Il Sessantotto e il disastro Gelmini
Giuseppe Aragno - 27-12-2010
Se in Italia scuola e università sono un disastro, gli studi dell'avvocato Gelmini sono il frutto di quel disastro, sicché, a rigor di logica, una cultura disastrosa riforma un presunto disastro e invano Cassandra ci allerta: Troia perirà.

Il 14 dicembre scorso i fatti di Roma ci hanno posto davanti a uno specchio. Sarebbe bastato tener presente il monito di Lucrezio - "il lato ch'è destro del corpo sta nello specchio a sinistra" - e avremmo guardato la realtà in maniera più problematica. Di che morte moriamo? Ci acceca lo splendore del sole o è una notte profonda a toglierci la vista?
E' difficile dirlo. Qual è la realtà e quale l'immagine sua deformata? Il Parlamento chiuso alla piazza e protetto da uomini in armi, o la piazza, in fiamme, gli studenti in rivolta, la rabbia degli eterni precari e le proteste degli artisti? Sia quel che sia, crepuscolo della ragione o eccesso di luce, la riforma è infine passata e il ministro, davanti allo specchio della storia, confonde il passato col futuro che l'assedia e delira: "è una bella giornata", archiviata "definitivamente la cultura falsamente egualitaria del '68", inizia "una nuova stagione all'insegna della responsabilità e del merito".

A quale Sessantotto si riferisce il giovane avvocato culturalmente disastrato?
A quello che, levatosi in piazza contro una società gerarchizzata, dichiara guerra alla guerra, afferma la dignità del lavoro di fronte al capitale, lotta per la libertà sessuale, rifiuta la doppia morale borghese e combatte contro un sistema formativo ridotto a strumento di trasmissione dei valori dei ceti dominanti? Se questo è il Sessantotto da archiviare, non ci sono dubbi, non si tratta più semplicemente di una riforma, ma di un articolato disegno ideologico, che oppone all'utopia egualitaria della "città nuova" e alla ricerca di un mondo migliore, la pretesa fatalità di un invivibile mondo futuro e il trionfo della distopia. Dietro la realtà rovesciata dallo specchio s'intravede chiaramente il Leviatano. In discussione non sono solo la scuola e l'università.

E' ben altro.
E' il potere che impone una visione reazionaria della società e racconta se stesso: il Vietnam, dice, è legittimo, la schiavitù della donna e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sono pilastri dell'ordine costituito. Così, "simulacro che torna a noi dallo specchio", per dirla con Lucrezio, la democrazia ci si presenta nei panni del suo "rovescio", diventa "meritocrazia" e afferma un principio: la povertà è una colpa e merito è la ricchezza.

Riforma nel senso calvinista della parola, quella che la Gelmini firma in nome e per conto della Confindustria, disegna allo stesso tempo la "nuova scuola" e un'antica società. Realtà vista allo specchio da Giavazzi e Abravanel, la meritocrazia perde il carattere doloroso e oppressivo che le assegnò Young e scopre una pretesa nobiltà morale della ricchezza che, comunque accumulata, è la figlia gloriosa dello sviluppo del capitale umano. Non ha genitori la miseria e i sacerdoti del merito tacciono sulla dottrina della salvezza, esito drammatico della nuova fede. Reciso il filo prezioso dell'approccio critico, è difficile partire da sinistra per guardare il lato destro e collegare al merito la tragica battaglia che si combatte negli Usa contro la "nobiltà della ricchezza" per obbligare un medico a curare un povero diavolo e costringere un ospedale ad aprirgli le porte, se non c'è un'assicurazione che copra le spese.

Giavazzi, Abravanel e Gelmini si guardano bene dal ricordarlo, ma Young lo ha messo nel conto e il 14 dicembre Roma l'ha annunciato. Prima o poi la cultura della meritocrazia conduce a un bivio fatale: o una élite schiavizza le masse o le masse scatenano una rivoluzione sociale.
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 Maria Antonia Stefanino    - 03-01-2011
Lucida sintesi per un momento storico che definire opaco è poco .Non resta che tenere accesa la residua speranza della conquista di un futuro decente per tutti.
Scrivo conquista, perchè i diritti negati non sono mai stati elargiti ma conquistati.
Questa gioventù, ancorchè sola, non è tutta lobotomizzata; penso ai nostri studenti ma anche alla lettera del giovanissimo alpino morto ieri in Aghanistan, pubblicata dal Manifesto, leggiamola tutti e capiremo quale è "la meglio gioventù" di questo paese e non solo. Pasolini lucidamente ci aveva anticipato quanto oggi tocchiamo con mano, la speranza la si può coltivare guardando chi si immerge nel mondo nei modi più diversi e non al riparo in segrete o pubbliche stanze. Ecco perchè operai, studenti, giovani disoccupati sempre più spesso soldati, perchè oggi paradossalmente residua riserva di diritti del lavoro, ancorchè di appartenenza, sono quanto di più vivo ci sia, in cotrappunto al coro delle voci morte che provano ogni giorno ad assordarci. Che anche il no alla guerra ed alla economia di guerra che viviamo sia forte nelle nostre menti e nelle piazze.

 Giuseppe Aragno    - 03-01-2011
Grazie, Maria Antonia, per il tuo contributo sempre appassionato e, allo stesso tempo, lucido. C'è bisogno di questa capacità di analisi, di una "intelligenza dei fatti" che ci aiuti a capire. Ce n'è bisogno, perché capire vuol dire sperare. Chi spera lotta e, finché un popolo difende come può i diritti, la reazione non ha trionfi da celebrare.