrollo e lo stesso senso civico dei manifestanti, compresi quelli che non si negavano agli slogan più duri: quasi che, paradossalmente, volessero rispondere così anche a chi, per rendere più drammatico il suo grido d’allarme, li aveva dipinti prima di tutto ai fiorentini come un’orda barbarica. Certo, stavolta non c’erano né vertici né zone rosse né potenti da salvaguardare a tutti i costi. Ma non c’erano nemmeno i professionisti della violenza. E, se c’erano, non hanno potuto entrare in azione. Sia il «movimento dei movimenti» sia le forze dell’ordine hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per evitarlo, a testimonianza del fatto che, con buona pace degli estremisti e dei forcaioli, anche nella gestione della piazza l’intelligenza politica è la più importante delle risorse. Fortunatamente, sul mercato ce n’è ancora un po’. Non tantissima, si capisce, ma abbastanza da farci discutere di quanto è avvenuto a Firenze come di un importante evento politico, appunto, e non come della tragedia che da tante parti era stata preannunciata e, in certi casi, evocata. Ci sarà modo e tempo per ragionare più a fondo su queste giornate e soprattutto sul corteo che le ha concluse. Ma già oggi almeno una cosa è evidente. Come parola d’ordine comune di questa straordinaria e anche festosa manifestazione c’è stato soprattutto un duro, esplicito, chiarissimo no alla guerra. Più precisamente, un duro, esplicito, chiarissimo no all’intervento militare contro l’Iraq, con o senza l’avallo dell’Onu. Ci si potrebbe soffermare criticamente a lungo, e molti lo faranno con passione e con ironia, sugli slogan «antimperialisti» d’altri tempi che tornano a risuonare; sull’antiamericanismo senza aggettivi di questo movimento; sui suoi silenzi in materia di diritti umani e civili in quelle amplissime zone del mondo che vorrebbe difendere dall’arroganza degli Usa e dell’Occidente. Ma resterebbe lo stesso il fatto che ieri, a Firenze, ha preso per così dire ufficialmente corpo anche in Italia una contestazione di questo tipo, assumendo subito una dimensione più ampia e più combattiva del previsto e del prevedibile. Tutto lascia credere che sia destinata non a scemare, ma a crescere, con effetti evidenti, si capisce, prima di tutto a sinistra, dove su una simile eventualità fanno grande affidamento (e si capisce anche questo) sia Cofferati sia Bertinotti. Per Fassino e compagni, che vorrebbero dialogare con il movimento senza smarrire la strada riformista, si annunciano giorni difficili e tormentati. Ma, è inutile nasconderselo, quello che si è palesato pacificamente e festosamente a Firenze sarà un problema per tutti.

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