Vogliamo discuterne?
Severo Laleo - 26-02-2011
Un vento nuovo dall'Austria: abolire le bocciature

Gira, già da un po' di tempo, purtroppo solo tra i siti dedicati alla scuola, e su qualche giornale, la notizia dell'abolizione in Austria, qui a due passi da noi, della "bocciatura". Eppure nessun dibattito vero e produttivo s'è aperto né tra, e all'interno dei, sindacati né tra, e all'interno dei, partiti.
E non parliamo del silenzio della Gelmini, giustamente nascosta e coperta rispetto a una notizia di questo tipo, e di ora, del duemiiiilauuuundici!
Un silenzio d'obbligo per chi è ideologicamente impegnata nel propagandare un ritorno al passato, alla cosiddetta scuola del "merito" (si sa quale, ormai!), ma, in verità, della "selezione", e caparbiamente fissata a far dimenticare gli sconquassi demeritocratici del '68, attraverso una battaglia culturale, a suo dire, memorabile e/o epocale, ma povera di novità ideali.
Sveglia uomini e donne di scuola, l'Austria apre anche per noi un dibattito ormai ineludibile sul significato del fare scuola, oggi, nel duemila, nel mondo globalizzato e nel tempo della diffusione di una nuova ybris, del correre oltre il limite in ogni campo, materiale e valoriale.
E' saggio tornare a discutere del significato di "promozione" e di "bocciatura" per disegnare la scuola del futuro, del senso stesso, cioè, del fare ed essere scuola, spazzando via, di colpo, tutti i conseguenti discorsi legati all'identificazione della "persona studente" con la moderna, ed efficiente, ed efficace, nozione di "cliente".
Innanzitutto diciamo subito una verità (almeno pare) circa l'origine di questa scarsa attenzione per il tema "bocciatura": in Italia non ci si preoccupa tanto degli insuccessi scolastici e dell'alta percentuale delle ripetenze, soprattutto nella secondaria superiore, perché, da una parte, i "raccomandati" non hanno bisogno di abolire le bocciature, tanto ce la fanno sempre, dall'altra i "ripetenti" o lasciano e abbandonano la scuola (molto spesso, purtroppo), o, in quanto provenienti, generalmente, da famiglie senza voce in capitolo, si rassegnano facilmente, e, con saggezza disperata, tornano a seguire l'inutilità di un rito burocratico.
La storia dei bocciati deve ancora essere scritta. Sicuramente è ricca di amarezze infinite, nell'età difficile e di ricerca di identità dell'adolescenza, e solo qualche volta, per fortuite circostanze, non programmate dalla scuola, riserva racconti di "rinascite" felici.
Ora, anche se la ministra socialdemocratica dell'Istruzione dell'Austria, Schmied, è intenzionata ad abolire la "bocciatura", anche perché "non aiuta alla competitività, utilizzando, quindi, un argomento "sensibile" per una vasta platea politica, a me piace, al contrario, immaginare una scuola, a partire da un domani prossimo futuro, al centro, per quantità e qualità di risorse da investire, della programmazione di un nuovo governo, una scuola dell'obbligo, per tutte/i, fino a 18 anni e senza "bocciature", una scuola pronta a intervenire per dare a ogni persona studente quanto è giusto per il "suo massimo sviluppo", a prescindere dalla quantità/qualità dei risultati in termini di competenze settoriali.
Per quale obiettivo? Perché le persone nate "libere e eguali in dignità e diritti" possano, anche durante la propria vita, acquisire tutta la strumentazione necessaria per continuare a vivere "libere e eguali in dignità e diritti".
O no?

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 Francesco Masala    - 27-02-2011
Allora discutiamone.
Magari ripensando al modo di far ripetere l'anno, penso alle superiori, anziché ripetere l'anno in tutte le materie, occorrerebbe un'organizzazione "asimmetrica", per cui ripetere solo le materie in cui si è deboli; ma trascinandosele si arriverebbe a una maturità scientifica e nella scheda del ragazzo ci sia scritto: no matematica?
Il "no bocciature" può essere declinato in due modi: ti faccio venire a scuola fino a 18 anni e se non ti faccio ripetere è per risparmiare classi e docenti, così io Stato risparmio, oppure non ti faccio ripetere perché mi impegno, io Stato, a farti recuperare le lacune, anche se mi costa.
La non bocciatura dovrebbe articolarsi in un modo che non sia uno slogan populista, e qui sta la sfida.
Rileggere la "lettera a una professoressa" aiuterebbe molto.


 Lea Reverberi    - 01-03-2011
La scuola italiana avrebbe avuto bisogno di una rifondazione nel segno della flessibilità. Non, tanto per cambiare, del lavoro (infatti i precari restano stabilmente tali) ma della sua intera organizzazione a partire, appunto, dal sistema dei percorsi e della valutazione. Qualche anno fa c’era stato un ministro che aveva osato ipotizzare passerelle fra un indirizzo e un altro. Ma le innovazioni sono state poi fatte cadere, portando a compimento la mummificazione di un sistema già sclerotizzato.
Personalmente, riformerei la scuola secondo il modello universitario, nel quale non si perde un anno intero ma si ripete, semmai, l’esame preparato male. Questo avrebbe molteplici vantaggi: rendere più fattibile il lavoro degli alunni attraverso la sua scomposizione; focalizzare l’attenzione verso carenze specifiche; incoraggiare l’alunno a recuperare quelle specifiche lacune; stimolare la responsabilità attraverso verifiche segmentate e, per così dire, ufficiali; evitare le ripercussioni esistenziali della perdita di un anno intero; evitare le conseguenze psicologiche della bocciatura.
Ciò, naturalmente, porterebbe con sé un ripensamento dell’intera organizzazione, a partire dal gruppo classe.
Molti diffidano, e non a torto, dell’eliminazione della bocciatura poiché ciò è avvenuto in sistemi scolastici che determinano poi, meccanicamente, i percorsi degli alunni.
Ma se la flessibilità diventa il metodo, è nemica della meccanicità e, se ben intesa, e ben attuata s’intende, potrebbe forse prevenire gli insuccessi e gli abbandoni migliorando i risultati.
Ci penso da qualche anno. Ne vogliamo parlare?