Volti nuovi e abiti vecchi
Vincenzo Andraous - 08-11-2002

Nell’incontrare tanti giovanissimi e tanti adulti in una comunità, viene da pensare ai volti nuovi, alle carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe, dagli abbandoni seguiti a catena. Viene da pensare agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene cos’è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a venire non sa che farsene.
Metodo educativo e atteggiamento educativo sono indirizzi precisi, affinché chi affaticato cade, possa, attraverso un percorso di risalita, riacquistare autostima e conoscenza di sé, per poi costruire e mantenere rapporti e relazioni significative, con la capacità di custodire parte del futuro in esse contenuto.
Occorre educare bene, educare con amore e fiducia: queste sono parole grandi, affermate da chi grande è stato nel campo della pedagogia del servire.
Sono passati anni, ma ancora mi stupisco di fronte all’incedere del disagio che aggredisce giovani e adulti, rimango perplesso, disarmato, senza frecce nella faretra, solo interrogativi.
Ascoltando ( i ragazzi ) e le più autorevoli figure di riferimento nel campo della pedagogia e del metodo educativo, mi rendo conto che nel tentativo di “ tirare fuori “, di costruire e crescere insieme, non può resistere all’usura del tempo chi parte per “ questa avventura “ con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole intransigenti, di binari singoli.
Infatti questo è l’ atteggiamento più idoneo per arenarsi negli errori ripetuti.
Forse è il caso di armarci di qualche incertezza, dismettendo i cingoli per evitare l’ urto, accettando il dubbio che assale, e che potrebbe divenire una certezza sul modo per giungere insieme al traguardo .
E’difficile sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco , è davvero difficile spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava.
Educare non sempre ha medagliamenti o riconoscimenti, spesso è un’avventura senza cielo per compagno, ove non sfugge certo l’utilità dell’opera, ma in cui a volte si producono incomprensioni, quando sguardi diversi interpretano in modi differenti la pur identica finalità dell’accompagnare l’altro.
Ecco che allora una comunità è tale, perché alla priorità del rispetto della persona, affianca l’aggiornamento del conduttore, di colui che a sua volta deve usare il linguaggio in un labirinto di sensazioni e intendimenti, consapevole che non sempre si arriva alla meta per sentieri conosciuti, ma anche per nuove strade che possono coglierci impreparati.
C’è il lavoro, lo studio, i momenti di aggregazione, ci sono le situazioni di confronto, quelle spontanee e quelle stimolate, c’è soprattutto la persona da accogliere, da ascoltare, e ciò rende secondario il primato delle competenze, le stesse provenienze esperienziali, che sembrano apparentemente differenti se non distanti.
E’ complicato “ operare “ con il disagio, forse è ancora più complesso venirne a capo, perché questo abusare delle cose, delle persone, dei sentimenti, è tessuto insieme attraverso il deteriorarsi dei valori e dei principi, che rimangono tali didatticamente e assai meno nel vivere quotidiano.
Prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane solo una intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere costa meno che prevenire, ma il risultato è l’accettazione dell’esclusione, del “sei fuori dal gioco e ci rimani “.
Messa in prova, misure alternative, meno carcere per il minore, più tutela per chi arranca, ebbene, stanno per diventare strategie pedagogiche obsolete .
Mi chiedo quale può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi questa vista prospettica richiesta al conduttore, è annebbiata da queste norme a venire.
L’impressione che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni interiori, è che non solo è difficile ben operare dalle ridotte specole di osservazione a causa della marea di disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l’avanzare di nuove forme di malessere, che non hanno più l’etichetta protestataria di un tempo. E’ un inverso ipnoticamente diritto che assale generazioni diverse, che si insinua più facilmente in chi non ha strutture mentali formate, in chi nell’evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il peso di una libertà inconsciamente percepita come una condanna, per l’incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità.
E’ un disagio che avanza, che intacca aree di vita in maniera sempre più esponenziale, allora, e forse, per chi conduce attraverso eredità pedagogiche più che mai attuali, perché mai minimamente superate, è necessario accrescere la consapevolezza che l’unica ricompensa per essere riusciti a ben educare , è averlo fatto .
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf