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Volontariato, non vogliamo tornare alle origini
Rolando Borzetti - 10-10-2002
Si apre domani ad Arezzo la IV Conferenza nazionale sul volontariato.

Il parterre prevede la presenza di sei Ministri e mezzo.

In compenso i gruppi, nazionali e internazionali, sono liquidati con un “testimonianze”: una specie di teatro nel quale gli interpreti principali non sono coloro ai quali è dedicata la conferenza, cioè i volontari, ma Ministri e Ministre, i quali, con grande enfasi, narreranno l’importanza e l’insostituibilità dei volontari. Un esercito di “buontemponi”, i quali, con grande generosità, mettono una pezza alle non risposte che lo stato dovrebbe dare, se avesse a cuore il benessere di tutti i suoi cittadini, soprattutto più deboli.
Io non andrò: non ne vale la pena. Non per preconcetto, ma per il semplice motivo che è inutile fare clacca: è preferibile il motto benedettino “ora et labora”, “prega e lavora”, perché le povertà, antiche e nuove, sembrano sempre più frequenti e gravi, con l’aggravante, ahimè, delle risorse di aiuto minori.
Chissà, se per questo motivo, è stata scelta la figura del bambino povero che riceve da un nobile con giacca di velluto un “tozzo di pane”. L’on. Sestini ha dichiarato che la scelta è stata fatta per “tornare alle origini”, riprendendo il particolare di un affresco di S. Maria della Scala a Siena, del 1200.
Ebbene non vogliamo tornare alle origini: non vogliamo che i bambini soffrano e chiedano la carità. Ne vediamo troppi ai semafori e sappiamo che sono rom, spesso schiavizzati da adulti violenti e profittatori.
Avevamo sognato uno stato democratico, attento ai bisogni di chi stava male, con interventi capaci di alleviare dolori alle famiglie e di dare dignità a chi era in difficoltà, qualunque fosse stato il motivo di fragilità.
Ci ritroviamo a ricominciare daccapo: sempre daccapo, con una specie di maledizione che ci accompagna, che preferisce le briciole di evangelico ricordo, ai diritti della dignità moderna.
I gesti di “carità” aggiungono qualcosa di bello e di dignitoso, se poggiano su una protezione sociale solida e consistente, altrimenti diventano un pericoloso alibi di ingiustizia.
Noi, qualunque siano le indicazioni che vengono da Arezzo, continueremo a stare al nostro posto. Troppe richieste ci assalgono; tutte persone deboli e fragili nel contesto sociale: chi per salute fisica, chi per salute mentale, chi per difficoltà familiari e sociali. L’Italia grande e prospera nasconde infinite tragedie di malessere e, non si dimentichi, di vere e proprie povertà.
Con tristezza registriamo, al di la delle conferme, che le risorse saranno scarse. In fondo è stato sempre così: a chi ha poco, si chiede di stringere la cinghia, forse perché è abituato a non essere esigente. Ma non è giusto, aggiungiamo noi.
Le cifre sbandierate sulla finanziaria non solo non sarebbero abbondanti, ma costerebbero alle famiglie più bisognose 300 euro a mese, così come denuncia un recente studio della CGIL.
Ci risponderanno che non sappiamo leggere. Stavolta ci consoliamo perché siamo in buona compagnia: è stato risposto così anche alla Confindustria che, come si sa, ha tanti difetti, ma certamente non quello di non saper fare i conti.


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